intervista a Flavio Soriga

La malattia non e’ sempre depressiva

di Andrea Bergamini

Flavio Soriga, trentaquattro anni, è certamente tra i giovani scrittori italiani più promettenti. Anzi, con ‘Sardinia Blues’ (Bompiani, 2008), sembra aver già ampiamente mantenuto le promesse ed essere entrato di diritto nel gotha della nuova letteratura nazionale. Osannato dalla critica, a lungo nei quartieri alti nella classifica di vendita del 2008, ha convinto per qualità stilistica, ma anche per originalità di esperienze e temi. In particolare, ha colpito la forza divertita e divertente con cui ha affrontato nelle proprie pagine il tema della malattia. Flavio Soriga, infatti, è talassemico e nella sua decennale esperienza di scrittore non ha mai smesso di farvi riferimento, a cominciare dagli esordi con la raccolta di racconti Diavoli di Nuraiò (Il Maestrale), vincitore del Premio Italo Calvino nel 2000 fino. Sfrontato, libero, simpatico, di recente, a una giornalista del Corriere della Sera che lo intervistava sul suo rapporto con la Talassemia ha dichiarato: “Credo di essere uno degli uomini più fortunati d' Italia, e guardi che sto contando anche Berlusconi!’’. Lo abbiamo sottratto ai suoi molti impegni – tra gli altri scrive per l’Unità e La Nuova Sardegna – e gli abbiamo rivolto alcune domande.
Nel tuo romanzo ‘Sardinia Blues’ uno dei protagonisti è talassemico e si lamenta di come la stampa rappresenta i malati. Cosa non funziona in questa rappresentazione?
In realtà non funziona niente, ma devo subito dire che la colpa non è della famigerata e presunta superficialità o incapacità dei giornalisti. Mi riferisco in particolare alla talassemia, la malattia che mi riguarda e che spesso racconto nei miei romanzi. Il fatto è che è una malattia che colpisce una percentuale piccola della popolazione, e che è enormemente cambiata nel corso degli anni. Mi spiego meglio: quando sono nato io, non c'era praticamente nessuna possibilità che un talassemico diventasse adulto. E molti giornalisti sono convinti che le cose stiano ancora così. Paradossalmente si enfatizza la velocità dei progressi scientifico-medici, ma spesso nell’approccio alla malattia degli altri ci appoggiamo alla nostra memoria più antica, alle vaghe conoscenze legate a un momento lontano della nostra vita.
Pensi che sia un problema solo di scarsa consapevolezza rispetto alle conoscenze scientifiche più recenti? E’ davvero solo il problema di un mancato aggiornamento?
In generale, la gente pensa che un malato cronico conduca una vita sempre sull'orlo della depressione, afflitto per il suo male e incapace di programmare un futuro. Questo succede, ma certo non a tutti. Io, per esempio, incredibilmente, pur avendo visto morire tanti conoscenti talassemici durante la mia adolescenza, non ho mai pensato di essere a rischio della vita. Non so perché non ci pensassi, ma è così. E ti posso dire una cosa?
Devi!
Una volta un pubblicitario famoso ha girato uno spot schifoso sulla talassemia, in cui una tipa diceva che da grande avrebbe voluto fare la ballerina, ma non poteva perché era talassemica. A parte che mi sembra una cosa stupida di per sé, perché ci sono cose peggiori nella vita che non poter fare la ballerina. Mio padre non è talassemico, ma non avrebbe mai potuto fare il campione di basket, vista l'altezza. E non per questo si è depresso. Ma, a parte questo, tutto lo spot era pervaso da una tristezza stupida, da una malinconia, da un pietismo mortale e paternalistico. L'ho molto odiato, quello spot.
Hai ragione, spesso i malati sono descritti esclusivamente come persone infelici e si dimentica che possono anche essere civilmente e politicamente “incazzati”...
Certo. Quelli cronici lo sono molto spesso, perché sono malati speciali: conoscono tutto, o molto, della loro malattia, e quindi delle terapie e di quello che dovrebbe essere fatto per loro. Sono esigenti, portati alla protesta, a volte anche in modo esagerato, è chiaro. Sono come i viaggiatori abituali, che imparano a riconoscere la qualità di un albergo dal primo sguardo. Io, quando entro in un ospedale, mediamente capisco subito chi lavora e chi no, chi capisce di medicina e chi è una specie di impiegato della sanità. Detto questo, in Sardegna, quando noi eravamo piccoli, la politica ha dato una grande prova, trovando unità intorno al progetto della costruzione del primo grande ospedale al mondo interamente dedicato alle talassemie. Non è poco. E non so dirti se questo è carattere dei politici sardi rispetto a quelli nazionali. Forse.

Hai parlato di tirannia dei corpi, tu sei un autore e quindi hai a che fare con i vincoli ma anche con le libertà della creatività. Cosa evoca in te la parola libertà?
La libertà è il bene più grande che si possa avere. Va conquistata, mantenuta, difesa strenuamente. Non è mai data per sempre, non bisogna illudersi di questo. E' faticosa, dolorosa, pesante. Libertà vuole dire scegliere, e quindi poter sbagliare, anche in modo doloroso. Non è mai una scelta senza conseguenze e non per tutti ha lo stesso valore: per me è tutto, a parte la salute.
La libertà individuale è spesso collegata ai diritti civili. Un diritto civile di cui si discute moltissimo nel Paese, e più in generale in Occidente, è il diritto alla scelta nell'accogliere la morte. Che idea ti sei fatto in proposito?
La mia posizione è semplice e per certi versi classica: Sono per il massimo di libertà possibile per ogni individuo adulto, purché non arrechi danno ad altri. Il resto è superfluo.
Quali sono le tue principali paure e speranze civili? Che cosa ti aspetti?
Penso che stiamo vivendo tempi terribili. Penso che non dobbiamo illuderci: gli uomini non sono naturalmente inclini a credere che la democrazia sia il metodo di governo migliore. La nostalgia di un Governo Forte è sempre presente nel popolo. Il tentativo del potere di tenere sotto controllo le libertà è sempre in atto, tutti i poteri: economici, religiosi, politici. Detto questo, credo che la vita oggi in occidente sia la migliore che sia mai stata concessa a un essere umano nella storia. E che lo Stato Italiano sia pieno di servitori onesti e generosi, e che il progresso è inevitabile, nonostante gli accidenti della cronaca. Credo che dobbiamo avere un grande ottimismo nella volontà, ecco.
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 18:00
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