Agli scienziati italiani interessa la libertà di ricerca? O aspirano a qualcosa d'altro?


Sommario: 
Negli ultimi anni l'Associazione Luca Coscioni ha tentato in vari modi di suggerire sbocchi politici alle battaglie che i ricercatori italiani si trovano spesso a combattere per contrastare le logiche di potere e gli interessi che zavorrano il sistema italiano della ricerca e dell'innovazione. Probabilmente non esistono più margini per recuperare ed è comprensibile che ognuno difenda come può, anche accettando le logiche spartitorie, i propri spazi di sopravvivenza. Ma se le cose stanno così, forse l'Associazione Coscioni deve ripensare le proprie strategie di rapporti con il mondo scientifico.
Testo Intervento: 

Nel mio primo intervento al congresso online mi esprimevo pessimisticamente sulle prospettive della battaglia sui temi della libertà di ricerca in Italia, perché giudicavo che le questioni implicate dal problema della libertà di ricerca non sono avvertite come tali a livello politico. Ma questo, qualcuno mi dire, può essere dato per scontato: tanto a destra come a sinistra. Si potrebbe anche recitare dire, usando una metafora che piace anche ai politici, che nel Dna della classe dirigente di questo paese non è mai entrata la scienza. E basta provare a scorrere con la mente le dottrine politiche, giuridiche ed economiche da cui ha attinto la propria formazione l’attuale classe dirigente, per rendersi conto che non si trova traccia di quel sano e fertile confronto con le istanze delle scienze empiriche che, invece, ha caratterizzato nell’ultimo secolo l’evoluzione delle scienze della politica nel mondo anglosassone.

Ma persino nel mondo scientifico non è ben chiaro quali condizioni servono per assicurare o promuovere la libertà della ricerca scientifica. Meglio. In teoria si sa. Ma, intanto tutti teniamo famiglia. Inoltre, perché uno dovrebbe essere il primo tirarsi fuori dal gioco (sporco). Quando, peraltro, ci sono centinaia di scienziati abbastanza cinici da non aspettare altro che qualcuno, appunto, dica di no a qualche sporco compromesso per salire di un gradino nell’ascesa verso il potere accademico o istituzionale. Ovvero quando le cordate di potere, che esistono eccome anche all’interno della comunità scientifica, non aspettano altro che di liberarsi dei rompiscatole e sostituirli con figure più accondiscendenti.

Da diversi anni, e in modo quasi sistematico da che mi sono inscritto all’Associazione Luca Coscioni, mi sono espresso in sintonia rispetto alla linea in cui si riconosce un gran numero di scienziati, iscritti o meno alla Coscioni e che più volte si sono trovati al nostro fianco in ogni battaglia o su battaglie mirate. La battaglia, finalizzata all’introduzione di efficaci criteri di valutazione per finanziare la ricerca e reclutare ricercatori e docenti, è sacrosanta, così come sono doverose le proteste per l’assenza di un piano, non solo finanziario, ma soprattutto politico circa le modalità per riformare il sistema della ricerca in Italia.

Nondimeno, l’esperienza degli ultimi cinque anni mi ha indotto alla conclusione che il sistema della ricerca italiana non è riformabile. E che il futuro della scienza e dell’innovazione tecnologica in Italia non è prevedibilmente, allo stato delle cose, particolarmente roseo. E questo non tanto per colpa degli scienziati intesi come comunità. Già è problematico parlare di comunità scientifica come qualcosa di reale, quando la realtà è fatta solo di individui. In Italia, poi, dove gli scienziati non si sono mai dati strumenti organizzativi per fare della sana attività lobbistica. Perché, appunto, preferiscono agire attraverso cordate più o meno politicizzate ed evitare il più possibile, loro per primi, che si determini una competizione cosiddetta meritocratica. Nondimeno, si può dire che gli scienziati italiani manifestano comportamenti abbastanza standardizzati e prevedibili in ragione delle condizioni e condizionamenti che modulano le loro scelte. Se dovesse mai accadermi di fare una seconda edizione del mio libro, aggiungerei un capitolo intitolato: “Gli scienziati non sono pericolosi, tranne che in Italia”.

L’Associazione Coscioni si è messa in gioco e deve continuare e rimanere in gioco rispetto ai temi generali della discussione. Soprattutto, credo che l’Associazione Coscioni dovrebbe lavorare soprattutto per intercettare gli scienziati e i ricercatori in generale, quando non sono ancora stati corrotti dalle pratiche etologiche a cui vengono sottoposti durante il processo di affiliazione a qualche cordata accademico-politica. Mi rendo conto che è facile dirlo, e che la stagnazione generale in Italia del confronto intellettuale, anche in ambito scientifico, non induce a essere ottimisti.

Sul fronte, invece, delle scelte o azioni a livello governativo e di opposizione che si stanno prefigurando all’orizzonte, io consiglierei prudenza. Sono francamente stupito per l’entusiasmo con cui Piergiorgio Strata saluta la ‘rinascita’ del Civr. Forse dopo un po’ di tempo ci si abitua a vedere sempre le stesse persone in posizioni strategiche, e ci si dimentica di tutte le porcherie che hanno fatto. Mi riferisco ovviamente all’opera dell’immortale Cuccurullo. Ricordo che qualche anno fa Cuccurullo, che tra le altre cose ha coperto la pubblicazione di dati clinici falsificati ed è diventato uno zimbello internazionale, era l’obiettivo di un’indagine avviata proprio dall’Associazione Coscioni. Rispetto al lavoro fatto dal Civr ricordo ancora una splendida conferenza tenuta da uno statistico, il quale dimostrò di poter ottenere gli stessi risultati che il Civr pago diversi milioni utilizzando… una borsa di studio per un post-doc e Google Scholar…

Insomma, si faccia l’agenzia di valutazione, ma non è affatto secondario (in Italia!) chi (nomi e cognomi) la gestirà. Nel frattempo, continuo a essere dell’idea che i radicali in Parlamento dovrebbero provare a istruire un disegno di legge per impedire i conflitti di interesse nei procedimenti di valutazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca: una leggina nella quale ci stia semplicemente scritto che quelli che fanno parte di commissioni di valutazione non possono assegnare i soldi a se stessi. Ancora qualche settimana fa sono approvati gli stanziamenti dei fondi della legge 6/2000, che sono andati in gran parte a enti gestiti da persone che fanno parte della Commissione del Ministero dell’Università che ha valutato i progetti. L’unico che ha detto qualcosa sull’immoralità della vicenda è stato Giovanni Bachelet.

Non è mia intenzione appesantire la discussione del congresso affrontando temi tecnici e interessano o che, in prima istanza, forse comprendono in pochi nella loro rilevanza politica e civile. Né intendo aprire nuovi fronti. Però la scienza italiana ha lo stesso problema che ha il Paese: è terreno di spartizione tra bande di potere. Ne potrei descrivere in dettaglio un discreto numero, illustrando anche i legami politici trasversali che le alimentano e da cui traggono linfa economica indipendentemente dalla qualità della ricerca che producono. E’ evidente, che se non si innesca un processo una rivolta morale dall’interno del mondo scientifico, non c’è Associazione Coscioni che tenga. Il futuro della scienza italiana è segnato.

Continueremo a credere ai giornalisti che ormai montano ad arte i casi dei ricercatori che devono andarsene all’estero perché non trovano posto in Italia. Senza neanche più avere l’accortezza di fare una rapida verifica della bibliografia dello sfortunato che viene esiliato, da cui si evincerebbe che… in alcuni casi potrebbe essere stato fortunato a trovare un posto all’estero. Cioè che non abbiamo certo perduto un genio. Di ricercatori geniali italiani ce ne sono molti all’estero, ma non sempre (anzi raramente) sono quelli che raggiungono le pagine dei giornali italiani. Per esempio, sappiamo che la ministra Gelmini riceverà i due scopritori di un gene implicato in alcuni tumori cerebrali, che hanno pubblicato il loro lavoro su Developmental Cell, e probabilmente saranno premiati perché il Corriere della Sera ci ha costruito un caso. Ma, allora, come dovrebbero essere trattati i ricercatori italiani che lavorano in Italia e pubblicano su Nature e Science? Ma è mai possibile essere così incompetenti e provinciali da accreditare come per definizione come migliori due scienziati che hanno pubblicato lavorando all’estero cose piuttosto banali, trascurando quelli che lavorano qui e producono risultati di gran lunga migliori?

Ovvero continueremo ad assistere con sorrisi di circostanza all’ennesima operazione da “vetrina di via Monte Napoleone” messa in campo dalla Fondazione Umberto Veronesi con il movimento denominato “Science for peace”. A parte che esiste un movimento canadese che già porta questo nome, che su Goggle il sintagma ricorre in oltre 10mila pagine, e che c’è una gloriosa tradizione di scienziati che si sono riuniti per anni a Pugwash e che sono stati anche premiati con il Nobel nel 1995, l’operazione di Veronesi è davvero stucchevole per la strumentalità a fini pubblicitari che ne caratterizza l’impianto. Perché se, poi, i contenuti del movimento sono quelli presentati dal premio Nobel Luc Montagnier sul Corriere della Sera del 4 ottobre scorso, data la loro insensatezza siamo a livello di vera e propria presa in giro.

Insomma, a mio modesto parere, che non è quello di un politico, ma di chi dice quello che pensa ragionando sui fatti, forse è venuto il momento, per l’Associazione Coscioni, di ripensare anche le strategie dei rapporti con il mondo scientifico italiano.
 

13 commenti

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