Università RIFORME

 

La fuga dei cervelli è la loro salvezza

di Mino Vianello

Cancellare l’ingegneria “mafiosa” dei concorsi universitari, il sistema attuale di reclutamento dei docenti sarebbe la più grande delle riforme. Ma in Italia si può? 

Siamo onesti: possiamo suggerire ai giovani di avere fiducia nella riforma dell’università? Non in questa della Gelmini, ma in una qualsiasi riforma del migliore dei governi possibili in Italia? Andiamo: ha senso parlare di corda in casa dell’impiccando? Eppure, è quanto si fa. Perchè affrontare il tema della riforma dell’università significa affrontare il tema della selezione dei docenti. E figuriamoci se l’élite del potere accademico si lascerà mai smuovere! Se tutti sono d’accordo che i così detti “concorsi” siano consistiti finora quasi sempre in esercizi d’ingegneria mafiosa, è pensabile che gli artefici e i loro fedeli beneficiari di lascino disarcionare? Abbandoniamoci al mondo dei sogni.

Bisognerebbe procedere in primis alla nomina, per esempio da parte dell’Accademia dei Lincei e con la collaborazione di accademici stranieri di chiara fama, d’una ristretta commissione per ogni disciplina, con il compito di rivedere l’attività scientifica di tutti gli ordinari e gli associati (basta, come sa chi abbia esperienza della scelta dei candidati nei paesi che usiamo citare quali modelli, una paginetta, non più, con l’elenco delle pubblicazioni: è sufficiente vedere con quale editore un libro è stato pubblicato e il nome della rivista in cui sono apparsi gli articoli per capire il livello del candidato) e di fare retrocedere i non meritevoli da ordinario ad associato e da associato a ricercatore.

Avremmo per cominciare, un’università con pochi ordinari e meno associati, con un notevole risparmio per le finanze pubbliche, e la promozione di gente seria e volonterosa che ha deciso di rischiare la propria vita nella carriera della ricerca. In secondo luogo, bisognerebbe, sempre addentrandoci nel mondo dei sogni, abolire l’apparente democratica elezione delle commissioni che porta al gioco delle bande che poi scorazzano a piacimento, procedendo invece (a differenza del progetto Gelmini) al sorteggio dei commissari per tutti i concorsi, da quelli per ricercatori a quelli per ordinari, tra tutti i docenti di ruolo (possibilmente anche tra quelli in pensione), tre per ogni livello (ordinari, associati, ricercatori), con l’esclusione di quanti abbiano fatto parte di commissioni di concorso nei dieci anni precedenti, arrivando così, grazie alla selezione operata da questi nove commissari, a formare ogni cinque anni tre elenchi nazionali per ogni disciplina - una per gli ordinari, una per gli associati e una per i ricercatori - nel cui rispetto poi ogni università dovrebbe esser libera di chiamare chi ritiene.

Vale la pena qui di ricordare quanto scriveva Condorcet: “Bisogna che né i maestri di una divisione del territorio, né quelli di un solo istituto formino un’associazione; bisogna che essi non possano né governare alcunché in comune, né influire sulla nomina ai posti che si rendono vacanti in mezzo a loro. Ognuno deve esistere a parte ed è il solo modo di mantenere tra loro un’emulazione che non degeneri né in ambizione, né in intrigo; di preservare l’insegnamento da uno spirito di routine; infine di impedire che l’istruzione che è istituita per gli allievi sia regolata secondo ciò che conviene agli interessi dei maestri”.

Soltanto a pochi, poi, confermati dopo altri cinque anni da un giudizio positivo della loro attività scientifica, dovrebbe essere concessa l’inamovibilità, la così detta “tenure” (di cui la maggior parte dei docenti americani, per esempio, è sprovvista). Sogni, ovviamente (per inciso, però, una riforma del genere equivarrebbe a ricreare qualcosa di simile alla comunitas studiorum delle origini). Non vale nemmeno la pena di chiedersi se una riforma del genere incontri o meno degli ostacoli sul piano giuridico: la mafia accademica, molto più di quella che occupa le prime pagine, ha sempre avuto forti radici in parlamento e nel governo. Possiamo facilmente immaginare, per inciso, le geremiadi di quanti griderebbero allo scandalo che professori ordinari siano scelti non da loro pari, ma da inferiori di livello e addirittura da ricercatori ! Quando chiunque viva nell’università sa che oggi spesso si trova molto più spesso tra i ricercatori e gli associati chi si dedica alla ricerca (guarda caso, è tra di loro che nel dopoguerra si ritrovano in genere i pochi nobel che riusciamo a racimolare) e, quello che più conta, coltiva ancora la passione dell’etica accademica - che non tra gli ordinari, ormai tranquillamente sistemati vita natural durante e spesso intenti, soprattutto in certe facoltà, a usare la propria posizione a fini di lucro. Sogni, sogni! naturalmente.

Ed è per questo, come ebbi occasione di obiettare una volta a Ciampi che parlava di “fuga dei cervelli”, che consigliare ai giovani d’andarsene vuol dire in tutta onestà provvedere alla salvezza dei cervelli - i quali, grazie a Dio, non hanno patria. Come, del resto, da buon pater familias consiglia al proprio figlio il rettore della LUISS: in fondo, si sarà detto da cultore del libero mercato, in un’epoca in cui si può venire dall’altro capo del mondo a cena dai propri genitori per il weekend a costi stracciati, vale la pena rispolverare per i giovani (che, invece, tendono a recalcitrare all’idea di lasciare il caldo nido familiare) il vecchio, glorioso detto della patria dei lumi “La patrie est le dernier refuge des imbéciles”

Venerdì, 9 luglio, 2010 - 13:15
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