Darwin e la pulsione a riprodursi

Gilberto Corbellini

Sviluppo economico, progresso scientifico, democrazia e istruzione hanno contribuito ad abbattere la mortalità infantile, avviando la transizione demografica

Darwin post cardSe Darwin, che nel 2009 è stato celebrato da quasi tutto il mondo civile, aveva ragione, potrebbero essere non agevoli le strade da percorrere per affrontare il problema demografico e, di conseguenza, contribuire a ridurre l’impatto della presenza umana sull’ecosistema planetario. Qualunque organismo vivente modula la propria pulsione a riprodursi a seconda di come filtra gli stimoli ambientali, cioè in base a come la disponibilità di risorse, la mortalità e altri parametri ecologico-demografici influenzano il conseguimento dello scopo fondamentale per cui si viene al mondo. Che è quello di garantire, senza averne quasi mai la consapevolezza, la continuità della vita. Senza, peraltro, preoccuparsi minimamente di trovare un equilibrio con altre forme di vita. Nel senso che ogni specie cerca comunque di occupare più spazio possibile, a meno che non entrino in gioco meccanismi demografici che innescano delle limitazioni. Questa vale per i batteri, così come per la specie umana.

La teoria di Darwin dice, infatti, che le popolazioni di organismi viventi vanno spontaneamente incontro a modificazioni adattative, ovvero a cambiamenti della loro morfologia funzionale che consentono un miglioramento nell’uso risorse ambientali, come conseguenza della selezione naturale. Ma che cosa è la selezione naturale? Ebbene, nient’altro che il differenziale riproduttivo che si stabilisce tra gli individui di una specie in quanto ognuno è diverso dagli altri. Per cui le variazioni ereditarie che danno un vantaggio riproduttivo aumentano di frequenza nella popolazione, in quanto i portatori lasciano una discendenza più numerosa.

Parlando in modo più diretto, la riproduzione è il meccanismo che la vita utilizza per evolvere. Di conseguenza, il controllo della riproduzione in condizioni naturali serve ad assicurare maggiori chance ai portatori di geni, cioè agli individui che via via nascono, di raggiungere l’età in cui possono a loro volta riprodursi. Tanto per fare qualche esempio, il numero di figli che una femmina umana mediamente metteva al mondo, prima che fosse inventata l’agricoltura e iniziasse lo sviluppo delle civiltà storiche, oscillava tra 4 e 6. Il periodo di fecondità veniva sfruttato completamente, dal menarca alla menopausa (ma rarissimamente le donne preistoriche vivevano fino alla menopausa), e la mortalità infantile era simile a quella delle altre specie di mammiferi e cioè dell’ordine del 20-30 per cento. L’allattamento prolungato, l’aborto o l’infanticidio erano normalmente praticati per evitare nuove gravidanze o esigenze di accudimento, ovvero per garantire che un nuovo figlio venisse al mondo solo quando il precedente aveva circa 4 anni, ed era relativamente indipendente rispetto al movimento e all’assunzione.

Le pratiche riproduttive e di controllo delle nascite usate dai nostri antenati per almeno un milione e mezzo di anni, non erano certo il risultato di scelte consapevoli. Si trattava bensì di comportamenti selezionati dall’evoluzione attraverso i geni che contribuivano, in cooperazione tra loro e sfruttando il contesto ambientale, a produrre fenotipi vantaggiosi. Ne consegue che, se sono disponibili risorse e non cambiamo le variabili ecologiche e demografiche che stimolano a riprodursi, una popolazione continua a crescere. Il parametro che la demografia ha identificato come collegato con il tasso di natalità e con la fecondità, è il tasso di mortalità infantile. Nel senso che fino a quanto rimane elevato il tasso di mortalità infantile, quello di natalità e quindi la fecondità rimangono anche elevati. Mentre l’abbattimento del tasso di mortalità infantile è seguito dopo un certo periodo dalla riduzione del tasso di natalità e della fecondità. Il traguardo sarà una condizione di crescita zero della popolazione, e dopo qualche tempo, a quanto sembra, una ripresa della crescita. In questo modo le cose sono andate in tutti i paesi dove si è verificata la cosiddetta transizione demografica.

Ma che cosa ha determinato l’abbattimento del tasso di mortalità infantile? Molto banalmente, lo sviluppo economico consentito dal progresso scientifico e tecnologico, grazie a cui sono migliorate le condizioni sanitarie e l’organizzazione politica della società è evoluta verso la democrazia. La storia dell’occidente, per il momento, insegna che l’incremento del benessere e del livello medio di istruzione, grazie ai miglioramenti sociali che si portano appresso, danno luogo a scelte riproduttive più consapevoli. Anche nei paesi che più recentemente hanno raggiunto determinate condizioni di benessere economico, un adeguato livello di alfabetizzazione e una qualità accettabile di democrazia, la situazione demografica migliora. Così come è dimostrato che il successo dei tentativi di introdurre programmi di pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo e più poveri, dipende significativamente dalla condizione dell’istruzione delle donne.

Si potrebbero esaminare diverse altre variabili che possono entrare in gioco, sempre per motivi di natura biologico-evolutiva, nello sfruttamento delle opportunità che diverse situazioni demografiche rappresentano sul piano delle dinamiche di governo politico della società. Come, per esempio, le religioni o le tradizioni morali. Non è un caso che le religioni che aspirano ad assumere un peso politico nelle società umane siano contrarie a tutti gli interventi di pianificazione delle nascite. Ma questo tema aprirebbe un diverso ordine di discorsi.
 

Domenica, 17 gennaio, 2010 - 17:35
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