La grande sfida: gestire la popolazione e il suo "impatto"

I numeri dicono che se anche la popolazione tende a stabilizzarsi, i nuclei familiari aumentano, e i consumi con loro. Copenaghen ha dato un segnale, ma non è detto che la politica sia all’altezza

Mirella Parachini Il vertice di Copenaghen può essere letto anche alla luce di un aspetto specifico, trascurato dai grandi riuniti in Danimarca, che è quello della demografia. Ad Antonio Golini, professore al Dipartimento di scienze demografiche dell’Università la Sapienza di Roma, e Francesco Billari, professore di demografia all’Università Bocconi di Milano, chiedo innanzitutto: il dato demografico è una variabile che ha un impatto fondamentale sul consumo delle risorse, eppure il tema, a Copenaghen, è rimasto fuori dalla porta. Perché?
Golini. Il tema della popolazione è un tema che si lega indiscutibilmente a quello ambientale, quindi a quello dei consumi. Però la relazione è complessa perché, per fare un solo esempio, in Italia abbiamo circa 23 milioni di famiglie e abbiamo circa 35-36 milioni di automobili. Allora da dove attacchiamo il problema del rapporto tra popolazione e ambiente? Dal punto di vista delle famiglie che facciamo? Le falcidiamo, e come? Oppure diminuiamo le automobili? Oppure le cambiamo, nel senso che le rendiamo ecologicamente compatibili? Mi sembra che nel mondo occidentale noi ci siamo cacciati in una trappola che è quella che se diminuiamo certi consumi, va a picco l’economia e quindi va a picco la società; se li manteniamo va a picco l’ambiente. La via di uscita non può che essere quella di arrivare a consumi più moderati, ma soprattutto più compatibili. Quindi investire, per quanto riguarda le automobili, più sui consumi di metano o elettrici, anche se poi per produrre elettricità ci vuole un’altra forma di energia. L’altro punto necessario è fissare l’obiettivo di lungo termine, nel senso che non si può passare da un momento all’altro, da un anno all’altro, da un certo tipo di consumi ad altri che siano pienamente compatibili dal punto di vista ambientale, perché, ripeto, l’economia rischia di crollare e allora ne va della società e della popolazione. Quindi fissare obiettivi di lungo termine e gradualmente avvicinarsi a quegli obiettivi. Da questo punto di vista, mi pare che la conferenza di Copenaghen, comunque sia stato un successo: uno, perché ha sollevato in maniera clamorosa in tutto il mondo e presso tutti i governi presenti a Copenaghen il problema ambientale; due, ha fissato nel lungo periodo degli obiettivi.
Parachini. Una delle critiche fatte è questi documenti non sono politicamente vincolanti…
Billari. Sul fatto che le conclusioni non siano vincolanti, questa è la situazione ormai della stragrande maggioranza degli organismi internazionali. Tornando alla domanda sulla posizione della demografia nella conferenza, diciamo che ci troviamo in un momento storico un po’ particolare; alla fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 c’era infatti una fortissima centralità della demografia nella discussione sull’impatto ambientale e sul consumo energetico. Quelli erano anche gli anni in cui la popolazione a livello mondiale cresceva a livello più veloce rispetto a tutte le epoche storiche. Dopodiché la velocità di accrescimento è calata; ora stiamo ancora crescendo ma siamo piuttosto sicuri che la popolazione del mondo a un certo punto – durante questo secolo – inizierà a diminuire. Però non è necessariamente il numero di persone che conta, quello che conta è la distribuzione di persone tra paesi ricchi e poveri, con i rispettivi livelli di consumo. Altro aspetto da prendere in considerazione perché rischioso è che con il calo della popolazione aumenta la proporzione di famiglie. Molti dei consumi che prima erano condivisi in famiglie più numerose, inizieranno a essere condivisi in famiglie più piccole. E quindi ci saranno più automobili, più frigoriferi, e questo è il potenziale rischio di impatto ambientale. A parità di popolazione, famiglie più piccole vuol dire più frigoriferi.
Parachini. Una delle cose che colpisce chiunque si interessi della questione è questa: si è passati da una previsioni abbastanza catastrofiste a una specie di rassicurazione opposta. Ora siamo tutti rassicurati perché invece dei 15 miliardi di persone previste, si prospetta che queste saranno solo 9 alla metà del secolo.
Golini. (…) Possiamo dire che globalmente, attorno al 2050, forse sarete 9 miliardi, 9,2 miliardi o addirittura un pochino di meno se il calo della fecondità avverrà più intensamente di quanto si immagina. Quindi tutto sommato la preoccupazione sul numero di abitanti è relativamente calata perché la velocità di incremento si è molto ridotta. Più di tanto è difficile fare, perché non si può imporre a una famiglia analfabeta e rurale africana di non fare più figli perché non capirebbero nemmeno il perché. E quindi ci vuole tempo; nel frattempo si sarà creata una grande consapevolezza della necessità di rallentare le nascite e quindi limitare la crescita demografica. Naturalmente non da tutte le parti del mondo è così: quindi noi ci aspettiamo che da qui al 2050 la popolazione africana aumenti di un miliardo, raddoppiano la popolazione del continente, e quindi è un problema rilevantissimo quello africano, per l’economia, la società, i movimenti migratori, mentre la popolazione europea dovrebbe diminuire di 70 milioni, quindi si tratta di capire se sapremo gestire le differenze territoriali ma anche la grande crescita urbana lì dove i consumi ambientali sono enormi. Quella di gestire la popolazione e il suo impatto ambientale è la grande sfida del presente e del futuro; è da qui che appare anche l’estrema debolezza delle nostre organizzazioni di gestione globale, a partire dalle Nazioni Unite a scendere fino all’Unione europea.
Parachini. Quanto al rapporto tra situazione economica e sviluppo demografico, anche qui sembrano esserci due scuole di pensiero su contraccezione e pianificazione familiare. Nel mondo 200 milioni di donne non hanno accesso alla concentrazione che pure vorrebbero, ma dall’altra parte si dice che se c’è uno sviluppo economico adeguato le famiglie si autolimitano. Viene prima lo sviluppo economico o prima la contraccezione?
Billari. Servono tutti e due. Da un lato lo sviluppo economico, quando si collega a uno sviluppo sociale, cambia decisamente il ruolo della donna. E questa è la variabile cruciale nelle scelte contraccettive. Per esempio, dove lo sviluppo economico porta anche le donne a studiare, il costo di avere figli da giovani diviene elevato; non solo, la conoscenza aiuta anche ad avere accesso alla contraccezione. D’altra parte quando diminuisce la velocità di crescita della popolazione, in una economia ci si trova in una situazione che è stata detta “bonus-demografico”, “dividendo demografico”, nella quale ci sono tanti lavoratori e questi hanno un po’ meno figli del passato e non hanno ancora anziani che non lavorano come capita in alcune società occidentali. Questa finestra di opportunità è però un unicum storico; quando cala la fecondità, e automaticamente la mortalità, c’è un solo momento in cui c’è questa opportunità demografica. È stato mostrato che il boom dei paesi del sud-est asiatico è chiaramente collegato alla finestra di opportunità demografica, e quindi la relazione va in entrambe le direzioni. Non solo, all’aumentare dello sviluppo economico a livelli molto elevati, cambia anche la tipica relazione tra benessere e fare figli. Noi sappiamo che nelle società meno sviluppate, in seguito allo sviluppo, si iniziano a fare meno figli. Ecco, quando si arriva a livelli di sviluppo molto elevato, anche perché si attuano meccanismi compensativi politici o sociali, si torna a fare figli, con la libera scelta e grazie a nuove tecnologie. Quindi la relazione tra sviluppo economico, o benessere in generale, e scelte demografiche, è comunque complessa e non lineare.
Parachini. Già a settembre qualcuno ha attaccato una ricerca della London School of Economics, commissionata dall’Optimum population trust, che ha trovato la relazione tra controllo della natalità e possibilità di gestire e risparmiare sulle risorse della Terra. Questo è stata letta come la solita filosofia anti-natalista. Ma un atteggiamento responsabile in termini di salute riproduttiva non può influenzare l’uso delle risorse del pianeta?
Golini. (…) La verità è che siccome non si può avere nel lungo periodo una popolazione che cresca indefinitamente, altrimenti esploderebbe, né si può avere una popolazione che decresca indefinitamente, altrimenti scompariremmo, il problema è trovare un equilibrio attorno ai due figli per coppia. Diciamo che una fecondità che sia del più o meno 15 per cento rispetto ai 2 figli per coppia assicura una dinamica demografica che ha gradualità nella sua trasformazione e che quindi è gestibile da un punto di vista sociale ed economico e in fin dei conti politico. Se invece le oscillazioni di lungo periodo sono più forti, allora siamo nei guai.
Billari. Se guardiamo la dichiarazione relativa ai diritti riproduttivi delle Nazioni Unite, si parla di scelta libera, responsabile, del numero e anche del quando fare i figli. Uno dei problemi che c’è stato in passato nelle campagne legate alla salute riproduttiva era l’imposizione della riduzione della fecondità in alcune popolazioni. La Cina è il caso estremo. Chiaramente sono d’accordo con lo studio che lei citava: in situazioni in cui la fecondità è elevata, una maggiore disponibilità di contraccettivi contribuisce a diminuire le nascite e quindi inevitabilmente a moderare anche l’impatto ambientale e può essere di ausilio allo sviluppo economico. Quello che si deve fare partendo da un approccio di libera scelta, che io condivido, è capire che la contraccezione va fornita ma non si riesce a imporla (se non facendo a meno del concetto di libera scelta).

@pprofondisci
Per ascoltare il colloquio in versione integrale, clicca qui: www.radioradicale.it/scheda/293675
 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 18:35
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