Intervista ad Andrea Trisciuoglio

Cannabinoidi, serve una bussola per la legalità

di Marco Valerio Lo Prete

La storia di un attivista testardo che sceglie di far rispettare il suo diritto alla salute e ricorre alla cannabis terapeutica. Per poi diventare punto di riferimento per decine di malati

Roma. Da sette anni attivista e dirigente dell’Associazione Luca Coscioni, da quattro anni malato di sclerosi multipla, Andrea Trisciuoglio da qualche mese è divenuto un punto di riferimento per decine di cittadini malati che tentano di orientarsi nel caotico mondo italiano della cannabis terapeutica. “Non sono un medico e non mi improvviso tale – dice subito Andrea ad Agenda Coscioni – a chi mi contatta mi limito a raccontare la mia storia, spiegando come in Italia sia possibile superare burocrazia e ignoranza per vedersi riconosciuto il diritto alla salute”. Oggi trentunenne, inizia il suo racconto da quella che definisce una “tragica causalità”: “Il 20 settembre 2006 si spense Luca Coscioni, malato di sclerosi laterale amiotrofica, e soprattutto leader dell’associazione per la libertà di ricerca scientifica cui ero - e sono ancora - iscritto. Lo stesso giorno mi fu diagnosticata la sclerosi multipla, un morbo che colpisce il sistema nervoso centrale”. E’ allora che Andrea inizia a girare mezza Italia per consultare quanti più medici possibili: “Non mi bastava il parere del medico di Foggia e presto non mi bastarono nemmeno i medici con cui parlai. Iniziai a informarmi su Internet. Non perché pensassi di saperne di più dei professionisti, ma perché intendevo capire come si curava il paziente al di fuori dei confini dell’Italia”.
Il tabù della cannabis terapeutica
Da qui la scoperta che in altri paesi si utilizzano regolarmente, per contrastare alcuni effetti sintomatici della malattia, i cannabinoidi, ovvero farmaci contenenti principi attivi come Thc (tetraidrocannabinolo) e Cbd (cannabidiolo). Un esempio? “Un sintomo caratteristico della sclerosi – ricorda Andrea – è la rigidità del corpo. Progressivamente si diventa rigidi come pietre”. “Ipertono”, lo chiamano i medici. “Il Lioresal che mi era stato prescritto, sul mio corpo aveva l’effetto dell’acqua fresca. Con il Bedrocan (che contiene Thc e Cbd) gli spasmi delle mani si sono calmati, e così anche i dolori lancinanti alle ginocchia”. Così Andrea ha potuto rimettere la carrozzella in garage, senza bisogno di alcun viaggio a Lourdes, ma semplicemente importando un farmaco dall'Olanda. Semplice, no? Solo che per arrivare all’importazione ci sono voluti anni. Perché innanzitutto il nostro paese, per via di un retaggio proibizionista, non produce questi farmaci; poi perché è altamente improbabile trovare un medico abbastanza informato che prenda anche in considerazione di sottoscriverli. “Sono venuto a conoscenza di questa situazione grazie a due gruppi, ricorda Trisciuoglio, ‘Pazienti Impazienti Cannabis’ e ‘Associazione Cannabis Terapeutica’, e mi sono reso conto che solo in Alto Adige si procedeva regolarmente all’importazione di cannabinoidi, nonostante la legge fosse chiarissima: l’importazione è lecita, così come l’utilizzazione”. Ma alla Asl di Foggia evidentemente non la pensavano così: “Visto l’inadeguato livello di informazione, per mesi non ho trovato un medico che volesse prescrivere il farmaco; nessuno che volesse azzardarsi a fare qualcosa di diverso rispetto a quanto aveva fatto fino a quel momento. Addirittura mi hanno mandato nelle Asl di paesi vicini, per poi magari finire in farmacie territoriali che, a prescrizione avvenuta, si riservavano nuovamente il diritto di veto sull’importazione”. Va avanti così per mesi, a discutere con medici, direttori sanitari, presìdi farmaceutici, uffici patrimonio e gli immancabili comitati etici: “Alla fine ho personalmente convinto il direttore della Asl di Foggia con un ragionamento di tipo economico: perché continuare a spendere 3.000 euro al mese per la mia flebo di Tysabri, quando con 140 euro di Bedrocan si potevano ottenere risultati migliori?”. Con il consenso strappato alla struttura ospedaliera – che si è impegnata a importare il farmaco e sostenere le spese – Andrea ottiene una prima vittoria: “Ho un figlio di otto mesi e mezzo, iniziavo a stancarmi di stare dietro ai medici per consigliarli sul loro mestiere”, scherza.
Da caso pietoso a caso pericoloso
Ma prima ancora che un paziente, Andrea è un cittadino dalla lunga militanza coscioniana e radicale, convinto che il diritto – se c’è – non debba restare un privilegio per pochi. Dopo aver reso pubblica attraverso i media la sua battaglia personale, presto inizia ad aggregare informazioni dai malati che lo contattano da tutta Italia: “In pochi mesi saranno stati 50. Mi scrivono anche da Piemonte, Lombardia e Liguria”. A loro racconta la sua storia, tutt’al più li aiuta a scaricare moduli e scrivere lettere. Se invece sono abbastanza fortunati da trovarsi in Puglia, gli dà appuntamento per essere ricevuti dal Presidente della Regione, Nichi Vendola: “Alla fine non ci ha incontrato – sottolinea il Consigliere generale dell’Associazione Coscioni – ma noi ci siamo autoconvocati (assieme a Giuseppe Simone e ai mariti di due donne malate, Libera Starace e Annamaria Perasi) e siamo andati a parlare col Dirigente dell'Assistenza Farmaceutica per la Regione Puglia, il dr. Leoci: abbiamo sollecitato un piano straordinario d’azione regionale per rendere effettivamente esercitabile, attraverso l’informazione capillare ai medici e alle strutture sanitarie (farmacie in primis), un diritto che rimane finora sulla carta, quello di poter utilizzare la cannabis terapeutica”. Ora, promette Andrea, non sarà più il solo “a tenere il fiato sul collo delle istituzioni”.
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 15:59
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