La "ragione pubblica" non ammette zona grigia

di Maria Pamini

Claudia Mancina, La laicità al tempo della bioetica, Il Mulino, 2009, pp. 156, euro 14,00

Il nuovo lavoro di Claudia Mancina (docente di Etica alla Sapienza, ex parlamentare pidiessina e membro del Comitato nazionale di bioetica) è un'ulteriore riflessione sulla laicità che, malgrado il livello alto di riferimenti filosofici, si pone un obiettivo concreto: individuare una via d'uscita in una situazione, quella italiana, che si trova, sul piano politico e legislativo, in balìa di posizioni di stampo etico-religioso.
La laicità è qui intesa come neutralità dello Stato, che dev'essere inclusivo e tollerante nei confronti delle diverse espressioni religiose purché esse abbandonino “la loro pretesa di servire da base della decisione politica, che concerne e obbliga tutti i cittadini”, evitando così il modello di “laicità militante” alla francese, non adatta alle odierne società pluraliste.
Nel libro si fa riferimento ampiamente alle considerazioni esposte da John Rawls in Liberalismo politico. Seguendo Rawls, dunque, Mancina non si serve della dicotomia laico/religioso bensì di quella più feconda pubblico/non pubblico, dove ciò che non è pubblico non ricade nella sfera del privato bensì del sociale. Sulla definizione di tali concetti, che non sono dati una volta per sempre, l'autrice si sofferma a lungo ed è interessante la sua ricostruzione dei cambiamenti fondamentali avvenuti negli anni sessanta, soprattutto a partire dai diritti acquisiti dalle donne. Liberando la donna dal dominio della famiglia e quindi superando la coincidenza tra privato e famiglia (patriarcale) si viene così sempre più a porre in primo piano la garanzia dell'autonomia decisionale dell'individuo.
Seguendo questo ragionamento, anche quelle problematiche che secondo alcuni dovrebbero rimanere in una cosiddetta “zona grigia” non regolamentata dalla legge, per Mancina non possono essere sottratte a decisioni pubbliche, come del resto tutte le democrazie occidentali stanno cercando di fare sulle questioni di bioetica. “La medicina, l'attività di riabilitazione, l'assistenza data ai malati e agli infortunati, ha ormai una componente tecnica di dimensioni tali da non poter essere più considerata come una protesi neutra dei processi naturali”.
Convenendo, dunque, che sugli argomenti di bioetica lo Stato debba legiferare, come farlo al meglio? Dopo aver analizzato il caso esemplare della procreazione assistita, Mancina conclude che bisogna “fare riferimento a quelli che sono i valori fondamentali della democrazia liberale, che sono la libertà, l'eguaglianza, il rispetto. La visione religiosa della sacralità della vita non è condivisa da tutti, e non può quindi essere il valore principale da difendere: non con la forza della legge, che si esercita su tutti i cittadini”.
Rifacendosi nuovamente al pensiero di Rawls, Mancina si appella ad una ragione pubblica che “non pretende di fissare i rapporti politici in uno schema istituzionale definito una volta per tutte, ma lascia decidere ai cittadini e al dibattito pubblico di volta in volta i mutevoli confini”. E conclude che “senza dubbio, praticare la ragione pubblica, non è mai facile, neppure nella migliore delle democrazie; tanto più è difficile in circostanze storiche in cui il legame di cittadinanza si indebolisce. Ma non c'è una strada più facile o migliore”.
Sarebbe opportuno che anche i membri di fede cattolica del Pd, a cui Mancina, insieme ad altri filosofi ed intellettuali, aveva già rivolto un appello simile (il “Manifesto per la bioetica”) nel 2007, nell'anno della sua nascita, facessero tesoro di questi suggerimenti.

Martedì, 6 ottobre, 2009 - 17:37
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