Intervista a Luisa Panattoni

La mia guerra per andare a lavoro

di Marco Valerio Lo Prete

Insegnante per passione. Da 15 anni affetta da sclerosi multipla. “Sono disabile,
ma con tre abilitazioni. Allo Stato chiedo solo di applicare le leggi che ha fatto”

 Roma. “E’ difficile da accettare, ma capisco bene chi, da disabile, ha smesso di lavorare”. E questo è il massimo che Luisa Panattoni concede allo status quo in Italia. Perché per il resto, Luisa – docente precaria per 19 anni, affetta da sclerosi multipla da 15 anni, dirigente dell’Associazione Luca Coscioni da due anni – non ha fatto altro che nuotare controcorrente. Almeno rispetto a quella che in Italia è considerata la normalità. A partire dalla scelta di continuare a lavorare, nonostante gli effetti invalidanti della malattia, la sclerosi: “All’inizio mi rubava piccole libertà, poi in modo crudelmente progressivo ha fagocitato anche tanti rapporti ed affetti – spiega ad Agenda Coscioni - nel giro di pochi anni sono stata costretta ad utilizzare una luccicante sedia a rotelle. Poi, oltre ad essere derubata dell’uso delle gambe, ho perso anche quello delle braccia, diventando così una splendida tetraplegica”. In un Paese in cui – come dimostrano i dati che pubblichiamo in queste pagine – ai disabili si impone di fatto la sepoltura ‘da vivi’ in casa e l’esclusione dal mondo del lavoro, Luisa ha continuato ad accumulare ore di docenza di zootecnia presso gli istituti agrari, senza mai smettere allo stesso tempo di frequentare corsi di formazione: “Sono disabile ma ho tre abilitazioni”, scherza al telefono. Nel 2005 finalmente diventa insegnante di ruolo. Ma a Bergamo. Quando torna a Roma, nonostante già non possa muoversi con le sue sole gambe, un posto all’interno dei confini del Comune resta un miraggio: “Mi hanno dato una cattedra a Maccarese – dice la dirigente dell’Associazione Coscioni - solo che il servizio di trasporto Trambus per disabili funziona esclusivamente all’interno della capitale”. Scoraggiata? Certo. Rassegnata? No. Luisa si mette a cercare persone con la patente che siano disposte, ovviamente dietro pagamento, ad accompagnarla fino a scuola. “L’insegnamento per me è una passione e benedico il giorno nel quale ho scelto di coltivarla. Se avessi dovuto fare qualcosa che non mi piaceva così tanto, tutto sarebbe stato più difficile”. Anche perché il lavoro di docente ha in teoria il vantaggio di prestarsi all’utilizzo di tecnologie ad hoc che possono ovviare ad alcuni limiti fisici: computer per preparare le lezioni, videoproiettore per le presentazioni in classe. “Se mi pago tutto io? Dipende dalla dirigenza della singola scuola e dalla sensibilità con la quale distribuisce i fondi. Nel caso della mia attuale scuola sull’Ardeatina sono stata fortunata, ma una volta al Sereni, un istituto di via Prenestina, i miei studenti fecero una colletta per acquistare un proiettore”. E al buon cuore dei singoli istituti è lasciata perfino la questione dell’accessibilità fisica alle strutture: “La messa a norma è richiesta per legge – spiega Luisa – ma poi per anni non ho potuto parlare con i professori di mio figlio. Tra me e i colloqui c’erano troppi scalini, diciamo”. Stesso discorso per gli uffici pubblici. L’insegnante ci spiega infatti che 10 anni fa, per la visita necessaria ad attestare la sua invalidità, ebbe l’obbligo di recarsi all’ufficio di medicina legale della Asl più vicina. Peccato che poi, alla Asl di Roma D, non ci fosse alcun modo di raggiungere in carrozzina il primo piano. Queste sono solo alcune delle trincee nemiche da superare nel corso di quella che Luisa Panattoni definisce “guerra quotidiana”, combattuta da quei disabili – pochissimi – che continuano a lavorare. “Non ho mai chiesto che mi si affiancassero persone per compiangermi, basterebbe che il personale di assistenza fosse adeguatamente formato, che possa essere le braccia e le gambe di noi disabili”, sottolinea Luisa. Che poi arriva a chiedersi se il suo carattere orgoglioso non abbia forse contribuito a rendere le cose più difficili. Ma a pensarci un attimo – aggiungiamo noi - l’orgoglio personale non è una colpa, anzi. E certamente non può essere un paravento per lo Stato e le autorità locali: “A loro, in fondo – conclude Luisa - chiedo ‘semplicemente’ di rispettare e applicare le leggi che si sono dati. 

Mercoledì, 11 novembre, 2009 - 19:05
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