Agli Arabi servirebbe un Dante Alighieri

Moustapha Safouan

Agli Arabi servirebbe un Dante Alighieri

All’autore della Divina Commedia, con il suo elogio del volgare, si deve la dichiarazione d’indipendenza delle lingue moderne in Europa. Nel mondo arabo, invece, gli scrittori sono ormai una classe di bramini senza lingua comune con la massa. Svalutando l’arabo “vernacolare”, i regimi locali sopprimono dall’origine ogni possibile forma di libertà di espressione e di pensiero

Moustapha Safouan

Chi è
Gli stralci pubblicati in queste pagine sono tratti da “Perché il mondo arabo non è libero”, di Moustapha Safouan. Di origini egiziane, Safouan è uno psicanalista di formazione lacaniana e tra i più eminenti teorici francesi degli ultimi 50 anni. E’ il traduttore in arabo dell’“Interpretazione dei sogni” di Freud

Lungi dall’essere il sistema politico che meglio si addice alle tendenze spontanee della vita sociale, la democrazia era, come metodo di governo, totalmente nuova quando apparve ad Atene, dove fiorì tra il VI e il V secolo a. C. Riapparve, negli Stati Uniti, alla fine del settecento e, in Europa, nell’ottocento. Non è un caso se nelle “Supplici” Eschilo, che sapeva certamente di cosa parlava, presenta l’opposizione fra i decreti del faraone e le decisioni del popolo libero come la differenza tra lo scritto e l’orale. Le Danaidi erano fuggite dall’Egitto verso Argo, in cerca di protezione. Un araldo chiese loro, a nome degli egiziani, di tornare. Il re di Argo, che rifiutava di prendere decisioni prima che “si comunicassero i fatti a tutti gli argivi”, gli rispose in questi termini: “Queste donne le porterai con te, se verranno di buon grado, quando per convincerle avrai trovato rispettose ragioni. Con voto unanime il popolo argivo lo ha proclamato senza appello: mai abbandonerà alla violenza un gruppo di donne. È un chiodo abbastanza fortemente piantato e conficcato perché niente possa smuoverlo.

Non si tratta di parole scritte su tavolette né incise su rotoli di papiro: tu senti qui il chiaro linguaggio di una bocca libera. Su, presto, esci dalla mia vista!”. Effettivamente, lo statuto e la funzione della scrittura nella Grecia antica erano completamente differenti da quelli che la scrittura aveva nell’Egitto antico e, più in generale, nel Medioriente […]. Anzitutto, i re degli stati antichi, sulle rive del Nilo o in Mesopotamia, separavano nettamente la lingua adoperata per gli scritti amministrativi, i documenti di stato, la letteratura, la medicina, la magia, l’aritmetica, la religione e così via dalla lingua parlata di tutti i giorni e attribuivano chiaramente alla prima un carattere sacro, anzi un’origine divina o ancestrale. La lingua materna, invece, era considerata come un idioma popolare, inadatto a esprimere idee elevate, una significazione profonda o sentimenti sublimi, che avevano posto solo nelle menti colte. In una parola, quegli antichi sovrani (che per lo meno avevano la scusa di essere costruttori d’imperi) si comportavano nei confronti dei sudditi esattamente come il potere coloniale. Dal momento in cui conquista un paese straniero, il colonizzatore incomincia a svalutare la lingua locale affinché gli indigeni svalutino se stessi e si astengano dal pensare a una libertà che non meritano e che non si addice loro. […] I despoti fanno i popoli a loro immagine. Conosciamo i mezzi che usano per battere in breccia questa tendenza: comprano le coscienze, diffondono la paura e, cosa ancora più importante, interdicono ogni riunione o associazione che possa permettere al popolo di costruire una solidarietà per difendere i propri diritti.

Le persone venivano riunite per costruire piramidi, tombe, templi, palazzi, statue, ma mai era permesso loro di associarsi per realizzare una meta comune di loro scelta. Senza alcuna cultura di cooperazione, è allora più facile per il sovrano, quando la sua ingiustizia, la sua incompetenza o la sua hybris portano il popolo a scendere in piazza, schiacciare le manifestazioni, arrestare i leader, che per lo più “spariscono”. Alcune manifestazioni di resistenza possono ripetersi, ma mai rovesciano il regime. Al massimo, possono incoraggiare un colpo di stato. Ma queste politiche hanno l’unico scopo di mantenere i sudditi sotto il giogo del monarca. Ancora più perniciosa è però una politica che, per riprendere le parole di La Boétie, facciano in modo che i sudditi “abbandonino l’idea stessa di libertà” o non facciano altro che ricordarla con rattristata rassegnazione. Su che cosa si regge questo tipo di politica? Questa politica è consistita nel bandire la lingua materna dalle scuole. Solo una lingua che traesse prestigio dall’essere una lingua morta o straniera aveva il diritto di essere insegnata.

I giovani crescevano così nell’amore per questa “lingua grammaticale” (che Dante chiama gramatica) e, se mai scrivevano, le loro penne diventavano la prigione che li separava sia dai loro compatrioti sia dalle ricche fonti della loro lingua materna. Detto altrimenti, così come le corruzione sotto il regno del monarca non è un riprovevole atto di corruzione ma l’attributo naturale di quel regime e la repressione ne è un’altra dimensione intrinseca, allo stesso modo la scrittura è una censura non dichiarata e massiccia che abolisce ogni pensiero dei sudditi. Si pensa, e si dice” spesso, che l’arabo sia una sola e medesima lingua, ma la distanza tra l’arabo classico e l’arabo egiziano, tra l’arabo degli stati del Golfo e l’arabo dell’Africa settentrionale è la stessa che esiste tra il latino e le lingue romanze: l’italiano, lo spagnolo e il francese. Lo scacco o, meglio, il rifiuto di riconoscere queste differenze equivale a rifiutare agli analfabeti una parola piena sul loro avvenire. Prendendo coscienza degli effetti devastanti di questa “politica di mistificazione”, mi decisi a scrivere non in “arabo grammaticale”, la lingua dell’élite, bensì nella lingua vernacolare perché questa politica della scrittura prosegue ancora oggi, sebbene si possa contare sulle dita di una mano il numero di grandi scrittori arabi viventi.

Si chieda a un qualsivoglia despota attuale – un re, un rais, un califfo o uno sceicco – di pubblicare gli emendamenti della costituzione americana e non si avrà alcuna difficoltà a ottenerne il consenso. Primo, preso in una mescolanza d’ipocrisia e d’ignoranza, probabilmente crede che, lì dentro, non ci sia “niente di nuovo; abbiamo già tutto questo, da noi!”. Secondo, sa che i sudditi non crederanno niente di tutto ciò e, se anche lo credessero, quella parole sarebbero senza effetto perché ne sarebbero sorpresi: “Ma che razza di capo è quello che accetta di essere questionato e giudicato dai suoi sudditi?”. Ma chiedete a quello stesso sovrano di promuovere lo studio della lingua materna nelle scuole così come lo studio di alcuni meravigliosi testi, scritti in vernacolo da autori come Baryam al-Tunsi. Fu’ad Haddad, Salah Jahin, Attiyat al-Abnoudi… Rifiuterà di netto. E l’élite per lo più condividerà il suo rifiuto, e probabilmente anche il popolo, per sottomissione a quell’ordine sacro. Il despota rifiuterà perché avvertirà, anche se non lo sa esplicitamente, che accettare quella richiesta aprirebbe la porta a una scoperta che potrebbe minacciare il suo dominio; una scoperta che trasformerebbe la conoscenza che il popolo ha, della sua libertà perduta e della sua sottomissione, da sapere individuale (fosse pure condiviso dalla moltitudine) a verità obiettiva, messa sotto i suoi occhi, che stimola l’azione più che il riso. […]

Tutto ciò si può riassumere in una massima zen: finché siamo silenziosi, siamo uno; se parliamo, siamo due. A noi scrittori scegliere. […] I popoli viventi devono la vita ai loro scrittori. Non perché gli autori diano loro una “coscienza di sé”. La gente – basta sentire i suoi motti di spirito – sa tutto ciò che c’è da sapere sulla passione per il potere, sulla tirannia del monarca, sulla distribuzione gerarchizzata della ricchezza e del potere tra le classi e sulla falsità inerente a ogni glorificazione. Ma, se la verità non è un affare su cui scherzare, allora i grandi autori sono il suo potente rifugio, e chiunque assuma la verità è liberato dal timore del potere. Siamo una civiltà che ha inventato la scrittura più di cinquemila anni or sono. Lo stato la monopolizzò e ne fece un’arte esoterica riservata agli scribi. Ne risultò un diffusissimo analfabetismo; la percentuale dei nostri contadini in grado di leggere e di scrivere non supera quella dei cittadini ateniesi del V secolo a.C. Redatte in un linguaggio “elevato”, se non sacro, anche le idee sono state costituite come un ambito separato cui il popolo non ha accesso.

Lo stato poteva in tutta sicurezza eliminare qualsiasi scrittore osasse contraddire l’ortodossia prevalente e, proprio come gli antichi scribi, questi scrittori sopravvivevano solo all’interno dell’ordine stabilito. Ci si può chiedere se scrivere in una lingua riservata a un’élite non sia la più grande trappola – narcisistica, per di più – in un cui sono caduti i nostri scrittori: sono diventati una classe di bramini senza lingua comune con la massa “volgare”. Chi può immaginare il destino dell’Europa se il latino fosse rimasto la lingua della letteratura, della scienza, della filosofia e della teologia? La fine dell’egemonia della lingua latina merita di essere considerata in quel contesto. I primi in Europa a scrivere in una lingua la cui grammatica non necessitava che si andasse a scuola per essere capita furono i “folli”, all’occorrenza i poeti dell’amor cortese. Apparvero nel sud della Francia, dove si parlavano due lingue, e in Italia, dove c’era più di una dozzina di dialetti differenti. Dante seguì il loro esempio. Suo maestro proclamato era Virgilio, da lui considerato principe dei poeti. Egli realizzò che la più grande poesia, per lui la poesia greca e latina, era sottomessa alle regole dell’arte poetica, come diceva Bayram al-Tunsi: “O arte, se avessi regole e testi, saresti come le stelle che brillano nel cielo”. Dante decise di scrivere, in latino, un’opera sulla poesia, intitolata “De vulgari eloquentia”, paragonabile all’Ars poetica di Orazio.

Incomincia col distinguere tra una prima lingua comune, vulgarem locutionem, che apprendiamo senza apprendere, semplicemente imitando le nostre madri, e una seconda lingua, che i romani chiamarono gramatica. Fatta questa distinzione, aggiunge: “Di queste due locuzioni, la più nobile è quella volgare”. Come c’insegna Botterill, questa semplice frase contiene la dichiarazione d’indipendenza delle lingue europee. Dante espone le sue ragioni: “Di queste due locuzioni, la più nobile è quella volgare sia perché per prima fu usata dal genere umano, sia perché tutto il mondo ne fruisce, sebbene sia divisa in diverse pronunce e vocaboli, sia perché ci è naturale, mentre l’altra si dimostra piuttosto un artificio”.

A cura di Marco Aurelio

Venerdì, 16 aprile, 2010 - 12:45
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