Roberto Cingolani IL DIRETTORE SCIENTIFICO 

Alla ricerca di un equilibrio per imitare la natura

di Marco Aurelio

All’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, la ricerca sulle nanoscienze è all’avanguardia in Europa. Nell’ indifferenza di buona parte della classe dirigente, sono gli stessi scienziati a preoccuparsi di come gestire benefici e rischi del loro lavoro, seguendo le best practice internazionali 

Ormai “dire ‘nanotecnologia’ è come dire ‘ingegneria’”, esordisce Roberto Cingolani parlando con Agenda Coscioni: “Se a questo termine non si fanno seguire opportune ‘specificazioni’ - proprio come l’ingegneria che è già da tempo ‘ingegneria chimica’, ‘ingegneria edile’ ecc. – si rischia di dire tutto e nulla”. Non suona come un rimprovero rivolto ai profani della materia, piuttosto si tratta di un avvertimento per chi volesse tentare di comprendere dove ci può portare la possibilità di misurare, manipolare e organizzare la materia a livello della nanoscala, ovvero da 1 a 100 miliardesimi di metro. Cingolani, direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova, parte da un caso concreto sul quale è al lavoro da tempo, come lo sviluppo delle “tecnologie robotiche umanoidi”.

L’IIT ha venduto già una ventina di esemplari del proprio “robot” in tutto il mondo: “Il nostro è come un hardware opensource – dice Cingolani – i grandi centri internazionali di robotica lo acquistano, anche solo in alcune parti, lo potenziano e poi condividono questi sviluppi con la comunità scientifica”. Solo che per arrivare al “robottino”, come lo chiama il ricercatore, la strada non è breve: “Non serve soltanto elettronica sopraffina, l’obiettivo è raggiungere uno sviluppo completamente biomimetico”. E proprio per imitare la natura si ricorre alle nanotecnologie: “Per i materiali, ad esempio, oggi usiamo tessuti artificiali, strutture in nanocomposito, per creare giunture elastiche. Stiamo lavorando anche a una ‘pelle fotovoltaica’ e a un’alimentazione di tipo metabolico, in modo che l’alimentazione di queste macchine possa avvenire attraverso un processo chimico simile a quello umano piuttosto che attraverso la classica presa della corrente elettrica. Senza contare che ci sono neuroscienziati, nel nostro centro, che stanno concependo un ‘cervellino’ che possa funzionare come il nostro. Già oggi alcuni robot sono in grado di apprendere che se urtano ‘X’ volte contro una certa superficie, sarà meglio che cambino strada”. Più che fantascienza o delirio di onnipotenza, si tratta di un processo che strada facendo porta a produrre plastiche avanzate, pelle tattile artificiale, materiale osseo artificiale, fino alla possibilità – nel lungo termine - di creare macchine che possano aiutare l’essere umano dalle fasi di riabilitazione motoria alla vita quotidiana. “Ma per fare questo occorre costruire ambienti di ricerca interdisciplinari, altrimenti con la sola conoscenza delle nanoscienze rischieremmo di restare a baloccarci con gli atomi”. Non è un caso che tra laboratori e uffici dell’IIT lavorino circa in 600 tra neuroscienziati, polimerici, material scientists, elettronici, medici, etc.

Nato nel 2003, oggi l’istituto è finanziato con 100 milioni di euro l’anno per legge dello Stato: “Poi partecipiamo ai bandi per i finanziamenti comunitari”, aggiunge Cingolani, “e abbiamo 20 progetti vinti ad oggi. Siamo partiti da zero e abbiamo ricercatori da 38 Paesi , 9 laboratori in Italia. I contratti sono per lo più quinquennali e il 20 per cento della retribuzione dipende da una valutazione compiuta da un panel di scienziati stranieri”. Per ora, assicurano dall’Istituto, non ci sono “leggi che pongano limitazioni gravi” alla ricerca in materia: “D’altronde sarebbe sbagliato mettere troppi vincoli, perché non è con i divieti che si evitano i rischi”, dice Cingolani, che poi fa un esempio piuttosto chiaro: “Si prenda un aereo Boeing 767. Nessuno negherà che sia un prodotto utilissimo di ricerca scientifica ai massimi livelli. Poi però, se messo in mano a dei terroristi, può provocare stragi di innocenti. Non per questo, ovviamente, va vietato”. D’altronde è noto che alle nanotecnologie siano associati alcuni rischi. Il Comitato Nazionale di Bioetica, in un uno dei suoi rari pronunciamenti in materia che risale al 2006, scriveva: “L’alto rapporto superficie/ massa, le dimensioni ‘atomiche’ e la facilità con cui le nano particelle possono assorbire e veicolare altre sostanze: proprio le caratteristiche che rendono attraenti i nanomateriali, suggeriscono anche una certa prudenza nel loro utilizzo in campo biomedico. Infatti, se l’estrema penetrabilità delle nanoparticelle costituisce il segreto della loro potenzialità, non vanno sottovalutati i rischi connessi alla nano-dimensione, visto che da più parti si sottolinea come non siano ancora chiare le possibili interazioni tra le nanoparticelle e l’organismo umano” . Vero, anche se la legge italiana, per ora, non dice nulla in proposito. “All’IIT comunque già prendiamo in considerazione i rischi della nanoscala – dice Cingolani - Controlliamo la sintesi del particolato e studiamo gli effetti della nano tossicità. Soprattutto, come accade in tutto il mondo, stiamo lavorando a una forma di certificazione della sicurezza, nella prospettiva di fornire più informazioni possibili ai consumatori. I principali governi si stanno occupando di avviare studi su questo, arrivando a un sistema di certificazione, altrimenti si rischiano sorprese come con l’amianto. Noi seguiamo gli standard internazionali, anche se in Italia nessuno ci ha detto di fare queste cose, forse perché la politica è molto distaccata dalla scienza, come d’altronde pare essere distaccata da tante altre ‘cose reali’”.  

Martedì, 6 luglio, 2010 - 15:31
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