Università e non-riforma Gelmini

Alla Gelmini far sapere come riformare senza tagliare

di Giulia Innocenzi

Dalla peer review all’abolizione legale del titolo di studio per affermare la migliore ricerca, l’università si cambia anche a costo zero.

Non si può che essere contrari a una "riforma", quella Gelmini, che riduce di un miliardo e mezzo i fondi all'università e impone la legge del turnover, ovvero l'assunzione di un solo ricercatore ogni cinque professori congedati. Ma siamo sicuri che l'occupazione a oltranza, l'interruzione didattica e il no ideologico - che si traduce più come la difesa del presente piuttosto che l'apertura alla riforma che vorremmo - siano la risposta migliore? Vi è una questione sia di merito che di metodo da approfondire e da promuovere nel dibattito in corso. Per il merito, tre riforme possibili a costo zero, anzi sottocosto, potrebbero essere attuate da subito per alzare le sorti dell'università. Innanzitutto, l'abolizione del valore legale del titolo di studio. Per liberare il sapere dal potere delle corporazioni, occorre liberare la selezione dei professori dal valore legale dei concorsi, che con la tutela della "legalità" hanno ben poco a che spartire. Riprendendo un editoriale di Francesco Giavazzi pubblicato sul Corriere della Sera dello scorso anno, "per migliorare la qualità delle nostre università, l'unico modo è metterle in concorrenza l'una con l'altra", attraverso l'abolizione del valore legale del titolo di studio. La seconda riforma necessaria è la peer review, un sistema che distribuisce i fondi attraverso la valutazione a carico di revisori anonimi. Grazie a tale meccanismo, le università sono incentivate ad assumere ricercatori e professori capaci di ottenere finanziamenti autonomi e a pubblicare su riviste prestigiose. Come ricorda il professor Piergiorgio Strata, co-Presidente dell'Associazione Luca Coscioni, "questo è il meccanismo chiave di reclutamento negli Stati Uniti, dove non esistono concorsi, ma vige un meccanismo di cooptazione, in cui si va a caccia di ricercatori capaci di acquisire risorse che si riversano sulle istituzioni che svolgono la ricerca". Il finanziamento è assegnato ai singoli ricercatori, rendendo così gli scienziati liberi di compiere ricerche autonome, libere e incondizionate, svincolate da direttori e superiori. Infine l'abbattimento dei costi superflui: via gli amministrativi in eccesso, eliminazione dei corsi di laurea superflui, che ad oggi sono in totale 5500 - e che servono soprattutto a garantire cattedre ai professori - e un deciso no al proliferare delle sedi distaccate, che tolgono finanziamenti agli studenti fuorisede e alle borse di studio, ma che ne danno in abbondanza ai potentati politici in loco. Per il metodo, invece, la riflessione dovrebbe vertere su quale possa essere il modo migliore per gli studenti per richiamare l'attenzione del governo e della società nel suo complesso sui tagli all'istruzione previsti dalla finanziaria. Manifesti del tipo "Non pagheremo la vostra crisi" di questi giorni sembrerebbero voler tutelare come minimo la continuità della didattica. Tuttavia, in molte università d'Italia si fa avanti la richiesta della sospensione delle lezioni - spesso sponsorizzata da minoranze - che va a detrimento degli studenti in primis. Di altissimo valore culturale e sociale, invece, la risposta di alcune università, che hanno organizzato le lezioni in piazza di meccanica quantistica relativistica a Roma e di geografia dello sviluppo a Firenze. E per far sì che l'occupazione sia un autentico momento di dialogo fra studenti e professori, tale da garantire comunque la funzione primaria dell'università - che è la trasmissione del sapere e quindi della didattica - perché non occupare di notte e nei finesettimana? Si potrebbero aprire le porte ai cittadini, dar vita a iniziative culturali di rilievo, spiegare alla società l'importanza del finanziamento dell'università, evidenziandone il valore con la garanzia della continuità stessa dell'insegnamento. Perché la riflessione sull'università e sulla difesa del suo finanziamento, che i cittadini per primi dovrebbero richiedere, non sia appannaggio di pochi ma sia condivisa da tutti. Perché per primi sono proprio i cittadini che dovrebbero volere che percentuali più cospicue dei loro tributi all'Erario vadano alla ricerca. Perché gli studenti possano trovare altre soluzioni rispetto alla sospensione del loro apprendimento per difendere il loro stesso sapere.

*Coordinatrice Studenti Luca Coscioni Candidata a Segretario dei Giovani Democratici

Martedì, 4 novembre, 2008 - 13:34
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