Beppino Englaro: un papà, un simbolo suo malgrado

a cura di Maria Pamini

Beppino Englaro e Adriana Pannitteri, La vita senza limiti. La morte di Eluana in uno Stato di diritto, Rizzoli, 2009, pp. 195, euro 17,00

A Beppino Englaro non piace essere considerato un simbolo ma solo un padre che non poteva fare diversamente per onorare la promessa fatta alla figlia amata e un cittadino, un uomo di montagna con una concezione fortissima della libertà e uno strenuo orgoglio anche “nelle sfide più estreme”. Nel corso dei diciassette lunghi anni che sono serviti a far ripartire l’orologio bloccato in quella tragica notte dell’incidente accorso alla figlia Eluana, Beppino Englaro è stato guidato da una certezza, condivisa con la moglie Saturna, che così riassume: “Non avrei mai condotto Eluana a casa, non avrei mai accettato che tutto divenisse un fatto privato in quella penombra che non mi apparteneva e nella quale molti probabilmente speravano che io mi nascondessi. Avrei continuato fino alla fine a chiedere una risposta alla classe medica e alle strutture sanitarie così come avevo domandato una assunzione di responsabilità formale ai tribunali e alle istituzioni”. Anche se immobile nel suo letto Eluana ha parlato a tutti noi, interrogandoci sul nostro concetto di vita e di fine vita, di libertà e di dignità.
In queste pagine Beppino Englaro ha voluto raccontare l’inizio della storia, non solo a partire da quella notte, perché in realtà tutto ciò che ne è seguito “è appartenuto solo agli altri, alla medicina”, bensì dagli anni della sua infanzia tra le montagne della Carnia, dell’apprendistato e del fidanzamento con Saturna fino agli anni vissuti con Eluana.
Nel libro viene anche descritto l’iter giuridico della vicenda. Anni e anni di ricorsi fino al primo segnale di apertura con la sentenza della Corte di Cassazione del 16 ottobre 2007, che per la prima volta in Italia stabiliva i criteri per rendere possibile la sospensione dell’idratazione e della nutrizione artificiale per un paziente in stato vegetativo permanente qualora la richiesta corrispondesse alla sua volontà pregressa. Come sottolinea Englaro non mancarono le polemiche poiché “stabilire per la prima volta che anche il paziente divenuto incapace di intendere e di volere può avvalersi degli stessi diritti di una persona in grado di esprimersi fu considerato da alcuni una violazione del principio di indisponibilità della vita”. Ma intanto, rispetto agli anni precedenti, anche l’opinione pubblica aveva maturato una propria consapevolezza sul diritto individuale all’autodeterminazione rispetto ad argomenti che prima erano mantenuti strettamente nel privato. Da quella sentenza in avanti gli eventi si sono susseguiti rapidamente e con vari colpi di scena che ancora sono freschi nella memoria di tutti noi ma che è importante ritrovare qui descritti e ordinati cronologicamente.
Ripercorrendo quei giorni niente appare più difficile da comprendere dell’ostinazione espressa dai rappresentanti del mondo politico nell’andare contro quelle che erano le volontà di Eluana (e le sentenze della Magistratura) accanto alla loro apatia nel fronteggiare le difficoltà concrete di migliaia di famiglie, come quella di una ragazza di Ragusa in stato vegetativo da tre anni, Sara, di cui Englaro riporta la testimonianza del padre: “Viviamo con la spada di Damocle del richiamo al lavoro di mia moglie. Sa da quanto aspettiamo in Italia una legge per il prepensionamento dei familiari di persone in stato vegetativo? Da quattordici anni”.
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 18:54
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