Così la sanità ha catturato politica e giornali

di Walter Vecellio

 Il 18 aprile nel 2008, meritatamente, il centro-sinistra è stato punito a Roma, e immeritatamente ha vinto il centro-destra: Gianni Alemanno, “lupomanno” è diventato sindaco della città. Da allora la capitale è diventata preda di una inquietante rete di potere fatta di palazzinari, immobiliaristi, generone romano che vede tutti insieme appassionatamente: cardinali e prelati, editori e costruttori, banchieri, lobbisti, centri sociali di destra, ex fascisti, qualche ex comunista folgorato sulla via di Damasco, e naturalmente i centri di potere che orbitano attorno al Vaticano. Non che prima non ci fossero in ballo interessi e “interessati”; e anzi, qualcuno indifferentemente ha semplicemente rivoltato il pastrano. Ma ora è peggio. Allora si giocò, spregiudicatamente, una partita enorme, anche sul fronte dell’informazione; per fare un esempio: quando, a nove giorni dal ballottaggio del 2008, una ragazza venne stuprata, la notizia venne raccontata con sei colonne di cronaca in prima pagina, per non dire dei notiziari televisivi; a quattro giorni dalle elezioni europee, un analogo stupro è stato liquidato con una piccola notizia in prima, e un articolo a pagina 11. La partita che si gioca oggi per la presidenza della Regione Lazio non è meno importante di quella per il comune di Roma. In gioco interessi politici, ma anche lucrosissimi affari; e la rete di potere è pesantemente scesa in campo. Lo si è visto – il tipo di interessi e di partita che si gioca – con l’aggressione che “Libero” ha tentato nei confronti di Emma Bonino, riportando lo “scandalo” di alcune fotografie (peraltro note) che mostrano Emma mentre pratica un aborto con il metodo Karman: quando, negli anni Settanta, i radicali erano impegnati contro la piaga dell’aborto clandestino reso possibile dalle vecchie norme fasciste che lo punivano, e che culminarono con gli arresti della stessa Bonino, di Adele Faccio, di Gianfranco Spadaccia e Giorgio Conciani prima, con l’approvazione della legge Fortuna dopo. Del resto, voce dal sen fuggita, un titolo sempre di “Libero” è quanto mai significativo: “Il mondo cattolico adesso trema. A rischio finanziamenti per 500 milioni”. Dove per mondo cattolico si intende quel pianeta clericale o para-clericale timoroso che la vittoria di Emma Bonino pregiudichi il formidabile apparato di potere e di “roba” garantito all’ombra dell’assistenza e della sanità. Per capire perché “Libero”, quotidiano sì nazionale ma la cui penetrazione di vendita è concentrata in particolare nelle regioni settentrionali del paese, sia così interessato alla partita nel Lazio, lo si comprende se si tiene presente chi è il proprietario del giornale: la famiglia Angelucci: il capostipite Antonino, eletto parlamentare della PdL in Lombardia; e suoi tre figli, Giampaolo, il più impegnato del gruppo, agli arresti domiciliari per ordine del tribunale di Velletri per qualche giorno (misura poi revocata); e i fratelli Alessandro e Andrea. I baroni della sanità laziale Gli Angelucci, con il gruppo Ciarrapico e il gruppo Garofano, sono considerati i “baroni” della Sanità del Lazio, anche se il loro impero va ben al di là dei confini regionali: la holding del gruppo è domiciliata in Lussemburgo, la Tosinvest S.A., 500 milioni di euro di fatturato, 200 dei quali viene dalla Sanità, dalle cliniche e dai centri per anziani. In Italia operano cinque sub-holding: una per le attività finanziarie; due società immobiliari; una nel settore editoria; una per quello sanitario. E’ a quest’ultima sub-holding che fanno capo 25 strutture sanitarie: 13 nel Lazio, 11 in Puglia, una in Abruzzo: in tutto circa 3.000 posti letto, 2.300 dipendenti, un migliaio di medici. Una delle cliniche più famose del gruppo è stata il San Raffaele di Roma: acquista nel 1999 dalla Fondazione Monte Tabor di don Luigi Verzé, gli Angelucci se l’aggiudicano in cambio di circa 270 miliardi di lire di allora; poi è rivenduta allo Stato per circa 320 miliardi. Giunte di centro-destra o di centro-sinistra che fossero, alla regione Lazio, gli Angelucci non ne hanno mai risentito molto; la stessa cosa per quel che riguarda la Puglia: andava bene Raffaele Fitto, andava bene Nichi Vendola. Racconta Sergio Rizzo sul Corriere della Sera: è con Antonio Angelucci che “il presidente della Regione Lazio Marrazzo avrebbe perorato la causa di Rosa Russo Jervolino, che per la sua campagna elettorale a Napoli chiedeva la collaborazione di un redattore del ‘Riformista’ per i rapporti con la stampa”. Del resto le amicizie, o quantomeno le conoscenze, erano e sono a tutto campo: da Massimo D’Alema a Gianfranco Fini (il fratello Massimo era consigliere della Tosinvest). E’ ancora Rizzo a ricordare che la moglie di Massimo Fini, Patrizia Pescatori, “ha anche investito circa 500 mila euro nella Panigea Poliambulatorio Cave, di cui Tosinvest è tuttora azionista, e dove avrebbero interessi pure la moglie (ora ex moglie) del leader di AN Daniela Di Sotto, nonché la famiglia del parlamentare di AN Francesco Proietti Cosimi, ex segretario particolare di Fini...”. Rizzo scriveva nel 2006, e annotava: a sinistra il punto di riferimento era l’allora Quercia, tanto che nel 2003 gli Angelucci, per 42,6 milioni di euro, hanno acquistato il 50,1 di Beta immobiliare, la società creata dai DS per convogliare i debiti accumulati dal PDS con le banche Carisbo, Banca Intesa, Capitalia, Mps; grazie a questo acquisto i DS estinsero il debito con le banche. A destra il riferimento era Alleanza Nazionale: “E non potrebbe essere diversamente, visto che per cinque lunghi anni il presidente della Regione Lazio, cioè quello che doveva pagare le convenzioni, era Storace, poi anche ministro della Salute”. Ottimo anche il feeling con l’attuale ministro della PdL Raffaele Fitto, ex presidente della regione Puglia: dalla Giada srl, società di cui Giampaolo Angelucci era azionista prima di passare le quote alla Brown International, sono arrivati – regolarmente denunciati – 50mila euro per Forza Italia e altri 40mila per Fitto. Denaro aggiunto al contributo da 75mila euro versato al candidato del centro-destra dalla Cooperativa Editoriale Libero. Libero, Riformista: giornali e portantini Intervistato dal mensile “Prima comunicazione” nel novembre del 2003 Giampaolo Angelucci dice: “L’editoria è una mia grande passione. Siamo entrati in tante imprese, ma nell’editoria ci sono entrato con grande entusiasmo. E’ la mia seconda passione, dopo la sanità”. Fatto è che con l’entrata degli Angelucci, “Libero”, quotidiano caratterizzato per la sua sensibilità al Nord e per le sue venature para-leghiste, apre, annota “Prima”, redazioni nelle cinque province del Lazio e si espande nelle Puglie e nell’Abruzzo. Che poi proprio in queste tre regioni sia ubicata la prima “passione” degli Angelucci, le cliniche, è da considerare, fate voi, un dettaglio o una coincidenza. “Personalmente cerco i giornali, perché mi piacciono, mi interessano”, dice sempre Giampaolo nella citata intervista. In passato, per dare sfogo alla “seconda passione”, gli Angelucci avevano comperato quote della società “L’Unità” editrice multimediale spa, poi liquidata; e tentato di acquisire “Il Corriere dell’Umbria” (una trattativa che non va in porto per circostanze che Giampaolo Angelucci dice di non aver compreso); è andata meglio con “Libero” e con “Il Riformista”. In più di un’occasione gli Angelucci hanno sostenuto di non interferire nel modo più assoluto con le linee editoriali dei quotidiani. Regola non sempre osservata, da quanto risulta dalla lettura della relazione di minoranza di Maurizio Turco alla richiesta di autorizzazione all’arresto nei confronti di Angelucci padre per quel che riguarda l’inchiesta condotta dalla procura di Velletri sulle attività della Casa di cura San Raffaele: “Dall’esame della documentazione pervenuta, risulta che di meccanismi opachi si fosse accorto l’assessore regionale alla sanità, l’ex deputato Augusto Battaglia. Costui evidentemente in qualche misura aveva cercato di contrastare il fenomeno ma poi era stato rimosso dall’incarico, anche a seguito di pesanti campagne di stampa alla cui orchestrazione gli Angelucci avrebbero partecipato...”; e ancora: “Agli atti risulta anche una telefonata di Battaglia ad Angelucci nella quale l’assessore lamenta l’ingiustizia di un articolo apparso su Libero. Successivamente, su indicazione dell’Angelucci, il vice-direttore di “Libero” chiama Battaglia e gli offre la possibilità di controbattere. Questo episodio in particolare non ha rilevanza penale ma denota la capacità di infiltrazione dell’Angelucci nella politica sanitaria laziale…» (Vedi box). Battaglia, per aver "osato" contrastare gli affari della famiglia Angelucci, dopo un lungo braccio di ferro si è vista revocare la delega e viene rimosso; e oggi non nasconde la sua inquietudine: “Vedo troppi vecchi squali della sanità aggirarsi attorno alla candidata del centrodestra”; e si capisce meglio il perché degli attacchi mossi a Emma Bonino, e per conto di chi sono mossi. È da credere, possiamo star sicuri, che telefonate di questo tipo con Emma Bonino non ci sarebbero state, né ci saranno. E dunque, ecco che si cerca di correre ai ripari. Come si sa, come si può. “Libero” pubblicando vecchie fotografie e cercando di montare su queste un “affaire” che dura lo spazio di un mattino; si insiste un paio di giorni, poi si preferisce altro, evidentemente rendendosi conto che la “campagna” non faceva alcuna presa su lettori ed elettori. Più “soft”, “elegante” il “Riformista”, che soprattutto si affida alla penna di Peppino Caldarola. Ex direttore dell’“Unità”, parlamentare per una legislatura e poi non riconfermato, possono essere molti i motivi di rivalsa di Caldarola nei confronti del suo vecchio partito. Fatto è che Caldarola non perde occasione per firmare commenti in cui sostiene che la scelta di sostenere Emma Bonino è deleteria; che il PD sbaglia tutto, l’intesa con i radicali un qualcosa da fuggire come la peste, e via così. Poi, certo, possono capitare curiose coincidenze, come il 25 febbraio: quando in pieno digiuno della fame e della sete di Emma Bonino, “il Riformista” non trova di meglio che pubblicare un piccolo riquadro dedicato al “candidato Tinto Brass” e ai suoi manifesti elettorali con lo slogan “Meglio un culo che una faccia di culo” e relative immagini; e la stessa cosa da “Libero”, anche se in modo molto più “urlato”: “Brass mette il lato B sui poster. E il re dei coatti corre per Emma”. Mezza pagina di Elisa Calessi per “l’impresentabile” Massimo Marino, di una lista civica collegata, non una parola sulle iniziative e le ragioni della candidata presidente. “Posso dirle che con i giornali non ci ho mai rimesso”, ha detto Giampaolo Angelucci nella lunga intervista a “Prima”. Crediamogli sulla parola.  

Giovedì, 18 marzo, 2010 - 19:02
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