Il film di Pedro Almodovar

“Gli abbracci spezzati”: un “fumetto”?

di Gianfranco Cercone

Cosa intendiamo dire quando diciamo che un film è “un fumetto”? Probabilmente che la storia ridonda di passioni d’amore smodate, di delitti e di disgrazie; in una misura così concentrata e ricorrente, e con una tale esasperazione dei sentimenti, da suscitare il nostro scetticismo. Possiamo dire allora che l’ultimo film di Almodovar sia un “fumetto”? Se consideriamo soltanto i fatti, troviamo fra l’altro: un regista di cinema diventato cieco in seguito a un misterioso incidente automobilistico; un produttore pateticamente innamorato della giovane attrice del suo film, al punto che, in un accesso di gelosia, la getta per le scale della sua villa; un aspirante cineasta voyeur, probabilmente innamorato del regista, a sua volta perdutamente innamorato dell’attrice; e poi intrighi e congiure, paternità misconosciute e agnizioni improvvise. E a fronte di un intrigo così complesso, come capita, lo spessore psicologico dei personaggi è ridotto. Si obietterà che una materia narrativa ribollente – o, in senso deteriore, romanzesca – non è nuova in Almodovar.

Ma in altri casi, nelle sue prove migliori, era filtrata da una sottile ironia; l’autore stesso faceva intendere di non riuscire a credere fino in fondo a ciò che raccontava; mentre al centro della sua tela tanto macchinosa, si stagliava un fatto o un personaggio vivo e reale. Come, per esempio, l’infermiere di “Parla con lei”: un uomo di mezz’età affetto da infantilismo; sensibile e gentile, ma anche rassegnato a restare un eterno bambino, salvo una crisi di disperazione conclusiva: quello che si dice, un personaggio “a tutto tondo”.

Negli “Abbracci spezzati”, Almdovar invece si sforza di tenere un tono serio; di convincerci dell’incredibile. E al centro della tela, c’è uno stereotipo: la “donna fatale”; la donna che grazie al proprio fascino irresistibile, seduce tutti gli uomini che le passano accanto, per poi ingannarli o, senza volerlo, trascinarli in disgrazia. Insomma: più che un personaggio reale, un mito femminile, nel quale all’idealizzazione si accompagna almeno un’ombra di misoginia. Ma beninteso: se gli “Abbracci spezzati” è un fumetto, è un fumetto di alta classe, sontuosamente diretto, con attori impeccabili, e un impiego ammaliante e fantasioso, di colori, di musiche, di costumi e di scenografie.

E poi, un po’ alla periferia del film, si può ritrovare almeno un momento di verità: il rapporto d’amicizia, di confidenza, fra il regista diventato cieco, che ha ritrovato la propria serenità grazie a un rigoroso sistema di difesa dal mondo esterno; e un ragazzo, un DJ, che con la sua freschezza e il suo entusiasmo per il cinema, finisce per risvegliare un po’ la sua vitalità. E c’è anche una scena da antologia. E’ tratta dal film girato tempo prima da quel regista. Protagonista è una signora, assessore alle Politiche Sociali, che confida golosamente a una sua amica di aver scoperto che il suo amante di una notte era uno spacciatore; il quale (brivido di eccitazione!), prima di essere arrestato, le ha lasciato in casa una valigia piena di cocaina.

E’ un dialogo, e anzi quasi un monologo, eseguito a perfezione, che ricorda l’Almodovar di commedie come “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”. L’assessore si ripromette di spacciare la cocaina ai suoi colleghi, che, come è noto, ne fanno in tanti larghissimo consumo.
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 17:29
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