Intervista a Sofia Ventura
Sofia Ventura, docente di Scienza della politica, collabora attivamente con FareFuturo e si è distinta per alcuni interventi sul magazine della fondazione (celebre quello sul “velinismo politico”, una critica aggressiva al metodo di compilazione delle liste del centrodestra per le elezioni europee) caratterizzati da forte richiamo ai valori della laicità sui temi della bioetica.
In FareFuturo sembra chiara l’influenza dell’area cosiddetta liberale sulla elaborazione teorica della nuova destra. Mi incuriosisce capire se e in cosa l’incontro e il dialogo, anche personale, con intellettuali di destra l’ha indotta a modificare o a rimettere in discussione parte della sua interpretazione della realtà.
L’incontro sul piano personale è stato sicuramente fecondo. Non voglio sembrare supponente, però non ha modificato la mia visione del mondo e della politica che resta profondamente liberale. E’ vero però che l’incontro con queste persone, che probabilmente hanno dovuto rimettersi in discussione più di me, mi ha costretta a riflettere più seriamente su alcuni aspetti, come la dimensione della comunità. Non che abbiano messo in discussione la mia visione liberale fondata sull’individuo, però mi sono trovata a riflettere con più frequenza e attenzione su quei temi che creano solidarietà nel tessuto sociale, anche nel tentativo di ricercare di una base comune di riflessione e di discussione.
Con il suo intervento sul “velinismo politico” sembra aver inciso in concreto sulla vita politica del suo paese. Dopo questa vicenda, ha ripensato e tarato di nuovo i suoi obiettivi di intellettuale? E quali sono?
Non mi sono mai posta chiaramente la questione di quali siano gli obiettivi di un intellettuale. Ho sempre avuto una passione per la politica, faccio il professore di mestiere e ho sempre avuto il desiderio di partecipare al dibattito pubblico. Questa vicenda però mi ha portato a riflettere sul ruolo di noi professori. Doversi infatti rapportare con i media è un po’ un altro mestiere, bisogna usare un altro linguaggio e ci si rivolge a un pubblico diverso. Ed è difficile accettare di usare altri strumenti linguistici e a volte banalizzare le proprie riflessioni. E’ vero però che il mondo accademico non può rimanere chiuso. Bisogna rimettersi in gioco, misurarsi con la politica. Con grande difficoltà psicologica accetto questa duplicità di professore che si misura anche con il dibattito pubblico. Però devo ammettere che è anche un’esperienza arricchente, perché se pensiamo con quattro formulette teoriche di interpretare il mondo e di capire cosa devono fare i politici, non andiamo molto lontano. Avendo osservato alcuni leader politici, mi sono accorta che con il loro fiuto spesso sanno dare una lettura della realtà più puntuale di noi professori con tutti i nostri libri. Insomma, questa esperienza mi ha aiutato a essere più umile.
Qual è il tema di diritti civili che le preme di più personalmente e idealmente in questo momento?
Non ce n’è uno in particolare, a volte mi concentro su un tema che in un frangente politico mi sembra più importante. Forse quello che più ho sentito su me stessa è quello sul testamento biologico. Ho pensato che un giorno potrei trovarmi a decidere oppure qualcuno si troverà nelle condizioni di decidere per me. Ho vissuto il progetto di legge elaborato nell’ambito del centrodestra come una violazione della libertà profonda della persona e della sua dignità. Però ci sono molti altri temi che mi premono, per esempio il diritto degli omosessuali a un riconoscimento sociale pieno, e al diritto di non dover sentire affermazioni, come quelle provenienti dalla chiesa cattolica, che ledono la loro dignità di persone.
Cosa la incoraggia e scoraggia nel dibattito culturale e politico italiano in tema di diritti civili?
A incoraggiarmi c’è ben poco. Sono scoraggiata dal fatto che c’è poca intelligenza e laicità in senso lato. Tranne rare eccezioni, penso a Stefano Rodotà, i protagonisti del dibattito pubblico e politico sono molto miseri quando parlano di queste cose. Presentano la loro posizione ideologica che spesso non ha un fondamento filosofico razionale, nemmeno di attenzione alla realtà empirica, a quel che accade nel mondo. E’ molto scoraggiante che il centrodestra abbia preso questa via illiberale che non capisco fino in fondo. Se devo però sforzarmi di trovare una spiegazione penso che a un certo punto ha preso piede all’interno di Forza Italia prima, e del Popolo delle Libertà poi, un gruppo di persone molto capaci e intelligenti che per percorsi personali avevano maturato certe idee, non saprei dire se impolitiche o apolitiche, e queste stesse persone avevano deciso che le loro convinzioni personali dovessero trasformarsi in un dover essere per l’intera comunità. Hanno convinto, forse in parte, Silvio Berlusconi, e sono riusciti a imporsi nel dibattito interno, se di dibattito si può parlare!, facendo credere che questa strada che possiamo definire reazionaria, fondata sulla paura della modernità, fosse quella vincente rispetto a quella dell’opinione pubblica e rispetto ai poteri forti come la chiesa. D’altra parte sull’altro versante, quello della sinistra, c’è un universo imbelle, incapace di reclamare e di affermare con forza delle posizioni liberali e progressiste.
Secondo lei, la classe dirigente italiana è attrezzata, umanamente e culturalmente, per parlare di morte?
Probabilmente no, ma è un problema della società e della cultura italiana che esorcizza la morte. Noi ne abbiamo paura, perciò la allontaniamo. Mi colpisce come negli Stati Uniti dopo i funerali spesso si organizzano pranzi o cene: insieme si metabolizza una realtà della vita che è la morte. Invece nel mondo cattolico sembra una bestemmia trovarsi a ridere e a scherzare mentre si accompagna un caro alla sepoltura. Questo mi porta a pensare che abbiamo paura della morte e non sappiamo viverla collettivamente. In più la nostra classe politica sul piano culturale è attrezzata per pochissimo e non riesce a distinguersi dalla società civile. E’ una classe dirigente che ha poca passione per la politica, intesa come riflessione sul bene comune. Tutto è sempre legato alla politique politicienne e a piccole guerre di posizionamento.
Cosa non teme del futuro?
Fin da piccola non ho mai avuto paura delle novità, non temo le realtà nuove.