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2050: 2,5 miliardi in più

maria pamini

Antonio Golini (a cura di), Il futuro della popolazione nel mondo, Il Mulino, 2009, pp. 185, euro 16,00

Non è facile trovare pubblicazioni che parlino del problema demografico. Il fatto appare singolare se si considera che, a detta di molti studiosi e della stessa Onu, esso rappresenta una delle grandi questioni del nostro tempo, soprattutto se si considerano i suoi effetti a catena. Queste preoccupazioni sono espresse in uno dei rari libri sull’argomento, Il futuro della popolazione nel mondo, che racchiude gli atti dell’omonimo convegno svoltosi a Torino nel 2007.
La precisazione che il curatore Antonio Golini fa in apertura del volume riguarda il concetto di futuro a cui fa riferimento il titolo: il 2050 non è così lontano. Considerando “che ci si aspetta che la durata media della vita si allunghi fino a 85 anni, questo vuol dire che un po’ più del 60% della popolazione che sarà in vita nel 2050 è con ogni probabilità già in vita al 2008”. Non si tratta, quindi, di fantascienza. Nel 2050, benché la popolazione mondiale sia destinata a rallentare il suo incremento (grazie soprattutto alla “piena e convinta diffusione della contraccezione, che si lega inestricabilmente all’aumento di istruzione e insieme ad una nuova condizione della donna”), saremo circa due miliardi e quattrocento milioni in più.
Il libro si sofferma su quelle che saranno le conseguenze sul piano economico, con forti migrazioni dovute alla differenziazione territoriale tra paesi ricchi e paesi poveri, sul piano sociale e di welfare, sulla distribuzione della popolazione, con un’accentuazione della già forte tendenza all’urbanizzazione.
Viviana Egidi, dell’università La Sapienza di Roma, tratta il rapporto tra l’aumento della popolazione e la tecnologia in relazione alla salute. Ciò che emerge con più forza è la crescente distanza che s’imporrà tra le diverse aree geografiche. Nei paesi industrializzati la medicina è sempre più tecnologizzata, al punto che il problema è quello di una maggiore democraticità nella possibilità di utilizzo di cure sempre più all’avanguardia. Infatti, proprio per l’alto tasso innovativo del settore sanitario, vige una marcata “asimmetria informativa tra fornitori e utilizzatori di servizi sanitari”. Nello stesso tempo l’impatto delle nuove tecnologie sui sistemi sanitari di questi paesi tende a divenire talmente massiccio da condizionare la stessa domanda di salute poiché, se mal gestito, porta all’aumento, spesso ingiustificato, dei costi sanitari.
D’altra parte, i paesi poveri sono fortemente esclusi dall’utilizzo di farmaci fondamentali. Un indicatore sconcertante è dato dal divario tra l’età media della speranza di vita nei paesi del Sud e del Nord del mondo: 84 anni quella delle donne in Italia, meno della metà, 40, in Zambia e Sierra Leone. Un esempio per tutti è rappresentato dalla persistente diffusione dell’Aids nel Sud del mondo, dove la mortalità causata dal virus continua ad aumentare. Per l’Egidi uno stimolo per i paesi ricchi ad affrontare i problemi sanitari globali potrebbe essere quello della crescente interconnessione tra popolazioni che “rompe l’illusione di protezione di cui sembravano godere fino a pochi anni fa le popolazioni privilegiate”.
Come fronteggiare, dunque, questa emergenza demografica se al punto in cui siamo “un obiettivo per una fecondità sostenibile potrebbe essere quello che assicura la crescita zero della popolazione e quindi il valore medio di circa due figli per donna”? Per Antonio Golini un primo passo potrebbe essere proprio quello di affrontare apertamente il problema riprendendo le Conferenze intergovernative multilaterali delle Nazioni Unite, utili perché “costringono” i governi a gettare lo sguardo ai problemi di lungo periodo”.

 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 19:33
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