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Disabili: diversamente se stessi

Maria Pamini

Schianchi Matteo, La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Feltrinelli, 2009, pp. 171, euro 14,00

La disabilità come fatto in gran parte culturale, questa è la lente attraverso cui Matteo Schianchi guarda quella che potrebbe essere la terza nazione (650 milioni di disabili nel mondo). Mai come oggi sono esistiti così tanti casi di disabilità, qui definita un “effetto
collaterale della modernità” e che “è sempre meno il prodotto di fatalità e casualità, e sempre più il risultato dell’agire umano e della società in cui viviamo”. Se la società industriale e la successiva supremazia tecnologica ne sono una delle cause principali è anche vero che oggi il disabile ha molte più possibilità di costruire una propria esistenza autonoma proprio grazie l’utilizzo di ausili tecnologici adeguati.
Secondo Schianchi l’integrazione può avvenire solo con politiche e provvedimenti capaci di “fare cultura”. Il grande valore che riconosce nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (entrata in vigore nel maggio 2008) è proprio quello di porre l’enfasi non sull’handicap bensì sulla dimensione sociale delle persone disabili. Il disabile ha bisogno della società più degli altri cittadini e quindi la sua totale integrazione passa attraverso l’accettazione generale che non sempre è possibile “far tornare i conti” nel quadro di un’ipotetica e fittizia normalità.
Schianchi, diventato disabile a seguito di un incidente stradale, coglie il senso del lutto che colpisce chi perde la propria normalità. E’ necessario non “ricostruire ciò che si era prima e che non si è più”, ma “essere, nuovamente, diversamente e pienamente se stessi”.
La critica verso i mezzi di informazione è proprio quella di assecondare questo bisogno generale di normalità e omologazione. Anche se ultimamente essi si occupano di più di disabilità lo fanno con programmi “pervasi da un ottimismo a tutti i costi” in cui vengono presentati dei “superdisabili”: “Ciò che conta è il successo: questo è l’unico criterio utile per permettere al disabile di superare il proprio handicap”. L’esempio più lampante è quello di Pistorius, l’atleta che corre su protesi avveniristiche in fibra di carbonio. Per molti disabili, lontani dalle prestazioni da record ottenute dal corridore sudafricano, il problema è semplicemente trovare strutture a loro adibite che li aiuti a costruire “una relazione fisica e mentale con il proprio corpo e la menomazione, imparare a conoscerne le possibilità e le potenzialità e sopprimerne i limiti”.
Da un punto di vista più strettamente politico Schianchi sottolinea come, nonostante il gran numero di associazioni e sportelli per disabili, non esista una politica complessiva che affronti il problema su tutti i fronti, al di fuori di una logica meramente assistenzialista. L’offerta dei servizi “in gran parte non è programmata sulle reali esigenze delle persone disabili (che non vengono direttamente coinvolte), ma in base a quanto i pubblici servizi sono in grado di fornire e secondo dinamiche e disponibilità che non sempre mettono al centro la disabilità”.
L’assistenzialismo delle politiche sulla disabilità produce oggi solo una “forma ingannevole di integrazione” e Schianchi si chiede se il loro obiettivo non sia “eliminare radicalmente l’esclusione dei disabili, ma semplicemente integrare queste persone nel sistema, lasciando invariate le fonti di discriminazione ed emarginazione”.
 

Lunedì, 14 settembre, 2009 - 12:19
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