Giancarlo Ruocco IL FISICO

 

Il fenomeno “nano” è già a casa nostra

di Marco Scarpetta

I mezzi di contrasto della risonanza magnetica sono nano particelle così come tutto il settore dell’elettronica a partire dai nostri computer 

Il termine nanotecnologie abbraccia una vastissima classe di discipline scientifiche che vanno dalla fisica, alla chimica, dalla biologia all’ingegneria e molto altro, unendole tutte attraverso il denominatore comune del prefisso nano: gli strumenti delle varie discipline infatti hanno sempre dimensioni nanometriche. Si può parlare di nanotecnologie in una trattazione di carattere medico, fisico, elettronico, farmaceutico, chimico, ingegneristico, oppure si possono ritrovare esempi di nanotecnologie applicate persino nel restauro di quadri o statue.Per comprendere meglio la situazione, almeno in Italia, abbiamo intervistato il professore Giancarlo Ruocco, direttore del dipartimento di Fisica dell’università di Roma La Sapienza. “La parola nanotecnologia – spiega il professor Ruocco - indica tutto ciò che permette di fare tecnologia su una scala nanometrica, andando dal singolo atomo (sotto il nanometro) a centinaia di atomi, fino al micron”.

Le applicazioni pratiche della ricerca sulle nanotecnologie sono ampiamente diffuse o ancora sono rilegate ai laboratori? È ancora troppo presto per parlarne?

Non è assolutamente troppo presto. Tutto il settore dell’elettronica è nanotecnologia, basti pensare al CPU (Central Processing Unit), e questo esiste, funziona ed è nelle case di tutti. In farmacia si ha il drug delivery: il trasporto dei farmaci in sito.Immaginiamo di dover colpire con un farmaco delle cellule. Precedentemente si distribuiva il farmaco in tutto il corpo. Con il drug delivery si usano nanotecnologie bottom up con cui i trasportatori si autoassemblano per portare il farmaco esattamente dove sono quelle cellule. Sono tecnologie in parte già in uso. Un altro esempio: quando facciamo risonanze magnetiche, spesso si usano mezzi di contrasto. I mezzi di contrasto sono nanoparticelle disegnate per dare un segnale in risposta ai campi magnetici usati per la risonanza. Questa è una prassi estremamente comune. Ci sono dei problemi che incominciano a porsi. Sono problemi legati alla sicurezza e non molto è fatto né a livelli di ricerca né a livelli di norma. Quando le particelle sono sotto i dieci nanometri, hanno le dimensioni delle strutture elementari del nostro codice genetico. Ci potrebbe essere un’interazione di disturbo degli elementi che potrebbero essere trascritti: questo non è noto. Non si hanno evidenze però di rischi.

In Italia la ricerca in questo settore si sta incrementando o sta trovando degli ostacoli?

La ricerca in Italia è ostacolata, punto. In questo settore possiamo dire che si fa qualcosa in più. Negli ultimi dieci o quindici anni si sono sviluppati dei laboratori diretti in questa direzione. Mettiamola così: se confrontiamo con gli investimenti internazionali, stiamo sempre parlando di cose trascurabili, ma nell’ambito degli investimenti fatti in Italia nella ricerca, almeno nel campo della fisica, è uno dei settori in cui qualche investimento c’è stato.

Questo è avvenuto perché il governo crede nelle potenzialità di questa tecnologia?

No. Gli investimenti non avvengono mai per una scelta politica strategica. Partono dalla base, da organizzazioni di scienziati. Si dirigono dove è possibile trasferire le proprie competenze quando si vedono dei finanziamenti a livello europeo in quel settore.

Crede che l’opinione pubblica abbia una cultura scientifica sufficiente per poter capire l’importanza di questi studi e i risvolti che ci potranno essere nella vita di tutti?

Io ho paura che la cultura scientifica nel nostro paese sia tale da non permettere di capire né i benefici né i rischi di queste tecnologie. La comprensione dei veri scopi della ricerca è molto basso. Si trova difficoltà a comunicare, sarà anche perché noi scienziati siamo poco in grado di divulgare ma è anche vero che dall’altra parte c’è una pessima risposta. Non parlo di conoscenze tecniche, non è quello che si chiede, ma dell’apertura mentale per comprendere cosa sia la ricerca, cosa renda alla società. Ci chiedono sempre cosa la società guadagni da questa o quella scoperta: oggi niente ma tantissimo in futuro. Questa è una risposta che non va bene, soprattutto per chi governa. Chi governa ha una visione che va massimo da qui a cinque anni: se tu gli prometti qualcosa tra dieci anni, non la vuole. Sembra che l’economia dell’immediato è quella che ci stia guidando. La ricerca è un’altra cosa. Quando parlo di mancanza di cultura scientifica, non intendo che la gente non sa fare le moltiplicazioni ma che non sa percepire che se viviamo con questo standard è grazie alla ricerca degli ultimi quattro o cinquecento anni. Sembra che tutti vivano il presente come se tutto fosse stato dovuto e dato e non come se fosse stato conquistato lavorando con un certo metodo. Questa percezione manca e questo è gravissimo: porta a fare scelte assolutamente miope verso il futuro.

Ha mai percepito scetticismo o paura verso le nanotecnologie?

Io non ho mai avuto questa sensazione però è chiaro che la paura nasca dalla non conoscenza e quindi non ho nessuna difficoltà a pensare che la gente possa avere paura.  

Martedì, 6 luglio, 2010 - 15:40
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