Intervista a Rick Falkvinge

Ecco perchè ora sono un pirata

di Marco Valerio Lo Prete

Il fondatore del Partito dei Pirati svedesi ci spiega cosa lo ha spinto a fondare un movimento a difesa della privacy e per la riforma del copyright. Mentre ora in tutta Europa nascono le imitazioni

 

Salerno. La pirateria, per definizione, si pratica in acque pericolose. Sarà per questo che lo scorso 20 ottobre, Rick Falkvinge, fondatore del Partito dei Pirati svedese (Piratpartiet), si è recato a Manchester, nel Regno Unito, in occasione di “In the City”, la conferenza internazionale dell’industria musicale. Invitato a parlare dal palco, non ha risparmiato l’affondo: “Cara industria musicale, sei stata ritenuta insufficiente e superata – ha detto – superata da milioni di persone che creano musica semplicemente perché amano farlo. Essi infatti non stanno chiedendo nessun monopolio, perché considerano i monopoli come meri ostacoli che distolgono l’attenzione da quello che vogliono fare – creare ancora più musica – e perciò li respingono con decisione”. I fischi e gli schiamazzi da parte della sala non si sono fatti attendere, ma Rick ha continuato a parlare con la sua calma abituale, utilizzando lo stesso argomentare logico e piano che aveva usato con noi quando lo abbiamo incontrato a inizio settembre su un treno Roma- Salerno. Destinazione: la giornata conclusiva della Scuola estiva Luca Coscioni e il congresso fondativo dell’associazione radicale Agorà Digitale. “Chiediamo che le stessi leggi del mondo reale valgano anche per il mondo online”, Rick riassume così ad Agenda Coscioni il programma del Partito dei Pirati. Una frasemanifesto in grado, alle ultime elezioni europee di giugno in Svezia, di conquistare oltre il 7 per cento dei consensi degli elettori.
 Niente male per un partito nato dal nulla nel 2006. Funziona così. Si prenda il segreto postale: se nessuno ha il diritto di leggere la corrispondenza tra cittadini - “anche qualora il mittente decidesse di copiare stralci di un libro e inviarli”, sottolinea Rick – lo stesso deve valere per le e-mail. Il che comporterebbe automaticamente la legalizzazione del file-sharing. Ancora, è il caso del diritto all’anonimato: “Un principio fondamentale dei nostri sistemi democratici – lo definiscono i Pirati – perché spesso alcune idee possono trovare cittadinanza solo se l’autore è certo di non essere immediatamente identificato”. Detto in altri termini: occorre per esempio limitare al massimo la detenzione di dati sensibili, come quelli sul traffico telefonico e e-mail. Vedi anche il capitolo “immunità del messaggero”: “Sin dall’epoca dell’Impero romano, l’immunità degli ambasciatori è assoluta. L’unico responsabile dei contenuti è l’autore degli stessi”. Impossibile, dunque, chiedere agli internet provider di controllare i flussi di informazioni che li attraversano. Rick parla per farsi capire al di fuori della ristretta cerchia dei “nerd” informatici, anche in materia di copyright: “Esso non è identificabile con il diritto di proprietà, come alcune lobby vogliono far credere. Piuttosto si traduce spesso in una limitazione di quello stesso diritto”. Un esempio? Se compro una sedia, posso smontarla, ricostruirla, farne una copia, metterla a disposizione dei vicini. Acquistando un CD del mio gruppo preferito, nulla di tutto ciò è possibile. In definitiva sono il rispetto del diritto alla privacy e la riforma del copyright i due assi cartesiani tra i quali si muove l’iniziativa politica dei Pirati: “Non prendiamo posizione su nessun altro tema. Siamo e vogliamo restare trasversali: ciò ci consente di non disperdere consensi lungo il cleavage destra-sinistra e quindi ci dà una maggiore forza contrattuale sui nostri temi”. Una forma-partito di altri tempi. Quelli futuri Strategia atipica, per un partito atipico – “il movimento dei diritti civili di prossima generazione”, lo definisce Rick – che anche nella sua vita interna ha sperimentato, sin dalla nascita, forme nuove di aggregazione e decisione. Anche perché nell’inverno 2005, quando Rick inizia a pensare che occorre assolutamente fare qualcosa contro la criminalizzazione a mezzo giudiziario del file sharing, gli spazi di agibilità politica sono strettissimi: “Per strada, nei bar, a tavola, in Svezia tutti ne parlavano, ma in Parlamento tirava tutta un’altra aria – ricorda – allora ho realizzato che i parlamentari sono immuni a certe idee nuove. L’unico modo per farli capire è mettere in pericolo il loro posto di lavoro”. Da qui l’idea di stendere un manifesto e metterlo online. “Ho tirato su un sito molto rudimentale e annunciato che avevo intenzione di raccogliere le 1.500 firme necessarie per presentarci alle elezioni. Era il 15 dicembre”. Il giorno dopo i giornali online citano la notizia. In meno di 24 ore sono 2.000 le firme raccolte. Ma una firma non costa nulla, potrebbe obiettare qualcuno: “Il punto è che la sera stessa, ad un appuntamento che avevo dato su un canale chat di Irc, trovo 300 persone ad aspettarmi. Vogliono sapere cosa possono fare”.
A quel punto Rick, già dirigente di Microsoft e al momento consulente in proprio per piccole e medie imprese, chiede un prestito alla sua banca e decide di licenziarsi. In due settimane, dopo aver raccolto profili e disponibilità di militanti attraverso un semplice sistema di questionari da compilare sul web, i pirati hanno una rete organizzata in tutto il paese. “Ci hanno costretto a raccogliere nuovamente le firme per le elezioni, dicendo che quelle online non erano valide – ricorda Rick – ma obiettivi concreti e incrementali è proprio ciò che ci vuole per una organizzazione come la nostra”. A tre anni da allora i membri del Piratpartiet sono 50.000 e gli attivisti veri e propri 17.000. “La fiducia è sempre bidirezionale – continua il fondatore – la nostra dirigenza si riunisce ogni settimana in alcuni caffé, quasi sempre ad Uppsala. Ma se tre iscritti propongono una iniziativa, possono parlare a nome del movimento. Salvo coordinarsi con il centro per la tempistica delle azioni”. Questione finanziamenti? “Al di là del seggio appena conquistato a Bruxelles, non usufruiamo di soldi pubblici. I nostri fondi sono il frutto di donazioni. Ma è essenziale una responsabilizzazione dei centri di spesa; ogni voce del nostro budget (propaganda, internet, viaggi, etc.) è affidata a una persona che decide come distribuire quell’ammontare alla luce delle richieste che gli vengono fatte. Il tutto è rendicontato online, e a fine anno saranno gli iscritti a giudicare come si è amministrato”. Però qualcuno che faccia politica a tempo pieno ci vorrà: “Io sono stato chiaro: posso continuare a fare politica 24 ore su 24 solo se ricevo abbastanza soldi per pagare l’affitto e mangiare”. E così fino a oggi gli utenti del sito lo hanno sostenuto a colpi di microfinanziamenti. Può veramente funzionare? “Alle elezioni europee di giugno avevamo 50 mila euro a disposizione, contro i 6 milioni di euro di finanziamento pubblico degli altri partiti già presenti in Parlamento”. E quasi un elettore su 10 li ha sostenuti. “Nessuno stipendiato dal partito, nemmeno un metro quadrato di ufficio”, rivendica Rick. Certa politica non sarà solo passione, ma quella corsara forse sì.
Giovedì, 12 novembre, 2009 - 12:24
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