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XX settembre
Aggiornato: 29 settimane 5 giorni fa

La Peste Italiana. Il Caso Basilicata(Edizioni Reality Book)

Mar, 19/07/2011 - 10:27

Autore Maurizio Bolognetti

Edizioni Realitybook

Esiste in Italia una congiura del silenzio sui delitti commessi dalla classe politica che ha nella situazione lucana un esempio tra i più nitidi. In questo libro si parla dei motivi per cui la Basilicata è ai primi posti in Italia per decessi da malattie tumorali, la cui incidenza è in costante crescita rispetto al resto del paese. Si parla di una regione in cui la sovrapposizione tra ente controllore e controllato, certamente in materia ambientale, è una costante. Basti pensare al silenzio tenuto per almeno un anno dall'Arpab sul fatto che l'inceneritore Fenice immette mercurio e altre sostanze cancerogene nel fiume Ofanto e che comunque, prima durante e dopo il periodo di omertoso silenzio dell'ente regionale di controllo, nessuno ha provveduto a far fermare. La lettura di questo volume provoca autentico sgomento, perché ne scaturisce una rappresentazione terribilmente documentata dello sfacelo in cui il nostro paese sta precipitando grazie alla incapacità (e alla connivenza?) della nostra classe politica. Nazionale, e locale. Fino a quando le denunce sulle "mattanze" che avvengono in Lucania resteranno nei cassetti delle procure? Il volume è aperto da una prefazione di Carlo Vulpio, e da testi introduttivi di don Marcello Cozzi, Pietro Dommarco, Marco Cappato, e Elisabetta Zamparutti (deputata Radicale, membro della Commissione ambiente della Camera).

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La Ola si appella all'Europa e ricorda la denuncia del Radicali(Gazzetta del Mezzogiorno, 14 luglio 2011)

Sab, 16/07/2011 - 18:57

"La Ola ricorda infatti, che "sull'area la perizia disposta dalla Procura di Potenza, a seguito di due sequestri operati dal Corpo forestale dello Stato della limitrofa Sorgente Acqua dell'Abete e a seguito della denuncia dei Radicali Lucani, ha riscontrato la presenza di metalli pesanti nelle falde idriche e sul terreno."

Lavello(PZ), Fenice: "E Bolognetti attacca il procuratore Arminio"

Mar, 12/07/2011 - 18:40

10 luglio 2011

Lavello(PZ) – Venerdì 8 luglio, nell’ambito della manifestazione “Adesso basta!Fenice va spenta!”, organizzata dal Comitato diritto alla salute e dalla Ola, Maurizio Bolognetti della Direzione di Radicali Italiani è tornato ad interrogare Renato Arminio, sostituto procuratore del Tribunale di Melfi, sulla vicenda dei dati ambientali sottoposti a segreto istruttorio. L’inceneritore Fenice, di proprietà della multinazionale francese EDF, da almeno 4 anni inquina le falde acquifere del fiume Ofanto. La manifestazione, che è stata preceduta da un corteo a cui hanno preso parte cittadini e comitati lucani e della vicina Puglia, si è conclusa in piazzale Sacro cuore.

Intervento di Maurizio Bolognetti a Lavello

Approfondimenti

NuovaTV (Piattaforma Sky), 9 luglio 2011

Nuova del Sud, 10 luglio 2011

 

La gente di Foggia, quella di Lavello e un grido: "No a Fenice"

Mar, 12/07/2011 - 18:38

da Stato Quotidiano, 9 Luglio 2011

Di Piero Ferrante

Ce n’erano un migliaio di persone accorse a Lavello. Tutte, per dire no a Fenice. Tutte per significare, con il proprio corpo, l’estraneità al processo di incenerimento. C’era la Capitanata, soprattutto, molto più che la Lucania. Molto più che la stessa Lavello. C’erano le associazioni di Cerignola, i Comitati. C’erano Legambiente, i Vas e Rifondazione dritti dritti da Foggia. C’erano i seguaci di Gianni Lannes, da Ortanova. C’era la componente di Ordona. Insomma, c’era la provincia di Foggia a far capire che, quell’obbrobrio chiamato inceneritore, di proprietà Edf, non lo si vuole neppure oltre confine regionale.

C’erano un migliaio di persone di ogni età. Accanto al vecchietto ed alla vecchietta, figli e nipoti, carrozzine piene e bimbi in braccio. Nessuna bandiera per dire basta a Fenice. Solo, tanti corpi quanti cuori. Ed una manifestazione radunata dal Comitato “Diritto alla Salute” di Lavello e dall’Organizzazione Lucana Ambientalista. Uomini e donne per le strade del centro del Vulture, ad un tiro di schioppo dall’inceneritore. Di qui, la chiesa del sacro Cuore che fu di don Bisceglia, lampioni a risparmio energetico, biciclette e palloni, trombette e slogan. Di lì, il tanfo di morte, di rifiuti bruciati, il mistero della vita che diventa squallore, l’oltraggio.

Due mondi distinti, quelli di Fenice e di Lavello, fusi soltanto dall’esigenza di lavorare. L’hanno usato come un ricatto goloso, i padroni della spazzatura. Ovvero, se volete la vita, vi tocca scherzare, e pesante, con la morte. L’inganno è durato dieci anni: numeri celati, percolato mortale, camini omicidi, insabbiamenti, connivenze politiche, silenzi. Una cappa che ha portato ad ignorare, qualche mese fa, l’invasione di fumi rossi. “Ma adesso noi ci rifiutiamo di continuare ad essere carne da macello – tuona Nicola Abbiuso, Comitato lavellese”. Già. La popolazione è in strada, in piazza, raggrumata come tanti globuli rossi per cicatrizzare la ferita aperta e sanguinolenta. “Siamo stanchi della strategia del tutto a posto. E’ ora che incomincino a pagare. E, noi, li andremo a scoprire uno per uno”. E’ il redde rationem. La nemesi per chi ha comandato ed ora si trova in posizione di difetto.

Intanto, mentre Fenice è chiusa per manutenzione, l’Aia sempre in corso di valutazione ma lungi dall’approvazione definitiva, a ribellarsi all’attività mortifera dell’inceneritore Edf sono le genti delle piane. I cerignolani sono i più rumorosi. Invitano, con slogan martellanti, tutta la popolazione, anche quella inerme, a manifestare. Avanti a tutti, Abbiuso con la sola potenza di un piccolo megafono fa echeggiare i dati oramai noti. Quelli dei rilevamenti sui pozzi. Quelli delle percentuali lucane di smaltimento dei rifiuti. Li ha mandato giù da tempo. Ingoiati come una medicina scaduta. Non aiutano a star meglio. Anzi: “Altro che rifiuti! Ci avete trasformati nel cesso d’Italia”. L’immagine è efficace. Solo, manca lo sciacquone all’Edf, per seppellire, in un colpo solo, tutto il materiale nocivo accumulato in anni di attività. Le culture sono avvelenate. Ed avvelenati sono i polmoni, il sangue, i cervelli di questa parte di Basilicata.

Tra la folla, svetta, come un pendolino, Maurizio Bolognetti. Si muove ovunque, scatta foto, fa interviste e le riceve. Per lui una giornata grandissima. E’ stato il primo a parlare di Fenice. Il primo a denunciare l’inquinamento delle falde, le machiochie complesse della finanza della monnezza. Il suo messaggio è stato sparso nel vento e si è posato su Lavello, Melfi, Potenza, Foggia, Cerignola. “Devono dire ancora molto laggiù a Potenza”, glissa.

Non molto distante, con il corteo che sfuma nei comizi di chiusura, liberi, liberissimi, il sindaco di Lavello, Antonio Annale. Rimembra le battaglie degli albori, l’opposizione strenua, l’apertura di Fenice. Poi parla di raccolta differenziata, cerca di incolpare provincia e Regione. Anche se, il compito di innestarla, spetta proprio a lui.

E poi, a sorpresa, il Vescovo della Diocesi Melfi-Rapolla-Venosa, Gianfranco Todisco. Non se lo aspettava nessuno. La sua è una presenza gradita ed imprevista. Un ritorno inatteso. “Voi abitanti di Lavello avete lo stesso diritto alla vita di quelli di una grande città”. Poi, invita alla moderazione, all’azione non violenza. All’azione paziente”. Che non sia facile lo si deduce dalle parole di Abbiuso: “Noi non siamo Santi come Gesù Cristo, Monsignore. La pazienza è finita”. Ride ma si capisce che non ne ha voglia. E chi ne ha, in questa strana atmosfera cupamente felice che odora di polveri sottili e nano particelle.

Approfondimenti:

Tutela ambientale, siamo uno stato canaglia (Nuova del Sud, 9 luglio 2011)

Bolognetti: su tutela ambientale l'Italia è uno stato canaglia (La Siritide, 8 luglio 2011)

Bolognetti: sul fronte della tutela ambientale, l’Italia è uno stato canaglia.

Mar, 12/07/2011 - 18:34

Di Maurizio Bolognetti, Direzione nazionale Radicali Italiani:

7 Luglio 2011

Diciamocelo: sul fronte della tutela ambientale, l’Italia è uno stato canaglia. Non solo recepiamo con disarmante e puntuale ritardo tutte le direttive emanate dall’Unione Europea, ma anche quando le recepiamo quelle direttive restano lettera morta, meri suggerimenti. E così succede che soltanto nell’ultimo decennio siamo stati ripetutamente condannati e messi all’indice sul fronte della tutela delle acque, della gestione dei rifiuti, dell’impatto inquinante delle attività industriali. A spulciare l’elenco delle bacchettate inferteci dall’Europa verrebbe da piangere. Prendiamo la gestione del ciclo integrato dei rifiuti, che ha il suo emblema nella cronica “emergenza” partenopea. Ebbene, il 27 maggio di quest’anno, il caos delle discariche, che non è un’esclusiva solo campana, è stato pesantemente condannato dall’UE, che in pratica ci ha detto che le nostre autorità non sono in grado di applicare correttamente le norme scritte da Bruxelles sulla gestione dei rifiuti. Esagera l’Unione? Macché, molte regioni del bel paese sono lontanissime dal raggiungere le percentuali di differenziata già previste dal decreto Ronchi del 1997. E mentre il bel paese continua a dibattersi tra percolati, monnezza che invade le strade, discariche che inquinano, la Commissione Europea nel 2005 affermava l’esigenza di “una strategia tematica sulla prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti”.

Di certo le cose non migliorano se parliamo di qualità delle acque. Nel novembre del 2010, l’Unione Europea blocca l’ennesimo tentativo italiota di rimandare l’applicazione dei limiti di arsenico contenuti nell’acqua di rubinetto. Quei pazzi della Commissione Europea sostengono che l’arsenico può favorire l’insorgenza di tumori e che quindi sarebbe il caso di ridurne la presenza nell’acqua che sgorga dai rubinetti di ben 128 città italiane. Un duro colpo per un paese che a suo tempo pensò di risolvere il problema dell’atrazina elevando i limiti di tolleranza della stessa. Passando dalle acque potabili al trattamento delle acque reflue le cose non vanno certo meglio. Le acque reflue non trattate rappresentano un concreto rischio per la salute umana. Il 19 maggio di quest’anno, la Commissione Europea ci ha fatto sapere che ben 143 città italiane, con una popolazione superiore ai 10mila abitanti, non hanno un impianto fognario adeguato, e così siamo finiti ancora una volta davanti alla Corte di Giustizia Europea per la violazione della normativa UE sul trattamento delle acque reflue. Poca cosa se pensiamo che il 30 per cento degli Italiani non gode di un sistema di depurazione e che ci sono fogne che scaricano a cielo aperto, con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare in termini di inquinamento. Dulcis in fundo la condanna inflittaci dalla Corte Europea il 31 marzo di quest’anno per la violazione della Direttiva 2008/1/Ce, nota anche come direttiva Ipcc, che impone il rilascio di una autorizzazione per tutte le attività industriali e agricole che presentano un notevole impatto inquinante. La direttiva è stata recepita dal nostro ordinamento con il consueto ritardo e naturalmente è stata totalmente disattesa. Nessuna prevenzione e nessuna riduzione integrata dell’inquinamento(per informazioni chiedere ai tarantini). Basti citare un dato: al 30 ottobre del 2009, su 5669 impianti industriali in esercizio ben 1204 erano privi di autorizzazione integrata ambientale. Tra le regioni che hanno fatto guadagnare l’ennesima condanna al nostro paese troviamo anche la Basilicata, dove da 10 anni il famigerato inceneritore Fenice di proprietà della Edf opera senza AIA(autorizzazione integrata ambietale) e in regime di autorizzazione provvisoria.

La verità è che siamo il paese dei furbi, il paese del “fatta la legge trovato l’inganno”. Ne volete la prova? Con il D.LGS 59/2005(integrato nel titolo III bis del D.LGS 152/2006) recepiamo la direttiva 96/61/Ce sulla “prevenzione e riduzione integrata dell’inquinamento”, successivamente sostituita dalla citata 2008/1/Ce. Il D.Lgs 59/2005 stabiliva, all’art. 5 comma 18, che l’AIA dovesse essere rilasciata entro il 30 ottobre 2007. Come da italico costume, allo scadere del termine perentorio viene varata una proroga attraverso il D.L. n.180(30/10/2007), rimandando l’obbligo al 31 marzo 2008. Il termine perentorio, però, è solo apparente, in quanto lo scaltro legislatore inserisce nel Decreto Legge 180 un piccolo articoletto che recita: “Nelle more del rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale di cui al decreto legislativo 18 febbraio 2005, n. 59, gli impianti già in esercizio, per i quali sia stata presentata nei termini previsti la relativa domanda, possono proseguire la propria attività.”

E così di “more” in “more”, impianti che hanno un devastante impatto sull’ambiente e la salute umana hanno potuto continuare ad operare senza AIA e in barba alle direttive UE.

C’è da stupirsi che l’Italia sia da anni condannata dalla Corte di Giustizia Europea? La verità è che in materia di ambiente(e non solo) siamo la cenerentola dell’occidente industrializzato, siamo uno Stato Canaglia, dove spesso ai controlli si sostituisce il conflitto d’interesse e dove la gente crepa in silenzio, vittima di veleni legalizzati o non monitorati. Anche questo è, ahinoi, un capitolo della “Peste italiana”.

Carceri lucane: Radicali sui casi Sacco e Naw(Basilicatanet, 7 luglio 2011)

Gio, 07/07/2011 - 15:12
da basilicatanet 07/07/2011 12:33

BAS - La deputata radicale Rita Bernardini ha interrogato i ministri della Giustizia e della Salute sui casi di Rosa Sacco e Camara Naw, detenuti rispettivamente nel carcere di Potenza e nel carcere di Matera.

"Nelle vicende Sacco e Naw troviamo la conferma di tutto quello - si legge in una nota congiunta a firma di Rita Bernardini (commissione Giustizia della Camera dei Deputati) e Maurizio Bolognetti, della direzione nazionale Radicali italiani - che denunciamo da tempo. Un provvedimento di amnistia è, al punto in cui siamo, l’unica soluzione praticabile per riportare dentro una cornice di legalità il sistema penitenziario e per consentire alla macchina della giustizia di tornare a funzionare, stante l’enorme carico di processi accumulatisi. Oggi, in Italia vige quell’amnistia clandestina e di classe chiamata prescrizione. Noi vogliamo un’amnistia legale, un’amnistia per la Repubblica, per riportare nella legalità la nostra Repubblica almeno sul fronte carceri-giustizia, per il rispetto di convenzioni internazionali, del diritto e dei diritti e degli articoli 2 e 27 del dettato costituzionale".

Carceri lucane: i casi Sacco e Naw assurgono ad emblema di quanto denunciato dai Radicali

Mer, 06/07/2011 - 21:08
Latronico, 6 luglio 2011   Di Maurizio Bolognetti, Direzione Nazionale Radicali Italiani   Quante volte con Marco Pannella abbiamo ripetuto che da decenni in Italia si stanno realizzando “forme di detenzione che non sono previste e tollerate dalla legge italiana e internazionale”. Mentre lo sciopero della fame del leader Radicale va avanti da 77 giorni, nella mozione generale approvata dall’ultimo Comitato nazionale di Radicali Italiani abbiamo nuovamente sottolineato lo stato di illegalità antidemocratica in cui versa l’intera Repubblica Italiana, con il pianeta giustizia e il pianeta carceri che di questa illegalità assurgono ad emblema. L’azione nonviolenta dei Radicali, di Pannella, di Rita Bernardini, di Irene Testa, “ha visto impegnati e coinvolti insieme ai militanti radicali e associazioni come Antigone e Ristretti Orizzonti, oltre 15 mila detenuti, 4 mila loro familiari e decine di agenti, psicologi penitenziari, educatori, direttori di carcere, avvocati dell’Unione camere penali, esponenti di sindacati di polizia e volontari”.  Questa mattina, per la prima volta nella loro storia, i direttori delle carceri e quelli degli uffici dell’esecuzione penale esterna scenderanno in piazza per “protestare” - hanno scritto – “sullo stato penoso del sistema carcerario italiano”. Il segretario nazionale del Si.Di.PE, Enrico Sbriglia, ha tra l’altro dichiarato di non essere contrario ad una proposta di amnistia, “soprattutto se servirà a riportare dentro una cornice di legalità il sistema penitenziario”. E proprio ad ulteriore testimonianza di quanto drammatica sia la situazione che da tempo andiamo denunciando, emerge in queste ore in Basilicata il caso di due detenuti: Rosa Amato e Camara Naw. Entrambi i casi sono emblematici di una detenzione che rischia di tramutarsi in tortura. Rosa Sacco, da 7 mesi ospite della sezione femminile del carcere di Potenza, fa parte di quel 40 per cento di detenuti in attesa di giudizio. Rosa, 11 anni fa ha subito un trapianto di rene. Ed è proprio a Potenza che inizia la sua via crucis. In base a quanto appreso, i sanitari del carcere di Potenza, incomprensibilmente, non avrebbero somministrato alla ventinovenne calabrese un indispensabile farmaco antirigetto. Inoltre, sembrerebbe che quando la Sacco ha protestato, anziché rendersi conto che stavano mettendo a repentaglio la sua vita e la sua salute, i sanitari potentini avrebbero somministrato alla detenuta, anziché il farmaco salvavita di cui ha bisogno, degli ansiolitici. Risultato finale di questa situazione - che se dovesse trovare conferma sarebbe un incredibile caso di malasanità - Rosa Sacco è attualmente ricoverata in gravi condizioni presso l’ospedale di Matera. E veniamo al secondo caso, che ha per protagonista un detenuto extracomunitario: Camara Naw. Il 27 giugno 2011, Naw che, particolare non irrilevante, tra 19 giorni dovrà uscire per fine pena, si ustiona gravemente nel carcere di Matera. Dopo il ricovero in ospedale, il detenuto viene nuovamente tradotto in carcere il 2 luglio. Ad accompagnarlo le prescrizioni dei sanitari che prevedono una medicazione da farsi in carcere il 4 luglio e una seconda medicazione da effettuarsi in ospedale il 6 luglio. In base a quanto apprendiamo, sembrerebbe che in un primo momento i sanitari del carcere di Matera avrebbero disposto che il detenuto venisse medicato direttamente nella cella, in un ambiente tutt’altro che sterile. Sembrerebbe anche che solo a seguito del rifiuto opposto dall’infermiere incaricato, lo stesso sia stato medicato nell’infermeria del carcere, ambiente anche questo tutt’altro che idoneo. Perché a una detenuta trapiantata non è stata fornita un’adeguata assistenza sanitaria? Perché i sanitari del carcere di Potenza non sapevano che la Sacco aveva bisogno di assumere quotidianamente un farmaco antirigetto? E soprattutto vorremmo chiedere a chi di dovere, a chi ha facoltà di decidere: le condizioni di Rosa, detenuta in attesa di giudizio, sono compatibili con la detenzione? E ancora, in riferimento al caso di Camara Naw ci chiediamo: E’ stato opportuno disporre nuovamente la traduzione in carcere di un detenuto gravemente ustionato? Chi ha disposto che le medicazioni prescritte venissero effettuate in cella e non in infermeria? Non sarebbe stato opportuno, considerando le condizioni del detenuto, trattenerlo in ospedale? Le condizioni di salute di Camara Naw sono compatibili con la detenzione? L’infermeria della struttura carceraria materana è in grado di garantire un’adeguata assistenza? Di tutta evidenza, in questi due casi, troviamo una conferma a quanto andiamo da tempo denunciando sulle condizioni di detenzione e su carceri che sono diventate autentici luoghi di tortura per detenuti e agenti di Polizia penitenziaria.   Approfondimenti   SOSTENIAMO MARCO PANNELLA          

Tgr Basilicata, 6 luglio 2011

Mer, 06/07/2011 - 21:05
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