Tra Copenhagen e Città del Vaticano
La duplice visione della natura da parte di Benedetto XVI: da una parte va difesa come dono di dio, dall’altra non va assolutizzata.
Papa Benedetto XVI ha voluto dire la sua, in occasione della Conferenza mondiale sull’ambiente di Copenhagen, sui temi agitati nel corso della tumultuosa e inadeguata assemblea. Lo ha fatto con il messaggio rivolto alla tradizionale Giornata della Pace, che si celebra il 1° gennaio e quest’anno ha come tema “Se vuoi coltivare la pace custodisci il creato”, un collegamento simbolico ma efficace per richiamare ogni uomo alla sua responsabilità verso la natura o se si vuole (ma i termini non sono perfettamente sovrapponibili) l’ambiente. Secondo Benedetto XVI, dunque, la natura è “affidata da Dio all’uomo con l’incarico sì di dominarla ma anche di custodirla”. In proposito, il papa cita anche Eraclito per il quale “la natura è a nostra disposizione ma non come un mucchio di rifiuti sparsi a caso” (e sembra quasi che l’antico filosofo sia un nostro contemporaneo, sgomento per il dilagare della mondezza prodotta dal consumismo umano). Contemporaneamente, il papa mette però in guardia l’umanità dal cadere nel nuovo “panteismo con accenti neopagani” di quanti ripongono nella sola e assoluta natura la salvezza, anche quella dell’umanità. Potremmo con buona certezza individuare questi innominati peccatori nei fondamentalisti dell’ambiente, dall’ormai dimenticato ma a suo tempo influentissimo Ivan Illich ai no-global di oggi con i loro guru Noam Chomsky o Naomi Klein. Questi ecologisti senza se e senza ma hanno una varia e non omogenea collocazione politica: c’è il padre del neopaganesimo “di destra” Alain De Benoist e il padrino del neopaganesimo sessantottino di sinistra Daniel Cohn-Bendit, c’è il teologo tedesco della disubbidienza Eugen Drewermann e anche l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore, tutti uniti nella denuncia dell’uomo, identificato come l’unica causa del disastro ambientale. Non mancano padri anche più remoti e insospettabili, come il San Francesco per il quale l’acqua è “sorella” e il fuoco ci è “fratello” in una visione panica che non ci pare sia molto gradita a Benedetto XVI. San Francesco è comunque il patrono dell’ecologia della Chiesa cattolica (come aveva auspicato lo storico americano Lynn White, 1907-1987, per il quale è stata la tradizione antropocentrica giudaico-cristiana una delle radici del disprezzo per la natura e quindi di ogni forma di prudenza ecologista).
Saltando a piè pari le contraddizioni o le insufficienze (più o meno innocenti, come vedremo) della cultura cattolica, Benedetto XVI chiede ora ai paesi industrializzati “una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo”, e una nuova responsabilità di governi e organismi internazionali verso le generazioni future e le nazioni più povere. Per tutelare l’ambiente serve “una solidarietà inter-generazionale” e “intra-generazionale”. Il papa sollecita infine la comunità internazionale a puntare sempre di più sull’energia solare e sulle sue “grandi potenzialità”, per far fronte al fabbisogno energetico dell’umanità senza compromettere il futuro ambientale e climatico del pianeta.
Nulla di straordinario, consigli ed esortazioni restano nella media di quanto ogni ambientalista può tirar fuori dal sacco delle proprie convinzioni o pregiudizi. E tuttavia, nella parola del papa resta, inespresso ma non per questo meno insidioso, un germe intrinseco di contraddizione che desta più di una perplessità nell’osservatore attento. Ci pare di rilevare tale contraddizione proprio partendo dal testo del documento appena citato: “D’altra parte, una corretta concezione del rapporto dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la natura né a ritenerla più importante della stessa persona. Se il magistero della Chiesa esprime perplessità dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina la differenza ontologica e assiologica tra la persona umana e gli altri esseri viventi”. In tal modo si verrebbe ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi: “Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo”. La natura va difesa come dono di dio, insomma, ma non assolutizzata: questo in sintesi il messaggio di Benedetto XVI.
Eppure, quando in altre occasioni si esprime sui temi cosiddetti etici, quelli relativi alla vita, alla dignità della persona, alle questioni della nascita e della morte, il pensiero cattolico la natura l’assolutizza, eccome: si deve nascere e morire in modo assolutamente naturale, si deve fare l’amore senza frapporre nulla - cioè il preservativo - al cammino, del tutto naturale, dello spermatozoo verso l’ovulo, si deve morire quando la natura (e, attraverso la natura, Dio stesso) lo imponga. Niente fecondazione eterologa, niente preservativo o RU486, niente eutanasia, non si stacca il tubo della cosiddetta “alimentazione” a esseri in coma da anni ed anni o che abbiano palesemente manifestato la loro volontà rifiutando nel testamento biologico ogni trattamento invasivo ed inutile. L’uomo di Benedetto XVI può (anzi deve) gestire, coltivare la natura vegetale o animale secondo i suoi criteri e il suo raziocinio ed evitando ogni forma di panteismo naturalistico, ma non può farlo su se stesso: in questo caso, egli deve invece sottoporsi alle ferree leggi naturali, o supposte tali.
Ovviamente, la teologia ha armi sottilmente sofistiche per dimostrare che queste deduzioni sono mere illazioni, e che invece il magistero papale ha una sua rigorosa e coerente formulazione: perché la natura e l’uomo non possono contraddirsi, e così via. Ma per l’uomo comune, che teologo di cattedra non è, le contraddizioni appaiono evidenti e sconcertanti.