ChiaraLalli


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Aggiornato: 29 settimane 5 giorni fa

A 30 anni dal debutto dell’AIDS

Sab, 16/07/2011 - 13:27
Sono passati oltre 30 anni dal debutto dell’Aids. Era l’inizio di giugno del 1986: il Morbidity and Mortality Weekly Report riportava il caso di 5 uomini omosessuali con una patologia mai vista prima. Sarebbe impossibile anche solo provare a raccontare quel debutto e le sue conseguenze, sia fattuali che emotive. Impossibile offrire un resoconto delle tante persone colpite direttamente dal virus e dall’etichetta di “appestato” e di quelle che hanno visto amici, figli, partner ammalarsi e morire; degli articoli scritti, delle leggi proposte e approvate, della confusione e della paura, degli avanzamenti medici.

Quella patologia avrebbe stravolto per sempre i rapporti tra le persone e la vita di milioni di individui – questo lo si era capito fin dall’inizio. Oggi lo scenario è molto cambiato da quegli anni ’80, soprattutto nei Paesi e nei contesti in cui l’accesso alle informazioni e alle terapie è più facile e diffuso.

Quindici anni fa è stata introdotta la terapia antiretrovirale e oggi molte persone affette da Hiv possono condurre una esistenza non abissalmente diversa da quella senza virus. A questo proposito è significativa la posizione della legge 40/2004 sulle tecniche di riproduzione artificiale: la legge italiana ha escluso e discriminato quanti sono affetti da Hiv imponendo come condizione necessaria la sterilità (non sono i soli a essere discriminati, ma in compagnia di quanti soffrono di una patologia genetica o virale). Poi le linee guida del 2008 hanno concesso un piccolo spiraglio: in una coppia in cui l’uomo è affetto da Hiv si può fare ricorso alle tecniche. Nulla si dice per le coppie in cui sia la donna a soffrire della patologia. Fin da qui possiamo farci una idea di come l’Italia abbia a cuore alcuni cittadini (dovrebbe essere superfluo ma è bene esplicitarlo: le tecniche proteggono il partner e il nascituro dal rischio di contagio). La tecnologia avanza e offre soluzioni, la legge e l’arroganza costringono le persone a vivere peggio di quanto potrebbero.

Nonostante gli avanzamenti medici non mancano, naturalmente, le difficoltà. Tra le difficoltà vi è senz’altro l’ignoranza e la visione resistente dell’Hiv come una forma di pestilenza moralizzatrice, appesantita cioè dall’idea della responsabilità. Te la sei cercata, di cosa ti lamenti?

iMille, 11 luglio 2011.

Biotestamento, io dico no al referendum

Ven, 15/07/2011 - 11:15
Mental Institution #36, Richard Avedon
In queste settimane di accese discussioni (vedi Galileo: Perché la legge sul biotestamento è brutta e arrogante) sulle direttive anticipate c’è chi propone il referendum come rimedio alla violazione della nostra libertà compiuta dall’intrusivo disegno di legge prossimo all’approvazione.

Questa proposta potrebbe sembrare di primo acchito una soluzione, senz’altro in extremis ma pur sempre una soluzione. E invece rischia di costituire un ulteriore passo verso il baratro della violazione di un principio cardine di ogni Stato liberale: esiste una sfera privata e individuale in cui nessuno può permettersi di entrare. Quella sfera è la nostra libertà, intesa come assenza di interventi esterni, intesa come assenza di coercizione legale. Certo, si dirà, una volta approvata una legge liberticida, come potremmo difenderci? Affermare che non si sarebbe dovuti arrivare a questo punto non cambierebbe il panorama. Probabilmente però sarebbe preferibile l’intervento della Corte Costituzionale, proprio come accaduto per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (vedi Galileo: Eterologa: un’altra ordinanza alla Corte Costituzionale), come estrema difesa e come mezzo per riaffermare quanto è stato messo in discussione. Nemmeno la Corte Costituzionale sarebbe una risposta ideale, ma forse sarebbe meno rischiosa.

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Il paese che dimentica l’Aids

Mer, 13/07/2011 - 10:17
Ieri si è svolto il Forum Italiano della società civile sull’Hiv/Aids in attesa della Sesta Conferenza IAS su Patogenesi, Trattamento e Prevenzione (6th Conference on HIV Pathogenesis, Treatment and Prevention IAS2011) che si terrà a Roma dal 17 al 20 luglio prossimi.
Organizzato da numerose associazioni (Actionaid, ANLAIDS, Arcigay, Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, Gruppo Abele, LILA, Nadir, NPS Italia Onlus, Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS, Movimento Identità Transessuale, Villa Maraini), il Forum si inserisce nel progetto Verso Roma 2011 dell’Istituto Superiore di Sanità e denuncia il non mantenimento delle promesse del governo italiano in materia di lotta all’Hiv/Aids e le molte altre carenze che ancora oggi affliggono i tentativi di contrastare il diffondersi dell’infezione e di garantire una qualità di vita decente alle persone con Hiv/Aids.

L’ITALIA PEGGIO DI 30 ANNI FA - In Italia i problemi sono molti e sembrano essere peggiorati rispetto ad alcuni anni fa, a cominciare dal mancato versamento della quota annuale al Global Fund dal 2007/2008.
Le criticità e le proposte per affrontare una situazione tanto difficile sono sintetizzate da un documento che il Forum ha stilato e discusso: la Dichiarazione di Roma, che si può sottoscrivere ancora per qualche giorno e che sarà presentata allo IAS e poi inviato alle istituzioni italiane.
Ora più di allora!, è forse la parola chiave della dichiarazione. Ora, cioè, più di 30 anni fa è necessario incentivare la ricerca, la prevenzione, la cura e i diritti. “Perché ora, dopo 30 anni, non esiste ancora una cura definitiva per l’infezione da HIV e la ricetta per arrestare e gestire questa epidemia deve passare da consolidate politiche di prevenzione, da un’assistenza socio-sanitaria adeguata, dalla disponibilità dei farmaci e della diagnostica per tutti, dalla difesa dei diritti e la lotta contro lo stigma in ogni contesto” - così comincia la Dichiarazione di Roma.
Il documento propone una fotografia del fenomeno e poi elenca le mosse necessarie alla lotta alla infezione e alle implicazioni sanitarie e sociali. Discriminazione, violazione della privacy, stigma sociale sono piaghe ancora diffusissime e che vanno ad esasperare una condizione già gravata dalla patologia.

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Perché la legge sul biotestamento è brutta e arrogante

Ven, 08/07/2011 - 15:48

“Signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, ritengo che per il credente la sua vita appartenga a Dio. Chi non ha la fortuna di avere la fede è convinto che la sua vita appartenga a lui stesso. Ma su una cosa entrambi concordano: nessuna persona o gruppo di persone ha il diritto di interferire nel rapporto fra loro e la loro vita” (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico). Così comincia l’intervento in aula di Antonio Martino, ex ministro, tra i fondatori di Forza Italia e di estrazione liberale. La discussione verte sulla legge sulle direttive anticipate, oggetto di un acceso dibattito fuori e dentro il Parlamento ormai da molti mesi, e recentemente tornata di attualità dopo la ripresa, in questi giorni, delle votazioni sugli emendamenti alla Camera.

Le parole di Martino potrebbero essere un dettaglio del tutto irrilevante, se non fosse che descrivono puntualmente il clima di un Parlamento che dovrebbe essere laico e legiferare per tutti i cittadini senza considerare le credenze religiose. E rimandano l’atmosfera in cui si redige una legge che dovrebbe abbandonare le premesse dogmatiche, come l’appartenenza a Dio della nostra vita.

(E questo è solo l’inizio...). Galileo, 8 luglio 2011.

Tutti sanno

Ven, 01/07/2011 - 10:35
Cammina un po’ impacciato, dinoccolato, quasi caracollante. L’esordio è una emozione forte, magari ti fa anche cambiare andatura. E anche il contesto può intimidire: il Salone del libro di Torino. Sei al tuo primo libro, sei giovane e vuoi consigli e pareri da chi dovrebbe saperla lunga: scrittori e giornalisti e protagonisti delle shobiz indigeno.
Si presenta come Manuele Madalon e chiede ai malcapitati se hanno amato il suo L’implosione. (Per chi si è perso L’uomo dell’anno).
Vittorio Sgarbi, che Madalon ringrazia per avere letto il suo libro e per avere risposto, per incoraggiare il neofita commenta che gli è sembrato “misterioso e sottile”. A Lucia Annunziata L’implosione ricorda proustianamente la Torino di Culicchia, tanto da avere confuso i due scrittori. E soprattutto Giancarlo De Cataldo è entusiasta: “Tu hai un tuo mondo di riferimento, lo racconti in un modo estremamente autentico, c’è ovviamente qualche parte tipica delle opere prime, ansia di metterci dentro tutto, non ti devi nascondere e riservare niente per domani. Poi però nello stesso tempo, te lo dico da padre di un ragazzo di 18 anni, c’è uno sguardo rivelatore sul mondo che a me arriva estraneo. L’opera seconda sarà più matura. Forse puoi anche mantenere lo scenario perché va ancora esplorato”. Federico Moccia gli dà una pacca sulla spalla “lei è sicuramente fortissimo”. Serena Dandini di fronte alla insistenza di Madalon si schernisce “Ah!, come no certo, scusa eh!”.
Giorgio Faletti ha amato “tutto l’insieme”, Sergio Rizzo lo definisce “un buon avvio”.
Insomma, per un esordio è un successo.
Peccato che il libro non sia mai stato scritto e che quindi nessuno possa averlo letto. Siccome lo sai prima, le risposte non sono soltanto un po’ banali e a volte incomprensibili (questo sarebbe un peccatuccio da educande), sono esilaranti. O chissà se lo sono più le espressioni convinte da “bravo!”, quelle di chi è nella posizione di offrire consigli. “Si sa che la gente dà buoni consigli/se non può più dare cattivo esempio”. Loro hanno fatto entrambe le cose.

Continua su Il Mucchio Selvaggio di luglio/agosto: una chiacchierata con Gabriele Madala, gli scherzi di Alan Sokal e delle teste di Modì, qualche domanda a Nicla Vassallo sulle false testimonianze, e poi quel Tommaso Debenedetti e tutte le sue false interviste.

Open

Lun, 27/06/2011 - 16:37
Quando cominci a leggere sei davanti alla tv di notte a guardare gli US Open. Mentre rileggi il resoconto dell’ultima partita di Agassi prima del ritiro, ti ritrovi a volere che vinca e a fare il tifo, anche se non ha nessun senso perché è già successo, è una partita che è stata già giocata e di cui ricordi il risultato. Eppure stai lì a sperare “tira più forte!”.
Non bisogna avere amato Agassi e il tennis di quegli anni per apprezzare questo libro. Ci sono tante altre ragioni.
La descrizione dei giornalisti per esempio, assetati di scandali e spesso troppo interessati ai suoi capelli e alle sue tenute stravaganti (l’hot lava psichedelico o i calzoncini in jeans).
A proposito del Roland Garros del 1996, un periodo di brucianti sconfitte, Agassi scrive: “I giornalisti sportivi mi accusano di aver perso volutamente, di non aver attaccato ogni palla. Non capiscono mai. Quando perdo volutamente, dicono che non sono abbastanza bravo; quando non sono abbastanza bravo, dicono che ho perso di proposito”.
E soprattutto dopo l’annuncio del ritiro, il divario tra le parole dei commentatori e il racconto di Agassi sembra incolmabile.
“Bud Collins, il venerabile commentatore storico del tennis [...] sintetizza la mia carriera dicendo che mi sono trasformato da punk a modello di paragone. Sono sconcertato. Secondo me, Bud ha sacrificato la verità sull’altare dell’allitterazione. Non sono mai stato un punk più di quanto sia un modello adesso”. Nessuna trasformazione da una cosa a un’altra, ma la formazione di qualcosa dal niente di un talentuoso ragazzino, confuso e ribelle come tanti ragazzini sono. Quando hai tutta l’attenzione puntata addosso, ogni stupidaggine diventa il pretesto per un massacro. E quando sei un ragazzino è facile fare stupidaggini. In effetti sono buffe anche alcune rassicurazioni: passerà, basta cominciare a vincere e passerà, gli dice un amico d’infanzia. Agassi però è perplesso: “Vincere? E a che serve? Perché vincere dovrebbe cambiare l’opinione che la gente ha di me? Che io vinca o perda, rimango sempre lo stesso”.

Su Il Mucchio Selvaggio di luglio-agosto.

Amore di plastica

Lun, 27/06/2011 - 12:08

Che cosa si cerca in una bambola? Quali sono le motivazioni che spingono qualcuno a comprare una Real Doll? Per molti sarà squallido e triste e falso - come se tutte le relazioni con altri esseri umani fossero interessanti e allegre e “vere” - ma se il controfattuale per l’acquirente X fosse la solitudine? O peggio?
Hanno qualcosa in comune con quelli che amano e “sposano” un animale?
Forse la lettera di Tom allo staff di Abyss non fornisce una risposta, ma suggerisce un punto di osservazione: “Le ragioni per cui ho deciso di comprare una bambola sono varie: ero un single (abbastanza felice), ma una volta che mi resi conto che questa bambola avrebbe potuto cambiare la mia vita di solitudine, ho cominciato a cercare in Rete. […]
È qui da circa 4 ore e ogni volta che entro nella stanza mi spavento un po’ come se qualcuno fosse davvero seduto lì. Questo significa che mi ha dato la sensazione di essere in compagnia dal primo minuto, e non avrei mai creduto che fosse possibile.
[…] A qualche giorno di distanza posso dire: sta andando sempre meglio. Le cose che scopri… Le cose che puoi o devi fare: fare shopping per lei, prendersene cura (lavarla, incipriarla), vestirla, muoverla… Baciarla, accarezzarla, coccolarla, sdraiarsi accanto a lei, tenerle la mano, lavarle la parrucca… […] Sono così felice di averla con me!”.
Tom sarà fuori di testa? Forse sì. Però se fosse vero quanto lui scrive (“Sono così felice di averla con me!”), non sarebbe già abbastanza per ripensare la condanna assoluta, considerando che non
fa male a nessuno? La sua felicità è irrimediabilmente fasulla e vergognosa? Siamo convinti che una genuina infelicità sia necessariamente preferibile a una felicità fittizia?

Su Il Mucchio Selvaggio di luglio-agosto 2011 (in Real Dolls).

The Lazarus file: la poliziotta assassina incastrata dal Dna. Vent’anni dopo

Dom, 26/06/2011 - 20:42
Il 24 febbraio 1986 John Ruetten torna a casa e trova sua moglie Sherri in un lago di sangue. Sembra una rapina finita male e la polizia di Los Angeles indaga senza successo. Solo dopo oltre 20 anni si comincia a intravedere la verità, grazie all’avanzamento della scienza forense. Tra poche settimane comincerà il processo a carico di Stephanie Lazarus, accusata dell’omicidio di Sherri Rasmussens.

Il lungo articolo di Matthew McCough su The Atlantic, The Lazarus File, è insieme un resoconto della tragica morte di una giovane donna e una affascinante ricostruzione di come si sia passati dalle impronte digitali alle tecniche di analisi del DNA sempre più sofisticate.
In sintesi la storia è questa: verso le 6 del pomeriggio di quel 24 febbraio John Ruetten capisce subito che qualcosa non va perché la porta del garage è aperta e la BMW che ha regalato alla moglie non c’è - eppure Sherri dovrebbe essere a casa.
Entra in casa e trova il corpo della giovane donna nel salone; in casa evidenti segni di colluttazione. L’allora capo della squadra omicidi, Lyle Mayer, ipotizza che qualcuno sia entrato dalla porta non chiusa a chiave e sia stato sorpreso da Sherri, al piano di sopra. Dopo un tentativo di fuga da parte dell’aggressore e di difesa da parte di Sherri, quest’ultima era stata stordita e poi uccisa con tre pallottole: cuore, polmoni, colonna vertebrale. Nessuno aveva sentito colpi d’arma da fuoco, solo un po’ di trambusto e un grido, ma aveva ipotizzato che fosse un banale litigio.
L’assassino era poi fuggito rubando la BMW che John aveva regalato alla moglie. In casa, però, non era stato rubato nulla, nemmeno i gioielli di Sherri lasciati ben in vista. Mayer ipotizza che sia a causa della fuga frettolosa.
Il corpo viene esaminato solo alle 2 di notte. Lloyd Mahany cerca tracce e indizi sul corpo di Sherri. Ha un morso su un braccio che si rivelerà cruciale, anche se molti anni dopo.
Intanto arrivano a Los Angeles i genitori di Sherri. Il padre racconta a Mayer che la figlia si era lamentata di una ex fidanzata di John: qualche tempo fa era piombata in ospedale dove Sherri lavorava. Non ricordava il nome, ma sapeva che era un poliziotto ed era convinto che dovesse essere la prima sospettata - non certo il marito! L’appunto di Mayer non sembra suscitare interesse. Intanto la BMW viene ritrovata circa una settimana dopo, ma non c’è nessun indizio.
L’ipotesi della rapina viene rinforzata dal verificarsi di un episodio simile vicino alla casa di Sherri e John. I genitori offrono 10,000 dollari per qualsiasi informazione utile per scoprire l’assassino e il dipartimento di Los Angeles è concentrato su due presunti rapinatori latinoamericani.

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La scorciatoia bugiarda di Assuntina Morresi

Dom, 19/06/2011 - 13:07
Assuntina Morresi non è nuova alle interpretazioni fantasiose e poco attente alla letteratura scientifica.
Ieri se la prende, per l’ennesima volta, con la Ru486, con l’interruzione di gravidanza e con la contraccezione d’emergenza che in realtà sarebbe un mezzo abortivo camuffato (La scorciatoia bugiarda dell’aborto inconsapevole, Avvenire, 18 giugno 2011). Ma andiamo per ordine.
Il primo problema è l’affermazione di Morresi sulla Ru486, ovvero il farmaco che induce farmacologicamente l’interruzione di gravidanza - il cosiddetto aborto medico o farmacologico - invece di intervenire chirurgicamente. Morresi sostiene che il suo uso sarebbe difficilmente conciliabile con la legge 194 che nel 1978 ha normato l’interruzione di gravidanza. Nel 1978 questa possibilità non esisteva, tuttavia all’articolo 15 si legge: “Le regioni, d’intesa con le università e con gli enti ospedalieri, promuovono l’aggiornamento del personale sanitario ed esercente le arti ausiliarie sui problemi della procreazione cosciente e responsabile, sui metodi anticoncezionali, sul decorso della gravidanza, sul parto e sull’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza” (il corsivo è mio).
L’altro ostacolo pretestuoso riguarda il ricovero in una struttura sanitaria - così come previsto dall’articolo 8 della 194. Due anni fa l’Agenzia Italiana per il Farmaco aveva sottolineato la necessità di garantirlo come prova del rispetto della legge sulla interruzione di gravidanza. Il motivo di questa decisione? La risposta non è semplice, ma il richiamo all’articolo 8 sembra insoddisfacente (qui Giuseppe Regalzi aveva commentato il comunicato stampa dell’Aifa).
Il problema dunque non sembra tanto essere che la legge 194 non possa conciliarsi con la Ru486, ma che Morresi non approvi l’interruzione di gravidanza, soprattutto se eseguita in modo meno invasivo per le donne (già abortire è moralmente ripugnante, ma almeno che si soffra il più possibile e che non si possa scegliere). Nel corso del tempo le strategie di Morresi sono passate dall’affermazione della pericolosità della Ru486 per le donne all’accusa di “aborto fai da te”, colpevole anche di eliminare lo spazio di colloquio con la donna da parte di quanti vorrebbero dissuaderla. Scriveva infatti nel 2008: “La 194 invece, propone una casistica e pretende la valutazione e la certificazione di un medico. Proprio per permettere di discutere le motivazioni che spingono ad abortire, dà molto spazio al colloquio con le donne e prevede un periodo di riflessione - sette giorni - fra la concessione del certificato per abortire e l’intervento. Avere uno spazio in cui inserirsi per incontrare le donne e per ascoltarle è fondamentale: è questo il momento in cui lavorano i volontari dei “Centri di Aiuto alla Vita”. È questo il motivo per cui stiamo lottando contro la pillola abortiva Ru486, sinonimo di “aborto fai da te”, un modo di abortire in cui incontrare le donne diventa impossibile” (Una battaglia per la vita a trent’anni di distanza, ilsussidiario.net, 17 marzo 2008).

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La verità, vi prego, sulla contraccezione d’emergenza

Mar, 14/06/2011 - 12:41
Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune: Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale.
Il documento parte dalla definizione di contraccezione d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La contraccezione d’emergenza si definisce come “metodica contraccettiva”, poiché può solo prevenire e non interrompere una gravidanza”.
Va assunta in caso di un rapporto sessuale non protetto o nel caso in cui sia stato usato scorrettamente un altro mezzo contraccettivo. L’effetto sarà inversamente proporzionale al tempo trascorso tra il rapporto a rischio e l’assunzione del farmaco.
Dopo le descrizioni tecniche sulle confezioni disponibili in Italia e autorizzate dall’Aifa, il documento si sofferma sulla questione più importante: come funziona la contraccezione d’emergenza. Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si afferma: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto” (il corsivo è mio).

Non esiste una normativa ad hoc e, in modo condivisibile, il documento rimanda a due leggi: quella del 1975 sui consultori familiari (legge 405 del 29 luglio 1975; prima di allora i contraccettivi erano illegali) e quella del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza (legge 194 del 22 maggio 1978). Queste leggi garantiscono l’accesso ai mezzi contraccettivi. Non solo: il Comunicato del Ministero della Sanità n. 254 del 1 novembre 2000 afferma esplicitamente che “l’uso di questa pillola non viola la legge dello Stato…il farmaco oggi a disposizione…si concretizza come un mezzo di prevenzione dell’aborto e sottrae la donna al rischio di trovarsi di fronte a scelte drammatiche”.
E ancora “nel documento di schema d’Intesa Stato–Regioni per una migliore applicazione della Legge 194, del 15 febbraio 2008, in cui si sottolinea la necessità di:
- Garantire congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di precedenza, per alcune richieste come: contraccezione d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione urgente per interruzione volontaria di gravidanza;
- Prevedere la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica).
Ben definito è quindi il diritto della donna alla prescrizione della contraccezione d’emergenza”.

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Uomini e topi

Ven, 27/05/2011 - 09:38

Nel dicembre 2010, su queste pagine, Umore Maligno fa una battuta sulla sperimentazione animale. I protagonisti sono un cagnolino sottratto alla ricerca medica e un bambino che sta morendo di leucemia. Nelle settimane seguenti alla redazione del Mucchio arrivano molte mail di protesta. I temi più comuni e ricorrenti sono l’inopportunità di fare dell’ironia su un argomento tanto spinoso e l’inutilità della sperimentazione animale. In tutte le lettere si condanna la vivisezione. La scelta del termine è significativa (box). Riguardo alla critica che scherzarci su non sarebbe ammesso o gradito, ognuno sceglierà se concordare o sollevare dubbi al riguardo. L’ironia è un’indubitabile manifestazione di cinismo indifferente? I controesempi, dai giullari a Train de vie, sarebbero tanto numerosi da portarci su un altro piano e su un altro pezzo. Lasciamo da parte il come si parla e si scrive e arriviamo ai contenuti: l’aspetto che più colpisce del dibattito sulla sperimentazione animale è il disaccordo sulla utilità scientifica del ricorso agli animali.
(A CHE) SERVE LA SPERIMENTAZIONE ANIMALE?
Decido di saperne di più sulla storia e sui risultati medici ottenuti passando attraverso la sperimentazione animale e di parlarne con Gilberto Corbellini, professore ordinario di Storia della medicina alla Sapienza di Roma.
Quando è cominciata la sperimentazione animale e che cosa oggi dobbiamo alle ricerche passate? Come sarebbe la nostra esistenza senza? Corbellini ci riporta al 300 a.C. e alla scuola medica di Alessandria: la filosofia naturalistica antica cerca di capire come funzionano gli organismi viventi. Comincia la sperimentazione sugli animali umani e non umani. “Galeno, circa quattro secoli più tardi, ha costruito la sua dottrina fisiologica sulla sperimentazione animale. C’erano molte ingenuità, perché trasferiva agli uomini le osservazioni fatte sulle scimmie, sugli ungulati e sui cani, senza rendersi conto che non era possibile trasferire per analogia all’uomo queste osservazioni. Pensava che l’utero umano fosse a forma di corno, perché così era quello di cane”.

[...]

LA COSCIENZA DEGLI ANIMALI
Il manifesto dell’iniziativa nata esattamente un anno fa e voluta da Maria Vittoria Brambilla per promuovere il rispetto per “i nostri amici a quattro zampe” solleva perplessità fin dal titolo. Gli animali non umani avrebbero “un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti”.
Quando si passa alla gerarchia di importanza, allora si perde davvero la pazienza.
- È necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia.- Va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.- Va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.- Va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.- Deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.- Va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.- Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.A parte la vaghezza dell’elenco e la mancanza di ipotesi per realizzare i punti indicati, a parte l’uso del termine “vivisezione”, a parte l’invito a regolamentare pratiche già regolamentate o a vietarne altre che già costituiscono reati (giustamente!, come l’abbandono o i maltrattamenti), a parte la perplessità di trovare Umberto Veronesi tra i firmatari del manifesto (sostiene il divieto della sperimentazione lui che incarna contemporaneamente la lotta ai tumori?), la promozione della sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per farne pellicce lascia davvero sgomenti.
Si vuole vietare l’importazione di animali esotici e solo sensibilizzare sulle pellicce? Allevare e scuoiare ermellini e volpi è moralmente preferibile alla detenzione in uno zoo? E secondo quale gerarchia? Quella delle prime alla Scala di Milano?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.

Di mamma ce n’è una sola (per fortuna)

Ven, 27/05/2011 - 09:18
Eden Wood, 4 anni.
Qualche giorno fa su The Sun compare un pezzo che ha tutte le caratteristiche giuste per stare proprio su quel quotidiano: I inject my 7-year-old girl with Botox, fill her lips and I have tattooed her eyebrows (6 may 2011). La tentazione è quella di pensare che stavolta hanno davvero esagerato e che, come spesso accade, i dettagli saranno stati gonfiati al solo scopo di attirare una morbosa e massiccia curiosità. La realtà, però, sembra essere più estrema e, a dirla tutta, difficile da ricostruire. Qualche giorno dopo circola infatti la dichiarazione giurata della protagonista della vicenda: si sarebbe inventata tutto per 200 dollari (Botox Mom: I MADE IT ALL UP FOR MONEY!, Tmz, 19 may 2011). Non è che come smentita convinca poi molto di più della notizia originaria, ma forse è perché il dubbio si è ormai insinuato in noi irrimediabilmente - come succede dopo un paio di falsi allarmi “al ladro!, al ladro!” o come succedeva alle oche di Konrad Lorenz, disinteressate ai richiami troppo frequenti della madre bipede dopo le prime volte. Il dubbio rimane anche perché la saga continua e sembra difficile per noi - se non impossibile - controllare tutti i retroscena e i particolari. E soprattutto perché un articolo di marzo annunciava una storia simile, seppure con alcuni particolari diversi e con nomi diversi: la figlia qui aveva 8 anni e invece di Bree, come nel pezzo di maggio, viene chiamata Britney (I’m injecting my eight-year-old with Botox and getting her body waxes so she’ll be a superstar, The Sun, 23 march 2011).Comunque sia andata la storia di Bree/Britney e di sua madre Sharon Evans/Kerry Campbell/Sheena Upton (quest’ultimo sarebbe il vero nome della donna), la vicenda è interessante e forse può essere anche considerata sintomatica di un gusto diffuso da parte della stampa nel cercare gli angoli più in ombra, nel forzare la cronaca fino alle ossessioni, nel manifestare un compiacimento nei confronti di un comportamento da mettere alla gogna. Certo, siamo partiti da un pezzo pubblicato da The Sun, ma saremmo disonesti a limitare al quotidiano inglese questa mania.

Cominciamo con la storia di Sharon e Bree nella versione riportata dall’articolo di maggio. Sharon, madre single di 33 anni che vive a San Diego, ha iniettato botox (aveva seguito anni fa un corso da estetista, garantisce Sharon) alla figlia Bree di 7 anni e le ha tatuato le sopracciglia per migliorarne la forma (si era fatta spiegare come si fa da un suo ex fidanzato tatuatore). Perché “she is desperate for her daughter to be famous”. Già, famosa almeno quanto Willow Smith, figlia di Will e Jada Pinkett Smith.

iMille Magazine, 27 maggio 2011.

Padre nostro

Mer, 25/05/2011 - 11:40

L’uscita recente e pressoché contemporanea di tre inchieste riguardanti per diversi aspetti il Vaticano, ci dà l’opportunità di tornare su alcuni argomenti: partendo dall’analisi di documenti - accessibili a tutti e noti ma spesso sottaciuti - abbinati a pareri, scomodi e competenti, si delinea una panoramica interessante sugli aspetti politici-economici-religiosi della Chiesa Cattolica. Dal Papa rockstar, ora santo, alla inattuabile conciliazione tra omosessualità e fede fino alle antenne di Radio Vaticana (di Massimo Del Papa, Chiara Lalli e Beatrice Mele).

Chiesa e omosessualità
L’omosessualità e la chiesa cattolica sono argomenti complessi e già abbastanza scottanti se considerati singolarmente, soprattutto in un Paese come il nostro il cui i dibattiti scivolano facilmente nel più scomposto litigio da cortile. Se li metti insieme, poi, si rischia il corto circuito. Qual è la chiesa? Quella delle gerarchie oppure quella fatta dalle persone credenti o dai preti “dal volto umano”? E come si fa a dichiararsi cattolici dopo avere letto i documenti della congregazione della fede? Insomma, che cosa significa essere cattolici e come si concilia il rispetto dei precetti con la libertà di coscienza? Sono solo alcune delle domande che potrebbero venire in mente al riguardo.Ilaria Donatio in Opus Gay (Newton & Compton, 2011) offre alcuni strumenti e alcuni spiragli per orientarsi in questo labirinto.
Forse le parti più interessanti del libro sono due: il capitolo Magisteri, quello che i documenti ufficiale (non) dicono e il capitolo Scritture, l’omosessualità nella Bibbia. Più interessanti perché costituiscono due condizioni necessarie per partecipare al dibattito che riguarda la natura del rapporto tra chiesa e omosessualità: contraddizione? Conflitto? Oppure possibilità di convivenza e a quali condizioni? E aggiungerei: questo dibattito è privato oppure avviene nello spazio pubblico? Quale ruolo deve avere la chiesa in uno Stato laico?

Su Il Mucchio Selvaggio di giugno.

Fuori dal coro

Mer, 25/05/2011 - 11:17

Dopo aver letto Gli ultimi. Vivere fuori dal coro (2011, Chiarelettere) incontro Pino Petruzzelli a Genova, accanto al porto e ai bar ancora chiusi perché la stagione non è ancora cominciata. Si sentono le voci dei bambini in lontananza. Petruzzelli è attore e regista, dirige il Teatro Ipotesi e questo è il suo secondo libro dopo Non chiamarmi zingaro.

Ho viaggiato molto nel mediterraneo, però non mi piace raccontare di un Paese - mi interessa parlare di alcune persone. In questo caso legate dal mare, ma soprattuto dalle scelte che hanno fatto. Raccontare queste persone e le loro vite è un modo per non rassegnarsi, perché loro non si sono rassegnati”.
Mentre lo ascolto penso ad alcune delle storie, come quella della giovane dottoressa che lavora in un ambulatorio per bambini poveri a Gerusalemme. Nua ha trent’anni e tutto ciò che desidera è “la banalità di una vita pacifica”. Invece vive una emergenze continua in cui filo spinato, carri armati, muri e morti sono la normalità. È meglio non ammalarsi in Palestina, perché “chiunque va negli ospedali palestinesi, anche se sta bene, esce morto”. Nua potrebbe andarsene, invece resta lì e cerca di accogliere quanti più bambini possibile.
C’è talmente un mondo che fa schifo, che è orribile - eppure tanta gente è contenta così, gode dell’orrore. Chi detiene il potere ha stravinto, perché nessuno più pensa di essere l’ultima ruota del carro quando lo siamo tutti. I totalitarismi non sono mai finiti, hanno solo affinato la tecnica. Ti illudi di essere parte di un meccanismo. Quando arrivi a credere di non essere uno sfruttato e addirittura a parteggiare per il carnefice sei proprio all’ultimo stadio. Il mio è un tentativo di raccontare e di recuperare - anche chi sta male. Mohamed Choukri, per esempio, che si prostituiva, si drogava, ha vissuto una vita dolorosa ma non si è rassegnato”.
Choukri è il primo de Gli Ultimi e ti fa venire una rabbia furibonda. Però ti offre anche l’occasione di pensare: se Choukri è stato capace di reagire, dopo tutto quello che ha passato, chi può attaccarsi a una scusa per non farlo? Mohamed nasce nel 1935 e fino a 9 anni è analfabeta. Quel poco che riesce a mangiare è spesso in compagnia di topi e scarafaggi. Il padre è violento. Uccide il fratello perché tossiva e piangeva. “Gli torce il collo come si fa con i polli” racconta Choukri a Petruzzelli. Poi lo vende a un fumatore di hashish per trenta pesetas al mese. “Ho vissuto un’infanzia di umiliazioni, insulti e disprezzo, rubando, fumando kif, bevendo, frequentando prostitute, prostituendomi io stesso. A sette anni ero già adulto”. L’incontro con Mohammed Saggah gli salva la vita. È affascinato dallo scrittore marocchino e decide che è quello il modo in cui vuole vivere. Comincia a leggere e, anni dopo, scriverà Il pane nudo, sequestrato e censurato in Marocco ma tradotto in molti paesi - uno dei traduttori è Paul Bowles.

Su Il Mucchio Selvaggio di giugno.

La verità ai tempi del web

Sab, 07/05/2011 - 11:10
Un vostro amico vi invita a cena giovedì prossimo per inaugurare la nuova casa. A un primo sguardo non c’è nulla di complicato, ma invece abbiamo bisogno di una gran quantità di conoscenze per suonare il campanello all’ora giusta del giorno giusto dell’appartamento giusto. Nicla Vassallo (Per sentito dire, 2011, Feltrinelli) parte da un pretesto simile per condurci in un percorso attraverso la testimonianza, formidabile fonte conoscitiva: Riccardo Ruspoli riceve un invito per una cena di gala dalla regina Elisabetta II. Ogni tappa, dalla ricezione dell’invito al lieve inchino per salutare the Queen, è possibile perché ci è stato testimoniato qualcosa. A cominciare dal nostro nome. Possiamo presentarci a cena grazie a «conoscenze, effettive o presunte, su cui abbiamo contato, conoscenze che si devono alle nostre percezioni, memorie, ragionamenti, introspezioni, come a quanto dagli altri c’è stato testimoniato e agli altri abbiamo testimoniato».

Senza testimonianze saremmo ridotti a poco più che un corpo, eppure c’è una scarsa consapevolezza dell’importanza conoscitiva della testimonianza, sotto molteplici forme: libri, giornali, racconti, telefoni, mappe. Senza la testimonianza subiremmo una grave perdita epistemica, rischieremmo di diventare paranoici e profondamente incoerenti.

Su darwin, 43, maggio/giugno 2011.
(Molte altre foto di the Queen).

Referendum rien ne va plus

Mar, 26/04/2011 - 18:56

Ogni gioco ha le proprie regole. Se non le rispetti non dovresti poter giocare o, almeno, gli altri dovrebbero accusarti di cialtroneria e estrometterti. Vale per gli scacchi e per il calcio, perché non dovrebbe valere per la deliberazione? Ecco, allora, quali sono le regole della buona deliberazione: conoscere il tema su cui si delibera, soprattutto nel caso di un referendum che ci invita a scegliere tra il “sì” e il “no” su una specifica questione; saper costruire buoni argomenti e saper riconoscere quelli fallaci o deboli; essere in grado di analizzare gli argomenti proposti a favore delle diverse posizioni e, dopo le necessarie informazioni, anche costruirne a sostegno della posizione prescelta. A contare insomma non è tanto il risultato finale, ma come ci arriviamo. Come in un processo non ci si può limitare, tanto nella difesa che nell’accusa, a proclamare: “Sono innocente!”, ma è necessario costruire ipotesi credibili e coerenti. Sembra scontato, ma non lo è affatto, abituati come siamo a sentir parlare tuttologi presuntuosi che si cimentano in monologhi di dubbia tenuta razionale. Di questo parliamo con il filosofo Giovanni Boniolo, autore di Il pulpito e la piazza, Democrazia, deliberazione e scienze della vita (Cortina, 2011, pp. 316, euro 26).
Cominciamo con alcune definizioni di concetti fondamentali della nostra vita politica: deliberazione, democrazia partecipativa, con particolare attenzione alla forma aggregativa, e referendum.
L’idea della democrazia partecipativa si basa sul fatto che siano i cittadini a partecipare attivamente al processo democratico. Nella versione deliberativa i cittadini, che partono da punti di vista diversi, attraverso un dibattito ben costruito dovrebbero arrivare a una scelta - politica o di etica pubblica - comune. Questa deliberazione dovrebbe essere basata su un processo razionale. Il referendum è uno dei modi in cui il cittadino viene chiamato direttamente a decidere, è una forma di democrazia diretta. Non prevede però alcuno strumento che permetta una buona costruzione del modo in cui decidere.
Soprattutto ora e specie in Italia, il referendum è diventato un modo di decidere senza una preparazione corretta, senza un precedente dibattito pubblico ben costruito e ben realizzato, senza un vero e proprio dibattito deliberativo. Prima ci si dovrebbe informare e discutere e solo poi andare alle urne. Sfortunatamente questo da noi non avviene quasi mai. Pensiamo a ciò che accadde con il referendum sulla Legge 40 nel giugno del 2005: la battaglia si è svolta a colpi di slogan e nessuno ha spiegato cosa fosse un embrione, quali fossero i problemi filosofici sollevati dalle tecniche riproduttive e perché i cittadini erano chiamati a votare. Di solito, si verifica una manipolazione dell’immaginario e della conoscenza collettivi, non si informa correttamente (cioè in modo non ideologico) il cittadino né gli si forniscono quegli strumenti che gli permetterebbero di ragionare in modo non fallace.Ma in fondo a chi veramente interessa un cittadino informato e razionalmente critico?

Su Il Mucchio Selvaggio di maggio.

“L’acqua che elimina l’acqua”

Mer, 13/04/2011 - 13:34

Ogni cittadino sa già che i prossimi 12 e 13 giugno 2011 si voterà su  4 quesiti referendari. Due di questi riguardano l’acqua e la sua  gestione: pubblica o privata? (Qui i quesiti per intero e le tappe che hanno portato fino al referendum).  La questione è complessa e lo spazio che il referendum lascia ai  cittadini è angusto. Non ci possono essere sfumature o aggiustamenti. È  richiesta una risposta secca: “sì” o “no”. In effetti ci sarebbe anche  la possibilità di annullare le schede, oppure quella di non andare a  votare. Se si vuole esprimere un parere in modo esplicito però rimane il  “sì” oppure il “no”, perché le ragioni dell’annullamento o  dell’astensione rimarrebbero oscure e implicite.
Tutte queste scelte hanno qualcosa in comune: il bisogno di sapere  cosa ci viene chiesto se non vogliamo calpestare il significato profondo  dello scegliere. Come potremmo scegliere se ignoriamo l’argomento di  cui si discute? Si può sempre votare a caso o decidere se votare o  andare in gita a seconda del tempo, ma non sarebbe l’esercizio di un  diritto di voto. Non sarebbe una scelta, ma un segno su un pezzo di  carta. Dopo avere conosciuto l’argomento, dovremmo conoscere le ragioni a  favore delle diverse posizioni e, infine, decidere come votare.
Un ben intenzionato cittadino X, simpatizzante per il sì, non ne sa  ancora abbastanza e vuole informarsi per tempo. Il nostro cittadino non  vuole votare tanto per fare, non vuole eseguire quanto il proprio  partito gli indica, né la portinaia o la fidanzata che magari è  ambientalista oppure è una fan delle privatizzazioni. Vuole conoscere le  ragioni a favore delle diverse posizioni per poi decidere quale gli  sembra più convincente, cioè quale possa vantare le argomentazioni più  forti. Vuole esercitare il suo diritto di scelta e non essere il  burattino nelle mani di qualcuno. Vuole trasformare la sua simpatia in  una argomentazione forte, magari per poter convincere altri cittadini –  correndo volentieri il rischio di dovere arrendersi alle ragioni del no,  se fossero migliori di quelle del sì.
Ecco allora il nostro cittadino che cerca su Google e arriva alla pagina del Comitato promotore per il sì all’acqua pubblica.  Sembra il luogo adatto. Alla sezione “perché l’acqua” il cittadino si  aspetta di trovare le ragioni per cui si dovrebbe votare sì.
“L’acqua deve essere pubblica perché ognuno di noi è fatto al 70% di  acqua” c’è scritto alla prima riga. Qui il cittadino si confonde, perché  non capisce l’argomento. Non è certo su quella percentuale di acqua che  siamo chiamati a votare. Non letteralmente insomma: non ci sono signori  grigi che vogliono comprare la nostra acqua, in una specie di versione acquatica di Momo.
Deve esserci qualche passaggio implicito, che però il cittadino non  riesce a cogliere. Spera che proseguire nella lettura possa aiutarlo a  capire, ma molti altri “perché” suscitano la sua perplessità.

Continua su iMille Magazine di oggi.


Obiezione a costo zero

Mar, 12/04/2011 - 19:54
Lo scorso 25 febbraio, sollecitato da un quesito del deputato Udc Luisa Capitanio Santolini, al Comitato Nazionale per la Bioetica è stato chiesto di esprimersi riguardo alla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza sulla cosiddetta pillola del giorno dopo, ovvero sulla possibilità di non vendere quei farmaci di emergenza «per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano». Nel comunicato stampa diffuso tempestivamente dalla Presidenza del Consiglio si legge che «in merito al problema specifico all’interno del CNB sono emersi orientamenti bioetici differenti», tuttavia, «a fronte dell’ipotesi che il legislatore riconosca il diritto all’obiezione di coscienza del farmacista e degli ausiliari di farmacia, i componenti del CNB si sono trovati d’accordo che, nel rispetto dei principi costituzionali, si debbano considerare e garantire gli interessi di tutti i soggetti coinvolti, come generalmente previsto in situazioni analoghe. Presupposto necessario e indispensabile per l’eventuale riconoscimento legale dell’obiezione di coscienza è, dunque, che la donna debba avere in ogni caso la possibilità di ottenere altrimenti la realizzazione della propria richiesta farmacologia e che spetti alle istituzioni e alle autorità competenti, sentiti gli organi professionali coinvolti, prevedere i sistemi più adeguati nell’esplicitazione degli strumenti necessari e delle figure responsabili per la attuazione di questo diritto».
In linea di principio, dunque, il CNB riconosce al farmacista (e persino al suo ausiliario) il diritto di sottrarsi ai propri doveri professionali rimpallando allo Stato il dovere di garantire comunque l’accesso al farmaco da parte della paziente, in totale analogia con quanto già previsto per i medici nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza. Considerato il devastante impatto che il ricorso all’obiezione di coscienza ha avuto sull’applicazione della legge 194 (sono obiettori oltre il 70% dei ginecologi (con picchi dell’85% nel Lazio e in Basilicata), oltre il 50% degli anestesisti e circa il 43% del personale non medico (Relazione del Ministro della salute sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza Legge, 194/78 - Dati preliminari 2009, dati definitivi 2008) e l’importanza di assumere il farmaco il prima possibile (se il farmaco viene assunto nelle 12 ore successive al rapporto sessuale l’efficacia è di circa il 95%, si scende al 60% nelle 72 ore successive), c’è di che preoccuparsi. E dunque, seppure in attesa di poter leggere il documento del CNB (ora disponibile qui), non ancora disponibile nel momento in cui scriviamo, a dieci giorni dalla sua approvazione, cerchiamo di capire a cosa stiamo andando incontro.

Su Sapere di aprile.

Violet

Sab, 02/04/2011 - 12:18
“Violet ha sicuramente un profondo desiderio di vendicarsi. Posso senz’altro dire che il suo primo motore sia proprio la vendetta. Vive inizialmente un dilaniante conflitto interiore tra il piano della giustizia privata e quello della giustizia vera e propria, quella che puoi scrivere con la G maiuscola. Avere dei superpoteri poi rischia di farti sentire al di sopra della legge, di indurti a usare la tua forza per comportarti come ti pare, in spregio alle regole e alle esistenze altrui”.
Tutti i supereroi si trovano a vivere un conflitto simile. È Spider Man ad avere espresso più esplicitamente e semplicemente l’implicazione di possedere dei poteri: “with great power comes great responsibility”. Aggiungendo poi che il potere è un dono, ma è al contempo una maledizione. Che farsene dei superpoteri?
Quando vanno usati e per quali finalità? È impossibile trovare una risposta facile e definitiva a simili domande.

Intervista a Mario Lucio Falcone, the Marius, su Violet, eroina le cui vicende sono ambientate a Napoli. Il Mucchio Selvaggio di aprile.
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