Logica PROCESSO COGNITIVO

 

La mente frettolosa può tradire la scienza

di Romano Scozzafava

La nostra mente per raggiungere in fretta le sue conclusioni sceglie passaggi semplici. Occorre invece analizzare il significato di ogni affermazione

La nostra mente è istintivamente frettolosa, e spesso ama saltare alle conclusioni sulla base delle prime impressioni. Purtroppo ciò accade anche nel modo di argomentare scientifico, che si traduce talvolta in un processo cognitivo istintivo, veloce, ma approssimativo. Occorre invece analizzare il significato esatto di ogni affermazione, anche quando le spiegazioni corrette sembrano sfidare le nostre percezioni e intuizioni naturali. Una situazione paradigmatica in cui appare fondamentale l’adozione di un tale atteggiamento è quella evocata nel titolo di questo articolo. Se un fatto A (circostanza, episodio, insieme di avvenimenti ecc.) ne implica un altro B, da ciò non segue necessariamente che B implichi A (si ha cioè una “non simmetria” del concetto di correlazione fra i due fatti). Basta infatti una semplice riflessione per convincersi che l’inversione logica citata non è corretta, ma se il pensiero corre velocemente in cerca di scorciatoie mentali, la realizzazione di tale convincimento risulta difficile.

Ecco un semplice esempio, anche se estraneo a problematiche di ricerca scientifica, ma basato su un fatto di cronaca che ha inondato qualche mese fa tutti i mass media. In un certo periodo di tempo si verificò la circostanza che alcuni delitti (stupro, omicidio, rapina ecc.) fossero quasi tutti commessi da cittadini rumeni. Ed ecco subito nascere in programmi televisivi di approfondimento, sui giornali, nell’opinione pubblica, l’identificazione fra rumeno e delinquente. Si tratta di un tipico caso concreto di semplificazione errata del problema e di recepimento troppo veloce del messaggio portato dalla notizia, con conseguente errore di deduzione logica. Infatti, anche se appare evidente la presenza di una forte correlazione (almeno in quel periodo) fra essere una persona che ha commesso un atto delittuoso ed essere un cittadino rumeno, nulla autorizza a “simmetrizzare” (per così dire) tale correlazione, cioè dedurne (inversamente) che il fatto di essere un cittadino rumeno renda molto probabile che questa persona possa commettere un atto delittuoso (come purtroppo si diceva o si lasciava intendere).

Per convincersi di ciò, basta una semplice riflessione, che si può basare su un esempio “isomorfo”, ottenuto sostituendo (nella precedente catena argomentativa) la premessa A (delinquente) con “camionista”, e sostituendo la conclusione B (rumeno) con “persona di sesso maschile” (facile, no? Un camionista è quasi sempre di sesso maschile, ma chi oserebbe de- durre da ciò che una persona di sesso maschile risulti essere quasi sempre un camionista?). Quindi: forte correlazione fra “camionista” e “persona di sesso maschile”, ma non viceversa! Abbandonando gli esempi banali, vediamo come queste trappole cognitive possano avere influenza anche su importanti questioni di carattere più propriamente scientifico o sociale (anche se lo sfondo razzista presente nell’esempio dei rumeni non sembra un fatto sociale secondario...).

Esaminiamo il controverso concetto di “persona”, non come disputa semantica, ma come problema ontologico. A chi conferire tale status? Detto altrimenti: tutti gli esseri viventi sono persone? Tutte le persone sono esseri viventi? Naturalmente, con il termine “essere vivente” qui si intende tutte le diverse classi di entità “umane” (embrioni, feti, bambini, adulti, malati terminali ecc.). Molte delle accese discussioni che ci furono quando fu introdotta la Legge 40 sulla fecondazione assistita vertevano proprio su questo punto. Filosofi di area cristiana o teologicamente orientati sostengono l’identità dei concetti di embrione e persona, basandosi sul fatto che una persona è stata prima di tutto un embrione. Senza entrare nel merito di riflessioni volte a far comprendere come un essere vivente possa avere lo status di persona soltanto nel momento in cui possieda determinate ulteriori qualità e proprietà, possiamo limitarci ad evidenziare ancora una volta l’errore logico dovuto al modo di far correre il pensiero senza riflettere.

Certo, è vero, una persona viene da un embrione, cioè A (Tizio è una persona) implica B (Tizio era un embrione). Ma da qui ad identificare i due concetti ce ne corre, perché è ben noto che lo svolgersi di certi meccanismi biologici produce l’eliminazione “naturale” di circa due terzi degli embrioni concepiti, in quanto difettosi. E dunque un embrione non diventa necessariamente una persona, cioè B non implica A. Insomma, anche senza essere esperti in bioetica, basta un ragionamento logico (semplicissimo, pur di argomentare con la necessaria “lentezza”) per capire perché i due concetti vadano tenuti ben distinti. Gli esempi si possono moltiplicare: se ne trovano in grande quantità nel campo della giustizia, in particolare dei processi indiziari. Anche se tali questioni possono sembrare non pertinenti all’argomento discusso in questo articolo, in realtà non è così, perché si tratta sempre di usare correttamente, senza introdurre arbitrarie simmetrie, il concetto di correlazione fra A e B.

Nel famoso “processo Tortora”, leggendo la motivazione della sentenza di condanna in primo grado (del 1986) si trova questa affermazione: “Il D’Agostino afferma che il Puca era in possesso di alcune agendine (in una delle quali era annotato un numero di telefono del Tortora), già appartenute al Casillo e dallo stesso recuperate prima dell’attentato a Roma in cui Casillo medesimo trovò la morte. Questa circostanza è pienamente confermata dal fatto che effettivamente in quel periodo il Puca si trovava a Roma per affiancare il Casillo nella sua attività”.

Le persone citate erano noti camorristi, ma al di là di questo, è evidente l’errata inversione logica, del tutto simile a quelle degli esempi precedenti. Posto infatti:

• Puca si trovava a Roma per affiancare il Casillo nella sua attività;

• Puca era in possesso di un’agendina col nome di Tortora, già appartenuta al Casillo;

si può tranquillamente accettare che, se fosse vera la seconda circostanza (l’evento B), essa potrebbe costituire una conferma della prima (l’evento A) – tuttavia non rilevante, di per sè, ai fini dell’accusa – ma non viceversa! (Per non parlare del fatto che nel processo di appello è stato provato invece che non solo quell’agendina apparteneva ad un’altra persona, ma addirittura che il nome ivi annotato era di un certo Tortona (con la “n”) e non di Tortora).

Ovviamente, non è questa la sede per approfondire questa problematica in termini più tecnici. Si tratta infatti di valutare delle opportune probabilità condizionate (senza essere degli esperti probabilisti, si può facilmente intuire che si tratta di confrontare le due probabilità P(A|B) e P(B|A), da leggersi, rispettivamente, come la probabilità di A condizionata a B, e come la probabilità di B condizionata ad A). Per restare nel campo scientifico (eventualmente nella prospettiva di successivi approfondimenti), altri aspetti importanti di questa “non simmetria” della correlazione fra due eventi A e B si possono trovare nell’uso del test del DNA. Siccome è evidente che non è possibile confrontare l’intera catena del DNA di due persone, si deve procedere con opportuni confronti parziali. Nell’ipotesi di riferirsi alla stessa persona (evento A), anche un confronto parziale mostra necessariamente coincidenza del tratto di DNA (evento B), mentre se il confronto parziale mostra coincidenza si apre una problematica di tipo probabilistico (cioè non possiamo tranquillamente affermare che B implica A, che nei casi concreti significherebbe identificare colpevole e indiziato).

 

Venerdì, 9 luglio, 2010 - 12:59
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