La truffa delle perenzione

Così la burocrazia affama la ricerca

di Annalisa Chirico

 

Gli Studenti Luca Coscioni hanno organizzato lo scorso 15 luglio un sit-in nei pressi di Palazzo Chigi per chiedere l’abolizione della perenzione amministrativa sui progetti di ricerca scientifica, ovvero di quel meccanismo burocratico in base al quale allo scadere del terzo anno qualunque stanziamento pubblico cade in “perenzione” (cioè scade), e i fondi che non sono stati ancora utilizzati rientrano automaticamente nelle casse del Ministero del Tesoro. Da qui, in teoria, possono essere recuperati attraverso una complessa procedura burocratica , il cui esito dipende interamente dalla discrezione (politica) del ministro in carica. Tremonti ha spazzato via ogni dubbio: non ha alcuna intenzione di mollare l’osso sui fondi perenti, tanto più in tempi di disordine finanziario, con il debito pubblico “da record” e le entrate fiscali in calo. Anche i fondi “scaduti” danno una boccata d’ossigeno all’ingorda amministrazione italiana; e quando non si sa deve tagliare, la Ricerca e lo Sviluppo sono le voci su cui “convergono” destra e sinistra.                                                 La perenzione amministrativa, vero e proprio furto di stato, fu ridotta da 7 a 3 anni con la legge finanziaria 2008 dall’allora ministro Padoa Schioppa. Oggi è un tabù bipartisan, su cui governo e opposizione preferiscono stendere un velo (im)pietoso. O meglio, consociativo.                                                                                                           Con la perenzione lo stato cancella i debiti contratti con ricercatori e imprese. Qualunque stanziamento pubblico (per opere concettuali, grandi opere, infrastrutture) si “estingue” ex lege al termine del terzo anno con un giochino burocratico,  prodotto dalla fervida burocrazia italiana, che non trova corrispondenti in altri Paesi. LE PMI hanno esporto denuncia presso la Commissione Europea per i cosiddetti “ritardi” nei pagamenti della pubblica amministrazione italiana. Si calcolano 27 miliardi di euro caduti in perenzione e sottratti abusivamente ai soggetti che si erano impegnati in base a contratti conclusi con lo stato italiano.                                                                         Intanto la ricerca di base è a terra. I progetti Firb (Fondo investimenti per la ricerca di base) sono bloccati perché, dopo le prime tranche di denaro, non arriva più un euro e mancano i soldi per pagare gli stipendi, già insufficienti, dei nostri ricercatori. Agli appelli del mondo dell’Università e della Ricerca finora non è giunta risposta. Secondo i dati del ministero del Tesoro, ammontano a 240 milioni di euro i fondi sottratti abusivamente alla ricerca scientifica. E così, se da un lato la Ricerca viene colpita da leggi di stampo proibizionista e confessionale, che impediscono ai nostri ricercatori di fare quello che altrove è possibile, dall’altro si ricorre a questo espediente burocratico per sottoporre la ricerca a una stretta finanziaria senza precedenti.
Mercoledì, 29 luglio, 2009 - 14:34
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