Il labile confine tra suicidio assistito ed eutanasia

Il fallimento della china scivolosa

di Valentina Stella

Contro coloro che si oppongono al suicidio assistito e all’eutanasia prospettando nuovi stermini nazisti, Frey argomenta smontando sia la base logica che quella sociologica dell’argomento del pendio scivoloso.

“a fronte del massiccio appello alla “china scivolosa” avanzato nel passato in ogni sorta di contesto legato al togliere la vita, noi non abbiamo ricreato i campi di sterminio a seguito, per esempio, del fatto che sia stati garantito l’aborto, o che, nel 1990, sia stata garantita protezione legale al rifiuto da parte del paziente della somministrazione di cibo e acqua necessari per rimanere in vita”

Specialmente per ciò che concerne il togliere la vita, gli argomenti del tipo “china scivolosa” hanno a lungo costituito un elemento del paesaggio etico, venendo solitamente usati per mettere in dubbio la permissibilità morale di diversi tipi di atti, tra cui, in particolare in anni recenti, l’aborto e l’eutanasia. (…) Si è predetto così spesso che il cielo sarebbe crollato, e che noi avremmo percorso la terribile china del togliere la vita fino ad arrivare ai campi di sterminio, che il fatto stesso che il cielo non sia crollato e i campi non siano riapparsi può dar l’impressione di indebolire gli argomenti del tipo “china scivolosa”. (…) La forma basilare dell’argomento della “china scivolosa” procede in questo modo: si faccia il passo A, e si sarà condotti a fare i passi B e C. (…) Si tratta tuttavia di una sequenza di probabilità: (…) in primo luogo, l’argomento verte sulla probabilità che si verifichino disastrose conseguenze; non è un argomento che implichi una forma di necessità causale. (…) In secondo luogo, se l’argomento della “china scivolosa” non è un argomento causale, esso non è neppure un argomento quasi-logico. (…) Qualunque sia l’origine della convinzione che si scivolerà lungo la china, si presume che nei suoi confronti non vi sia difesa possibile. Il riferimento alla “china scivolosa” è quasi sempre accompagnato da un grande, se non assoluto, pessimismo circa la possibilità di ideare e creare misure precauzionali in grado di impedire il sopraggiungere dei passi B e C. (…) non servirà citare al riguardo esperienze passate, poiché, a fronte del massiccio appello alla “china scivolosa” avanzato nel passato in ogni sorta di contesto legato al togliere la vita, noi non abbiamo ricreato i campi di sterminio a seguito, per esempio, del fatto che sia stati garantito l’aborto, o che, nel 1990, sia stata garantita protezione legale al rifiuto da parte del paziente della somministrazione di cibo e acqua necessari per rimanere in vita. (…) Nel suo rapporto When death is sought. Assisted suicide and euthanasia in the medical context, la New York Task Force on Life and the Law prende posizione a favore del mantenimento della proibizione del suicidio medicalmente assistito sostenendo che «legalizzare il suicidio assistito costituirebbe una politica pubblica avventata e pericolosa», (…) il suicidio assistito verrebbe praticato «attraverso il prisma dell’ineguaglianza e del pregiudizio sociale». (…) La New York Task Force includeva due filosofi. Uno di essi, John Arras, cita due elementi che potrebbero servire a dimostrare che le probabilità di discendere la china dei rischi sociali fino a conseguenze disastrose sarebbero alte in caso di legalizzazione del suicidio medicalmente assistito. Uno di essi, egli afferma, consiste in «una predizione empirica di ciò che può verosimilmente accadere una volta che una particolare pratica sociale venga inserita nel sistema sociale esistente». La Task Force, aggiunge, formula tre assunti su come dovrebbe presentarsi una giustificabile politica di suicidio medicalmente assistito: la richiesta di suicidio assistito da parte del paziente deve essere volontaria, le varie alternative al suicidio assistito devono essere prese in considerazione e vagliate con cura, ed è infine necessario mettere in opera un sistema di controlli per tali richieste di morte allo scopo di prevenire ed evitare gli abusi. Al presente, tuttavia, sempre nelle parole di Arras, la Task Force rileva che «data la realtà sociale così come la conosciamo, tutti e tre gli assunti sono problematici». (…) L’argomento sociologico, tuttavia, può essere confutato. (…) non c’è nulla, nelle difficoltà empiriche a cui egli allude in relazione ai tre assunti, che l’ingegnosità umana non possa affrontare o che eventuali direttive non possono prevenire. (…) La seconda affermazione di Arras è che (…) le distinzioni tracciate per separare il suicidio medicalmente assistito dall’eutanasia attiva volontaria verranno superate perché proprio le considerazioni che sottendono al suicidio medicalmente assistito – l’autonomia e l’alleviamento del dolore – sottendono anche all’eutanasia attiva volontaria. Per esempio, il requisito che vuole il suicidio medicalmente assistito limitato ai pazienti competenti potrebbe essere facilmente abbandonato nel caso di pazienti incompetenti, qualora essi soffrano gravemente e abbiano un tutore che opti per la cessazione della vita. Due osservazioni vanno fatte circa presunzione. In primo luogo il suicidio medicalmente e l’eutanasia attiva volontaria sono davvero differenti? L’unica differenza sembra consistere in chi agisce per ultimo: talvolta è il dottore, talvolta il paziente. (…) In secondo luogo, molti accettano l’idea che gli stessi atti di eutanasia attiva volontaria possano essere giustificati, così che, qualora esistesse una china che conduce dal suicidio medicalmente assistito all’eutanasia attiva volontaria, ciò non parrà loro necessariamente pernicioso. (…) Non vi è alcuna ragione di credere che noi possiamo passare dall’uccisione volontaria all’uccisione non volontaria in assenza di ulteriori discussioni e riflessioni di questo tipo, ma non vi è neppure alcuna ragione di credere che dovremmo convenire di ignorare gli argomenti che hanno a che vedere con il miglior interesse dei pazienti. Una parte di ciò che è in questione in tali discussioni morali è proprio la misura in cui, tramite l’appello a qualcosa come l’interesse del paziente, noi possiamo risolverci a concordare sul fatto di togliere la vita ad altri. Abbiamo stabilito standard selettivi a tale riguardo , (…) nessuna persona incompetente può ottenere il suicidio medicalmente assistito, siamo molto cauti in relazione ai paradigmi dello “scegliere per un altro” a proposito della morte, che chi sceglie siano i familiari, dei rappresentanti designati, o lo Stato. (…) Non possiamo permettere alla paura di una “china scivolosa” dell’uccidere di bloccare questo genere di indagine morale.

Mercoledì, 29 luglio, 2009 - 18:54
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