Italia, terra di controriforma, dove vive il patto sociale della mediazione perenne

di Andrea Bergamini

 INTERVISTA PHILIPPE DAVERIO

 “Io racconto la mia curiosità del mondo”. In questa dichiarazione di Philippe Daverio è forse compreso il fascino di un intellettuale, di cui, mi rendo conto, non mi preme sciorinare i titoli, i premi, i successi, ma ascoltarne immediatamente i contenuti. Perciò, in fretta, ricordo che è critico d’arte, giornalista, autore e conduttore televisivo. Studioso e conoscitore in particolare delle avanguardie italiane del Novecento, è docente di Disegno Industriale presso l'Università di Palermo. Tra il 1993 e il 1997 è stato assessore alla cultura nella giunta di Milano guidata dal sindaco leghista Formentini e da alcuni anni conduce su RaiTre una apprezzata trasmissione sull’arte, “Passepartout”. Quale può essere una narrazione o una descrizione non banale dell’Italia? L’Italia è l’unico paese non barbaro (ossia non germanica) d’Occidente. Il che non è una qualità, ma una caratteristica. L’Italia è il solo paese senatoriale sopravvissuto all’interno dei paesi accentrati di tipologia germanica. L’unico paese dove le decisione vengono prese dalle assemblee. Assemblee in cui non conta il numero dei partecipanti ma il peso dei partecipanti, sia esso dovuto all’autorevolezza o al denaro. L’Italia è un fantastico fossile comportamentario. In un paese senatoriale come il nostro a volte ritorna la tentazione di introdurre una Repubblica presidenziale, l’idea del capo che comanda. Nel passato c’è chi ha persino cercato di imporre la monarchia. Ci ha provato Cesare Borgia, il duca Valentino, e l’hanno fatto fuori. Ci hanno riprovato i Savoia, che non erano italiani, ma borgognoni, e dopo quarant’anni hanno fatto fuori il re. Non serve dare corpo alle pratiche lontane dal carattere italiano. Lei parla del carattere assembleare dell’Italia e dell’insofferenza a sistemi politici che prevedono un capo che comanda, eppure, contemporaneamente, molti politologi parlano dell’indifferenza italiana alla cultura e alle pratiche democratiche. Dipende a quale democrazia ci si riferisce. La nostra cultura politica è parzialmente democratica, ossia più che democratica è aggregativa. Di qui l’intuito corporativo di Mussolini. Intende dire che nel carattere e nella tradizione italiana è compreso anche il rifiuto del conflitto? Nessun guelfo ha mai governato senza l’accordo con il ghibellino. Il governo guelfo più stabile, quello del Consiglio dei Nove a Siena nel Trecento, ha poi generato una figura come Caterina da Siena che ha fatto tornare l’imperatore Carlo IV in Italia. Tra l’altro noi abbiamo avuto il più potente patto sociale della storia d’Occidente che è la Controriforma. Il nostro è un Paese che ha compiuto dei miracoli della convivenza. Qual è una personalità del recente passato che considera “antitaliano”, ossia, estraneo a questo carattere nazionale? Bettino Craxi. Ne parlai con lui, anche in relazione allo pseudonimo che si era scelto per firmare gli editoriali, “Ghino di Tacco”. Per me il personaggio politico più straordinario della storia italiana è Cosimo de Medici il Vecchio. Allora l’uomo più ricco d’Europa. Ha governato Firenze ma senza alcun titolo e carica, in forza di una straordinaria autorevolezza. Ricordiamoci che Andreotti non è mai stato segretario della DC. Invece Ghino di Tacco era un ghibellino e credeva che il potere che l’Imperatore gli aveva dato sul suo misero pezzo di terra fosse assoluto e allora rompeva i coglioni a chi passava dalla sua terra. In questo Bettino Craxi era antitaliano, mentre Aldo Moro era l’italiano perfetto. E da questo punto di vista lo era anche Berlinguer. Secondo lei, in una chiave anche antropologica e non esclusivamente politica, perché le Brigate Rosse scelgono di rapire e uccidere Moro? Il problema è che parte del massimalismo di sinistra aveva modelli hegeliani-leninisti in un paese come il nostro che è compromissorio. L’atteggiamento compromissorio tipico della politica italiana era per i brigatisti il nemico assoluto. Il vero nemico non era quello di classe, che in teoria sarebbe dovuto essere Gianni Agnelli, ma quello antropologico che non ragionava con i loro parametri di tipo barbarico- germanico. Per i brigatisti, ad esempio, c’era l’idea del Soviet come luogo di decisione supremo. In fondo i brigatisti si trovavano come oppositore un Aldo Moro che rispetto al pensiero di Mao Tse Tung diceva: “Ne possiamo parlare.” Forzando un po’ i termini, è lo scontro che poteva esserci tra un estremista luterano e un prete della controriforma. Abbiamo mai rischiato nella nostra storia di superare la Controriforma? No, per me la Controriforma è la nostra natura. Al concilio di Trento si decide che il parroco possa avere anche una perpetua, purché sopra i quarant’anni. Così si salva la sessualità per il clero senza la complicazione dei figli. La Controriforma è una patto sociale della mediazione perenne. La realtà più evidente nella vita sociale, politica, economica o culturale dell’Italia che però non è presente nelle rap presentazioni più diffuse? Rispetto al resto dell’Europa l’Italia è assolutamente atipica. E’ l’unico Paese che non ha mai avuto monarchie assolute, ma solo monarchie elettive: il papato e i dogi di Venezia. E’ un paese con un ricambio sociale assolutamente aperto. Non ha, anche nei suoi cognomi, la concezione strettamente dinastica della nobiltà. C’è spazio per tutti. Chiunque può arrivare dove vuole, basta che applichi i parametri fondamentali: la furbizia di destreggiarsi all’interno dell’assemblea. Di solito i sociologi lamentano la bassa mobilità nel paese… No, da noi la mobilità sociale è assoluta. Gli esempi sono clamorosi. Sant’Ambrogio arriva dalla Germania e diventa vescovo di Milano. Sant’Agostino viene dal Nordafrica e diventa filosofo preminente. Riccardo De Corato viene dalla Puglia con la valigia di cartone e diventa vicesindaco di Milano. Quindi il fenomeno del nepotismo italiano è trascurabile o ininfluente rispetto al tratto della mobilità sociale? Il nepotismo è una necessità fisiologica dell’Italia. L’Italia non potrebbe vivere senza nepotismo. Per quale ragione? Il nepotismo ha origine nella struttura del ricambio papale. Essendo la nostra essenzialmente una monarchia elettiva, gli unici garanti del non logoramento interno in gruppi di potere sono i nipoti. Dalla fine del Quattrocento la figura del cardinal- nipote era una figura sancita. Il nipote era il ministro degli interni. Era il solo di cui un Papa poteva fidarsi. Questo corrisponde a un altro tema interessante. Essendo l’Italia non dinastica, i nostri capitani di ventura, per esempio, gli Sforza, facevano venti figli, la metà dei quali illegittimi, ma a tutti trovavano un posto di lavoro. Perché da noi sopravvive il concetto della gens, della famiglia, ma non di quella della discendenza, bensì della famiglia allargata. Come si immagina una classe dirigente italiana accettabile? Il vero scontro italiano non è mai stato uno scontro di classe, ma sempre tra il cives, il cittadino, e il figlio del contado, il contadino. Uno scontro tra città e campagna. L’Italia funziona quando la città domina sulla campagna e nella storia recente è sempre successo a seguito di una guerra civile. Prima la guerra civile risorgimentale che ha portato al potere un nucleo di persone capaci fino agli anni novanta dell’Ottocento. Poi la guerra civile scatenatasi durante la Seconda Guerra Mondiale che ha prodotto una classe dirigente capace di tenere il paese compatto fino agli anni Ottanta del secolo scorso: un periodo nel quale un gruppo di cives è riuscito a dominare i contadini. Oggi la cultura dell’Italia è quella contadina perché celebra l’opulenza. Mentre il civis ha un concetto molto solido di frugalità. Allora quando Berlusconi evoca Milano e i valori urbani come modello del proprio agire è in qualche modo un impostore? Ma lui è brianzolo, è un’espressione perfetta della cultura contadina: il priapismo senile, l’opulenza, la centralità del patriarca, la sottomissione della funzione della donna. Anche il suo rapporto con le arti è tipico del contado? Ha un rapporto pessimo. Non ne capisce nulla. Lui è una replica di una figura, al contrario abbastanza urbana, Agostino Chigi, che all’inizio del Cinquecento ha inventato una forma atipica di capitalismo, “il capitalismo delle concessioni”. Lui si fece dare da Alessandro VI, Borgia, la concessione dell’allume della Tolfa e poi la concessione del porto di Talamone. Divenne ricchissimo e inventò una figura di capitalismo che non esiste fuori dall’Italia. Ed infatti, anche oggi, abbiamo un imprenditore che ha la concessione della telefonia, uno che ha la concessione delle autostrade e così via. Il nostro capitalismo è una somma di concessioni. Questo dà un grandissimo vantaggio perché elimina i rischi di concorrenza. E’ un capitalismo non esportabile, però, che si muove solo all’interno dell’Italia. Questo è il volto del capitalismo italiano attuale, motivo per il quale Fastweb è diverso da Google. Qual è lo stato della libertà nelle teste italiane? Come si incarna? “Farsi i fatti propri”. Non c’è l’idea della missione della libertà. Vale ancora il parametro agricolo.

Nella tradizione urbana c’è la concezione della libertà dai governi, della libertà dei pensieri. Per l’agricoltore la libertà è la libertà dal bisogno. Pensi alle figure tipiche della vita cittadina italiana. Per esempio, Giulia Beccaria, la madre di Manzoni. Andava a letto con chi decideva lei. Pensi anche alla libertà comportamentale della Contessa Maffei. E’ una cultura della donna completamente diversa da quella agricola. Per quella agricola la donna è esclusivamente un ventre riproduttivo. Qual è il suo rapporto con le battaglie storiche per i diritti civili e con quelle del presente, in particolare sul tema del testamento biologico? Sono fautore di una grossa libertà dell’individuo. Su alcune aree sono però cauto. In questi casi, come il testamento biologico o la donazione d’organi, mi ispiro a una morale cattolica morbida. Lei ha l’impressione in questo momento la cultura cattolica sia tutt’altro che morbida? Quella di oggi non è molto morbida. C’è un grande dibattito all’interno della chiesa e nemmeno loro sanno bene nemmeno che posizione assumere. Lei è stato assessore alla cultura nella giunta Formentini a Milano e l’anno scorso si è presentato alle provinciali di Milano. Io credo che una persona debba fare politica. Sono sempre stato convinto che l’uomo è libero in quanto uomo pubblico. Mi piace la definizione negativa che dava la Roma antica del privato. La vita privata è qualcosa di rubato alla vita pubblica. Non è che io faccia la politica a tempo pieno. L’ho fatto due volte in vita mia. L’ho fatto tra il 1966 e il 1970. L’ho fatto con il sindaco Formentini perché allora la Lega sembrava un movimento di rottura e dinamica, ma poi nel 1994 c’è stato l’abbraccio con Berlusconi e lì è finita. La Lega è diventato un movimento “agricolo” o lo è stato fin dalla nascita? No, lo è stato fin dall’inizio. Però aveva un suo fascino, una volontà di ribellione, e noi ci siamo illusi di poterla trasformare in una realtà cittadina, ma non lo è mai diventata. Lei rinviene dei segnali di inversione di rotta nel rapporto tra urbano o agricolo, per esempio, nelle nuove generazioni? No, non lo vedo. Prenda il fenomeno giovanile dell’happy hour. La tradizione cittadina prevede la “vasca”. L’happy hour è una tradizione agricola. Tutti stanno in piedi nella piazza del paese con il bicchiere in mano. E’ vero che tra i giovani ci sono alcuni comportamenti legati al parametro cittadino, ma sono assolutamente perdenti. Noi siamo diversi dagli altri paesi europei, perché gli altri sono figli della tribù, sono nomadi. Le tribù hanno un capo che si chiama kuning, in antico germanico. Kuning è colui che diventa re, quello che può, che è forte e che è proclamato re dalla tribù. Noi partiamo invece dalla tradizione di Roma antica, dove il concetto di urbs è quello che domina il mondo. Il mondo romano è stato fatto dai cives urbani. Il territorio esterno ai confini della città era detto pagus. Da qui il concetto di “propaganda”. L’idea di conversione del pagus, ossia il controllo dell’ager attraverso l’urbs sta alla base della civiltà comunale italiana. Però in questo momento la cultura agreste, quella del contado, ha vinto su tutto il resto. Sul piano estetico questo come si esprime? Attraverso l’estetica dell’opulenza. Che cosa vuol dire la parola elegante? Nell’antica Roma la parola luxus è negativa perché viene dal brillante inutile. Invece la parola elegante viene dalla parola electus, è il senatore eletto che determina l’eleganza. Nel momento in cui cade questa figura, valgono gli altri parametri, cioè quelli della ridondanza. In parole povere, non ho mai visto un Paese pieno di SUV come l’Italia. La mamma che porta i bambini all’asilo nido a Milano con i SUV compie un gesto di tipo agricolo. L’opulenza degli anni Ottanta, quella della “Milano da bere” è diversa dall’opulenza esibita oggi? No, è la stessa. Tutto è cominciato lì. Invece la Milano degli anni ‘70 con il suo design e la sua moda aveva comportamenti tipici del parametro cittadino. Ricordo che nel 1971 Leopoldo Pirelli, a capo di un gruppo miliardario, è vittima di un gravissimo incidente stradale insieme al fratello Giovanni, mentre è a bordo di una comunissima Giulia. Armani esprime valori cittadini, infatti comincia a operare negli anni Settanta, mentre Cavalli è perfettamente agricolo. Lei si esprime e lavora anche in Tv. Come giudica la televisione italiana in questo momento? E’ una Tv “agricola” nella sua naturale virulenza erotica. La chiappa onnipresente è proprio quella della festa di campagna. La “velina” è quella del fienile.  

Venerdì, 19 marzo, 2010 - 13:46
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