Dogma e carità

C'è Chiesa e Chiesa

Gianfranco Spadaccia

Le priorità sulle quali le Gerarchie scendono in campo impegnando tutto il loro potere e la loro influenza appartengono tutte a quella che per comodità polemica chiamiamo la Chiesa del dogma, della scomunica e dell’anatema e mai alla Chiesa della testimonianza evangelica

C’è vita e vita. C’è difesa della vita e difesa della vita: l’idea astratta e feticistica della vita, di una vita che non c’è ancora e non ci sarà mai (l’embrione anche quello congelato) o non c’è più come quella di chi si trova da decenni in coma irreversibile. E poi c’è la vita attuale e palpitante dei sofferenti e dei deboli, dei migranti, dei reclusi, dei malati. E c’è Chiesa e Chiesa. C’è la Chiesa del dogma reputato immutabile, delle scomuniche e degli anatemi, quella per intenderci che ha chiuso le porte delle sue parrocchie al funerale religioso di Piero Welby e che ha visto alcuni suoi vertici non arrestarsi neppure di fronte all’accusa di omicidio lanciata contro il papà di Eluana Englaro. E poi c’è la Chiesa, non so se si possa definire profetica, che pone la carità al centro della propria azione e della propria testimonianza cristiana. A questa Chiesa appartiene certamente don Sandro Spriano, animatore dell’azione della Caritas nelle carceri e cappellano di Rebibbia, che alla vigilia di Ferragosto – giorno scelto da oltre centocinquanta parlamentari per visitare in ogni parte d’Italia le carceri in stato di abbandono e di disumano sovraffollamento – ha rivolto dalle colonne della cronaca romana del Corriere della Sera un appello a Papa Benedetto a presentarsi, senza seguito e senza scorta, all’ingresso di quell’istituto e chiedere di potervi entrare per concelebrare la messa. A questa Chiesa appartengono tutti quei cattolici, tra i quali anche autorevoli vertici ecclesiastici, che hanno levato la loro voce davanti alla tragedia dei 73 eritrei lasciati morire in mare, non esitando a mettere in discussione leggi e comportamenti governativi senza paura di entrare in conflitto per questo con l’ideologia razzista della Lega. E ovviamente vi appartengono le migliaia di donne e di uomini, di giovani e anziani impegnati nelle associazioni del volontariato cattolico. Naturalmente si può dire che si tratta di una forzatura polemica, che le due Chiese non sono in contrasto fra loro, si confondono e si sovrappongono, sono un’unica Chiesa. E indubbiamente le gerarchie ecclesiastiche possono avvalersi delle tante coraggiose testimonianze di verità e di carità per sostenere che la Chiesa è presente e attiva e fa sentire la sua voce, nei rapporti con il potere politico, anche su temi scomodi. Ma la questione appare assai meno pretestuosa se si guarda alle priorità della Chiesa, scelte dai suoi vertici ecclesiastici. Allora è difficilmente contestabile che le priorità sulle quali le Gerarchie scendono in campo impegnando tutto il loro potere e la loro influenza appartengono tutte a quella che per comodità polemica chiamiamo la Chiesa del dogma, della scomunica e dell’anatema e mai alla Chiesa della testimonianza evangelica, della solidarietà umana e della carità cristiana.

A notarlo e denunciarlo non siamo solo noi. Lo ha fatto prima di noi dalle colonne di Repubblica Vito Mancuso il quale per valutare le priorità (ossia le reali discriminanti politiche) scelte dalla Gerarchia ha creduto di individuare un metro oggettivo nello spazio che il giornale dei Vescovi e l’intera CEI, a cominciare dal suo Presidente, hanno dedicato alla decisione dell’Agenzia italiana del farmaco che ha introdotto legalmente negli ospedali italiani la RU486. “Sono sicuro che nessun sacerdote scriverà mai al direttore dell’Avvenire per chiedergli come mai la voce della Chiesa non si sia levata chiara e forte contro la pillola abortiva. Quando la Chiesa vuole la sua capacità di mobilitazione delle coscienze cattoliche… sa essere molto efficace e non c’è nessuno in questo paese che non ricordi che cosa succedeva nei giorni finali del caso Englaro” (Repubblica, 3 agosto). Mancuso si riferiva alla risposta burocratica data dall’Avvenire a un sacerdote che aveva lamentato la reticenza delle Gerarchie sulla morale familiare e sessuale del Presidente del Consiglio. Una questione certo serissima (anche se non possiamo certo condividere alcune pur reticenti prese di posizione ecclesiastiche, per dirne una a noi quei comportamenti non paiono affatto un modello fornito alle giovani generazioni di “vita gaia e libertina”), ma certamente meno importante e seria se messa a confronto con le “altre” priorità che la Chiesa sceglie di trascurare. Mancuso è tornato in più articoli sulla distinzione fra Chiesa profetica e Chiesa politica e della prevalenza di questa sulla prima nei rapporti con il potere.Probabilmente il silenzio imbarazzato o le parole reticenti sulla vita privata di Berlusconi scontano proprio questo: uno screditamento morale e un indebolimento d’immagine del Presidente del Consiglio che tornerà utile nel momento delle scelte che davvero stanno a cuore alle Gerarchie, si tratti di questioni bioetiche o del ruolo degli insegnanti di religione, dei privilegi economici della Chiesa o delle discriminazioni in danno delle altre confessioni religiose.

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 11:19
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