Adolfo Baravaglio: perchè mi torturate?

di Maria Pamini

Adolfo Baravaglio, Perché mi torturate?, Tea, 2007, pp. 142, euro 10,00

Adolfo Baravaglio ha cinquantadue anni e da diciotto, a causa di un incidente stradale, è tetraplegico, costretto a vivere immobile nel letto, assistito continuamente dalla moglie Agnese. Baravaglio ha chiesto a Gabriele Vidano di Exit-Italia di "essere strumentalizzato" alla Piero Welby per portare avanti la battaglia per la legalizzazione dell'eutanasia in Italia, e di raccontare in queste pagine la sua tortura quotidiana. Pensa che se la sua esistenza ha perduto un senso forse può acquistarne mostrando a noi tutti la strada per evitare la sua medesima sofferenza. Ripercorrendo gli episodi successivi all'incidente Baravaglio comprende l'insensatezza di ciò che gli è capitato: la morte (la signora che lo ha sedotto e poi abbandonato) era vicina, praticamente certa ma i medici lo hanno rianimato e poi operato due volte e alla fine hanno dichiarato: "l'abbiamo salvato". Da allora Baravaglio si definisce imprigionato in una gabbia grande quanto il suo corpo, una gabbia di cui hanno gettato la chiave, lasciandolo senza alcuna speranza e dignità. Come sottolinea Gianni Vattimo nella prefazione "ogni essere razionale finito non può che rabbrividire pensando all'immobilità per un uomo, [che] è creato diverso da una pianta, ed è doveroso rispettare la volontà di chi non accetta simili orribili "metamorfosi". I medici hanno sbagliato a volerlo mantenere in vita a tutti i costi? Certo è una responsabilità enorme che in presenza di un testamento biologico non ricadrebbe più su di loro. Baravaglio ha seguito con grande attenzione e partecipazione la vicenda di Welby. Nel settembre del 2006 ha scritto anch'egli al Presidente della Repubblica Napolitano per cercare di mantenere vivo il dibattito politico su tutto ciò che riguarda le scelte di fine della vita e soprattutto sull'eutanasia. In una lettera indirizzata a Corrado Augias e pubblicata sul quotidiano la Repubblica lo scorso gennaio scrive: "Io respiro da solo, non basta che mi stacchino la spina, se qualcuno fosse disposto a salvarmi rischierebbe davvero grosso. Un ventilatore, una macchina, un pezzo di ferro: questo mi rende più fortunato o più sfortunato di Welby?". Sono poche le pagine dedicate alla vita prima dell'incidente. Adolfo è invidioso dell'Adolfo di una volta e non vuole tanto sentir parlare di quell'uomo grande e grosso, forte come un Big Jim, che amava girare in bicicletta tra le sue montagne. Racconta dell'orgoglio che provava nel lavorare come operaio in un piccolo lanificio quando la zona di Biella era famosa in tutto il mondo per la produzione dei tessuti, del suo grande amore, Agnese, che nel 1978 diventerà sua moglie, della sua passione per la Juventus, di cui ancora vede tutte le partite. Ma pensare a quando stava bene gli fa venire il magone e un nervoso tremendo, e gli fa apparire la sua attuale esistenza ancor più insostenibile. "E' la cosa più bella dormire. Perché sogno tanto, e in sogno cammino. Il risveglio è sempre peggio del peggior incubo".

Lunedì, 29 ottobre, 2007 - 17:57
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