Intervista a Guido Blumir

L’Italia, proibizionista per inerzia

Spiega Blumir che mentre in Italia si deve ancora combattere per importare i farmaci cannabinoidi, negli Stati Uniti il pragmatismo spinge gli Americani a superare il proibizionismo

Sociologo, Presidente del Comitato Scientifico “Libertà e Droga”, è uno dei maggiori esperti del problema degli stupefacenti.
“Quella della cannabis terapeutica è una questione pluridecennale – esordisce Guido Blumir, sociologo ed esperto delle questioni legate agli stupefacenti - nel senso che 35 anni fa il dottor Micuriya pubblicò “Marijuana: medical papers, 1839-1972”, uno straordinario libro di 1.000 pagine sulle esperienze di tutto il mondo, sia recenti – ovvero con metodi scientifici moderni -, sia passate – con farmacopee che andavano dall’India all’Italia già in tutto l’800, quando c’erano conoscenze empiriche che consentivano alla farmacopea italiana di considerare la cannabis come sostanza di uso terapeutico”.

Eppure la situazione, in Italia, oggi resta al palo.

In realtà nel 2001 il dott. Yasha Reibman, allora Consigliere regionale radicale, fece approvare in Lombardia – con il voto di una maggioranza trasversale - una mozione nella quale si diceva che bisognava assolutamente studiare questo problema e fare qualcosa. Fu la prima cosa a muoversi, poi in questi ultimi tre anni Bolzano è stata la prima amministrazione a passare all’azione, somministrando cannabinoidi tramite il sistema sanitario. Due anni anche la Regione Marche ha aperto a un percorso simile, anche se non so con quale reale applicazione. L’idea resta quella di fornire gratuitamente – ai pazienti che ne hanno bisogno – questa sostanza. Vorrei far notare che entrambe le amministrazioni hanno fatto tutto usando le attuali leggi. Uno spiraglio insomma c’è, ma c’è anche la cattiva volontà di Asl e Regioni.

E ovviamente c’è anche un problema di volontà politica.

E’ un problema atroce. C’entra molto la politica, ma un altro problema grosso è l’ignoranza. Chi non fa, chi resta nell’inerzia, ignora le cose. Facciamo un esempio: il metadone, sostanzialmente, è una cosa simile all’eroina, è un narcotico che fa parte della stessa classe e delle stesse tabelle in tutto il mondo, però viene somministrato – dopo decenni di discussioni – in tutta Italia, come strumento terapeutico di mantenimento per chi ha una dipendenza da eroina. Come è avvenuto per il metadone, così dovrebbe avvenire per una sostanza come la cannabis che tra l’altro, a determinate condizioni, è di una maggiore sicurezza. Con una sostanza pura, somministrata nelle condizioni giuste, nelle dosi consigliate e all’interno di un piano che prevede tempi, modi e controlli i risultati, la porta è aperta. Tra poco ci sono le elezioni regionali; se i radicali decideranno di presentarsi, questa è quella è una di quelle cose preziose che la paziente e brillante tenacia radicale di proposta può smuovere a livello delle amministrazioni locali.

Quali sono i campi di applicazione dei farmaci derivati da cannabis?

E’ chiarissima da anni, soprattutto in altri Paesi, l’utilità per i pazienti malati di tumore sottoposti a cure chemioterapiche, per i quali la cannabis è particolarmente preziosa per stimolare l’appetito, che spesso va perso con la chemioterapia. In questo senso si pronunciò anche il premio Nobel Rita Levi Montalcini, e nella comunità scientifica internazionale è una cosa assodata. Poi ci sono altre terapie importanti per le patologie legate alla sclerosi multipla: lì è molto importante perché non ci sono alternative, nel senso che in molti pazienti altri farmaci comunemente non funzionano. Oggi però solo alcuni pazienti italiani riescono ad ottenere questi farmaci, dopo aver superato pratiche complicatissime, perché queste sostanze vengono importate. E anche questa è un’assurdità, nel senso che non si vede perché non debbano essere prodotte in Italia.

Dove peraltro si era avanti nella coltivazione industriale della canapa.

Eravamo al secondo posto nel mondo come coltivazione della canapa negli anni 50; tutto cominciò a saltare con la legge stupefacenti del ’54. L’Italia potrebbe crescere una canapa naturale biologica di qualità mediamente buona, senza complicate procedure in serra o illuminazioni speciali, quindi a costo basso. Potremmo anche esportarla, con vantaggi economici per tutti.

Diamo uno sguardo agli Stati Uniti d’America, patria del proibizionismo per molti anni…

E’ vero, il proibizionismo ha trionfato a lungo Oltreoceano, ma quella è stata anche la patria delle ricerche scientifiche sulla cannabis terapeutica, delle analisi scientifiche ed economiche sul proibizionismo stesso. Inoltre da molti anni in California, soprattutto grazie alla Corte Suprema di quello Stato, si è affermata – in nome del diritto alla salute – la possibilità per i pazienti di procurarsi, tramite coltivazione personale o tramite dei punti specializzati di vendita, quelle sostanze. Washington, attraverso la Dea, ha fatto da sempre una grande battaglia contro questa realtà, mettendo in contrasto la legge federale con i regolamenti locali. Ora, con l’Amministrazione Obama, pare che questa tendenza sia cambiata. E così le amministrazioni locali ampliano queste iniziative, arrivando a discutere anche se non convenga tassare persino la cannabis per usi non terapeutici, magari per aiutare a risanare le finanze locali. Il pragmatismo sta spingendo gli Americani a valutare se liberarsi del proibizionismo.

@pprofondisci
L’audio dell’intervista, realizzata in forma originaria da Alessandro Caforio per Radio Radicale, la trovi qui: www.radioradicale.it/scheda/292068
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 17:04
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