Contro gli "uccelli del malagurio"

Annalisa Chirico

Secondo economisti come Eberstadt e Bauer, la tecnologia può disinnescare gli effetti più deleteri della sovrappopolazione e lo sviluppo economico è il vero antidoto all’esplosione demografica

Non solo contraccezione. Fatto salvo il diritto universale di scegliere se e quando riprodursi, di “esplosione di salute”, preferisce parlare Nicholas Eberstadt, esperto di economia politica e demografia dell’American Entreprise Institute; perché l’incremento demografico del Ventesimo secolo lo si deve principalmente alla riduzione della mortalità infantile. Non è un caso che il secolo in cui la popolazione mondiale è quadruplicata (da 1,6 a oltre 6 miliardi di persone) abbia registrato nel contempo un’“esplosione di prosperità economica” senza precedenti. Una popolazione più in salute ha un potenziale produttivo maggiore, e su questo potrebbe riscattarsi il Continente africano.
Secondo uno studio della Harvard Initiative for Global Health l’Africa vive la transizione demografica tipica dei Paesi attualmente avanzati: un abbassamento graduale del tasso di fertilità unito a un aumento della speranza di vita. Esiste oggi in Africa il fulcro di una potenziale classe media operosa e produttiva. Quella borghesia, che in Europa ha fatto la Rivoluzione Industriale facendo quintuplicare il Pil procapite mondiale tra il 1900 e il 2003 (le stime di Angus Maddison, economista dell’Ocse), potrebbe trasformare la transizione in “dividendo demografico”, se solo sovrana fosse la Legge, e non l’arbitrio di governi corrotti.
Il Ventesimo secolo, secondo Eberstadt, confuta il too many people argument. Monaco, con una densità di popolazione quasi quaranta volte quella del Bangladesh, ne è l’esempio eclatante. Non è vero che in più si sta peggio. Dipende dalla tecnologia e dalle conoscenze a disposizione.
A chi rivendica la capacità di abbassare a livello internazionale i tassi di natalità attraverso “politiche mirate”, Eberstadt ribatte che si tratta di una mera illusione perché le parental choices sono imprevedibili (a meno che non si voglia ricorrere alla coercizione di stato). Lo dimostrano i dati della Banca Mondiale sul rapporto tra fertilità e utilizzo di moderni contraccettivi: tra le donne sposate di età compresa tra i 15 e i 49 anni, per esempio, il tasso di utilizzo dei contraccettivi era più alto nella West Bank e a Gaza nel 2004 che in Bulgaria nel 2008 – eppure il tasso di fertilità totale era quattro volte più basso nello stato balcanico. Sulle scelte riproduttive influiscono modi di pensare individuali e collettivi. L’io e il clan.
Peter Bauer, economista ungherese scomparso nel 2002, fa un ulteriore passo avanti tracciando una relazione tra la “razionalità demografica” e gli stadi di benessere economico. In molti Pvs un figlio è un’assicurazione per la propria vecchiaia e fonte di forza lavoro; in aggiunta, i costi di un figlio in più sono solitamente bassi e condivisi all’interno della comunità locale. Ne segue che le persone preferiscono famiglie numerose. La tendenza di solito si inverte a stadi di sviluppo (e di benessere) più avanzati, quando i costi di un figlio in più eccedono i relativi benefici.
A dispetto di quanto sostengono “gli uccelli del malaugurio”, così li definisce Bauer, spesso l’aumento dei redditi si è accompagnato a una rapida crescita demografica, come nell’Europa del XX secolo o in alcune regioni povere (Malesia, Kenya, Brasile, Messico) dopo la Seconda Guerra Mondiale. L’empowerment della donna, ovvero la crescita delle sue potenzialità, ha bisogno di apertura al mondo esterno, soprattutto all’Occidente, per determinare un cambiamento volontario in quegli atteggiamenti e in quelle abitudini, che danneggiano lo sviluppo economico; in questo modo le persone sceglieranno di fare meno figli semplicemente perché lo troveranno più vantaggioso per sé. Resta poi un quesito sullo sfondo. Se pure la profezia si avverasse, siamo sicuri che non potremmo sfamare più teste? Parafrasando Julian Simon, le risorse umane sono infinite, soprattutto se lasciate libere di creare.
 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 18:16
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