Il caso

Archiviazione di Stato

Tommaso Ciacca

Il caso di Aldo Bianzino archiviato dal Tribunale di Perugia perché morto in cella per cause “naturali”, rappresenta tutto insieme quel caso Italia che collega insieme proibizionismo, carcere e malagiustizia.

Il 16 dicembre scorso il GIP di Perugia, Dott. Massimo Ricciarelli, ha archiviato il fascicolo per omicidio a carico di ignoti per la morte di Aldo Bianzino, avvenuta nel carcere di Capanne nella notte tra il 13 e 14 ottobre del 2007. Il decesso sarebbe attribuito a “cause naturali”, rappresentate dalla rottura di un aneurisma cerebrale mentre la lesione al fegato riscontrata all’esame autoptico viene riconosciuta come conseguenza del massaggio cardiaco effettuato nel corridoio antistante alla cella n° 20 sezione 2 B del carcere perugino. Nel fazzoletto di tempo delle 36 ore di detenzione, poco più di 2000 minuti in tutto, due eventi rari si sono presentati in uno stesso soggetto: l’incidenza per una emorragia da rottura aneurismatica cerebrale varia dai 6 a 16 casi annui ogni 100.000 abitanti, mentre il trauma epatico come conseguenza di manovre rianimatorie, in base ad alcuni studi, ha una frequenza che si aggira intorno al 5%. Le osservazioni specifiche avanzate dai legali perché si evitasse l’archiviazione non sono state tenute in debito conto. In particolare, come ha ricordato l’avvocato Massimo Zaganelli nella sede del Partito Radicale durante una conferenza stampa del 18 dicembre 2009, non sono state prese in considerazione le risultanze macroscopiche ed istologiche che il perito medico legale Dott. Fortuni aveva sottolineato nella sua relazione secondo la quale la lacerazione del fegato di Aldo Bianzino “deve essere ritenuta conseguenza di un valido trauma occorso in vita”. La decisione del GIP non esaurisce quindi la sete di conoscenza sulla vicenda, anzi acuisce la richiesta di approfondimento sulle cause tecnico-scientifiche della morte e su cosa è successo all’interno del carcere in quelle ore. Ricerca del vero innanzitutto, per superare le tante zone d’ombra ancora presenti, senza alcuno spirito di vendetta né di colpevolizzazione a priori. È questo che fin dall’inizio come radicali ci ha spinto a prendere posizione, ad agire, ad appellarci alle Istituzioni perché il Diritto viva dentro e fuori dal carcere. Trasparenza, legalità, rispetto dei diritti umani a partire da quel luogo che sempre di più si profila come “fuorilegge” nel nostro Paese. Non ci arrendiamo quindi e saremo al fianco di Rudra, il figlio sedicenne di Aldo, in questo percorso. Nella consapevolezza di quanto assurde, inutili o meglio dannose siano le leggi proibizioniste in Italia. In fondo, alla radice del dramma di un’intera famiglia (così come di tante altre) c’è questo dato di fatto. Si mette in galera chi coltiva per uso personale una sostanza come la cannabis, il cui uso riguarda milioni di persone e si prosegue nella crociata ideologica della “guerra alla droga” così ben rivendicata dal governo Berlusconi dalla comunità incontro di Don Pierino Gelmini. La politica dovrebbe comprendere in quanta ipocrisia siamo immersi, di quanti danni vengono prodotti da leggi criminogene per le quali gran parte della dirigenza radicale ha perso l’elettorato passivo alle elezioni amministrative scegliendo la disobbedienza civile come strumento di lotta e di promozione di verità. Il regime partitocratico che ci troviamo ad affrontare appare tetragono sul fronte della proibizione ad ampio spettro (droghe, sessualità, ricerca scientifica, internet ecc..) e proprio per questo è necessario armarci il più possibile nella speranza che una breccia in queste apparenti poderose mura possa essere aperta.

 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 19:15
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