La rete dell'empatia

di Mino Vianello

 Scriveva Gandhi nel 1930: “Se la nonviolenza è la legge del nostro essere, il futuro appartiene alle donne”. Grazie a Marco Pannella, i radicali italiani hanno cercato, per primi in Occidente, d’imprimere alla politica una spinta in questa direzione: una spinta inevitabilmente eversiva. Vorrei proporre una riflessione che comporta un approfondimento della linea fin qui seguita, in un momento in cui sembra che la politica stia boccheggiando. Sempre più i suoi protagonisti non trovano di meglio che rilanciare se stessi come spot pubblicitari in una vita esangue, ridotta ad immagine. Oggi, in presenza della società fluida, è stonato parlare di classe, di coscienza di classe, di lotta di classe: categorie essenziali per capire l’evoluzione della società occidentale tra la metà del 700 e i primi decenni del Novecento e poi l’avvento del welfare state nel secondo dopoguerra. Ognuna delle elaborazioni precedenti è stata funzionale all’emergere d’un soggetto che si poneva quale protagonista della trasformazione verso la Società Aperta: la borghesia imprenditrice, il proletariato, la classe media. Oggi il soggetto che si affaccia per la prima volta nel corso della storia umana sul palcoscenico della vita pubblica, e di cui il Partito Radicale si è fatto interprete privilegiato, è la donna - non in quanto essere biologico, ma in quanto portatrice di un etos, l’empatia, di cui anche il maschio è per natura dotato, ma che in lui si è offuscato per ragioni storiche, pur sopravvivendo in quasi tutti e, in certi individui (tra i radicali, per antonomasia), segnando in modo forte la loro esistenza. La caratteristica di questo nuovo agente storico è l’empatia. Sottolineo subito che l’empatia non ha niente a che vedere con il buonismo. L’empatia si basa sulla conoscenza, una conoscenza concreta dei bisogni della gente. Si tratta di un etos che si contrappone al ragionamento fondato sul calcolo, proprio della razionalità formale celebrata da Weber quale espressione della civiltà moderna, e che conclude secoli e secoli di storia del pensiero, soprattutto occidentale, nel corso dei quali si è celebrata la Ragione come l’essenza dell’umano, contrapponendola al sentimento, alle emozioni, alle passioni. Giustizia, in quest’ottica empatica, significa rispondere alle esigenze concrete degli esseri umani partendo dall’analisi dei loro bisogni. La Associazione Luca Coscioni così come Nessuno Tocchi Caino ed altre “comunità virtuali” di quella che si chiama la Galassia Radicale sono un esempio concreto di questa ispirazione. Finora si è dato per scontato che la psicologia che regge i vari meccanismi della vita sociale sia unica: quella del maschio, e che sia naturale che le posizioni di potere nella vita pubblica, soprattutto ai vertici, siano monopolio maschile. Che l’accesso della donna alla vita pubblica comporti o meno una radicale trasformazione dei meccanismi che la regolano e l’avvento di una logica diversa, fondata sull’empatia, fonte di “creatività”, una dote umana che le donne, proprio perché relegate nell’oikos ad occuparsi di ciò che serve alla vita, hanno potuto preservare, è considerata ancora dalla maggior parte della gente ipotesi peregrina. Resta da vedere se un movimento dal basso che coinvolga anche uomini liberi dall’ossessione megalomaniacale non riesca a trasformare a poco a poco la logica del potere, rendendolo funzionale non alla smania di conquista in tutti i suoi multiformi aspetti, bensì agli interessi collettivi. Per andare incontro ai quali servono i contatti diretti, quei contatti che costituivano l’essenza dell’agorà. Ora, sono oggi le reti le cellule d’una vita nuova. Le reti conferiscono alle persone che hanno un interesse specifico in comune di collegarsi ed unire le proprie forze non soltanto per condividere notizie e dati, ma per pesare sulla vita pubblica. Sono, appunto, la reincarnazione dell’agorà greca, culla e palestra della democrazia, un fenomeno nuovo nella storia che consente di superare la vecchia diatriba tra forme rappresentative e forme dirette di democrazia. Un movimento destinato a dare impulso a una nuova vita comunitaria in tutti i campi, quello economico compreso, rendendo tra l’altro finalmente il meccanismo del mercato rispondente non a una “mano invisibile”, che non esiste, bensì alla partecipazione dei cittadini. Un movimento che nasce dal basso, non costa niente e fa da contrappeso al verticismo oligopolistico dei media e in particolare delle telecomunicazioni, che, pur fornendo dati, informazioni, sondaggi, dibattiti ed interviste, fanno scendere dall’alto a loro piacimento il flusso d’informazioni, sempre più a scapito della qualità, e si prestano inevitabilmente ad essere usati a fini di manipolazione. Un movimento, infine e soprattutto, che esprime, perché loro consono, l’etos femminile. Il quesito è se non ci si trovi di fronte a una differenza radicale nella struttura psichica dei due generi che porta a una diversa costruzione della realtà e, quindi, a comportamenti diversi. Se la risposta è negativa, allora il massimo che ci si può attendere dall’emergere della donna come soggetto nella vita pubblica è un allargamento della partecipazione popolare – fatto in ogni caso positivo, ma che non cambia la struttura del potere. Se, viceversa, la risposta è positiva, allora bisogna chiedersi da dove nasca questa differenza e in che cosa consista. Questo è il punto decisivo. Scartate spiegazioni esclusivamente biologiche, altre di più o meno vaga reminiscenza essenzialista e le banalità di quanti fanno ricorso ad approcci utilitaristici (come, per esempio, la teoria della scelta razionale per cui l’emarginazione femminile non sarebbe che il risultato non previsto di una serie di decisioni che, prese in sé e per sé, a livello individuale, sarebbero perfettamente razionali, il che spiegherebbe anche l’assenza di ribellione nei millenni da parte delle donne ), non resta che fare ricorso alla Storia e alle strutture, alle istituzioni e agli abiti mentali ch’essa forgia nel corso dei secoli: alla storia con la “S” maiuscola, cioè alla storia universale, perché tale differenza si ritrova in tutte le epoche e sotto tutte le latitudini, è presente in ogni cellula della società, costantemente riprodotta e nutrita dalla pratica quotidiana. Strumenti per tale indagine sono l’Antropologia e la Psicanalisi. Esse ci consentono di suffragare l’ipotesi che la psiche maschile sia rimasta traumatizzata, per l’ignoranza che per millenni ha circondato il nesso tra atto sessuale e gravidanza (ignoranza che sopravvive a tutt’oggi in alcune parti della terra), dall’evento più sconvolgente della vita: l’apparizione d’un nuovo essere umano che esce dal corpo d’una femmina. Dal conseguente complesso d’inferiorità maschile generato dall’invidia nei confronti di questo evento e trasmesso di generazione in generazione fino a diventare parte dell’inconscio collettivo maschile nasce quella reazione compensatoria che caratterizza la fase più lunga della storia umana, la caccia e poi la guerra: la conquista del mondo circostante - che a tutt’oggi, in vario modo, costituisce la fonte prima del prestigio. Il che evidentemente non può non aver plasmato la psiche del maschio in modo diverso dalla psiche femminile. All’origine non è la caccia che ha creato la psicologia umana, bensì questa quella. Soltanto successivamente essa, di gran lunga la fase di maggiori dimensioni nella storia della specie umana (circa il 90% è storia dell’uomo cacciatore), ha lentamente plasmato il sistema nervoso maschile in modo da generare una rappresentazione dell’ambiente diversa da quella delle femmine, funzionale all’attività di conquista elevata a base di quella che i maschi della specie umana hanno poi chiamata “civiltà”: una mentalità strategica che implica la violenza. Lentamente divenne compito dei maschi sviluppare le abilità connesse con essa, mentre compito delle femmine apparve sempre più dover essere quello d’occuparsi della casa e dei figli. Con il trascorrere dei millenni, ognuno dei due generi perfezionò le abilità cognitive corrispondenti a queste due attività sicché la divisione gerarchica del lavoro tra i sessi, frutto della pressione sociale, divenne una predisposizione psico-fisica geneticamente trasmessa e poi confermata nel processo di socializzazione. La femmina ha sviluppato un modo di vedere le cose imperniato sul contatto e l’ascolto, la cura, la soluzione pratica dei problemi contingenti, il rifiuto dell’intervento sulla base d’uno schema astratto, una mentalità che potremmo chiamare “ovulare”, una forma di coscienza e di strutturazione dell’io diversa, una coscienza tendenzialmente simbolica - cioè che “sente” di cogliere nella cose qualcosa che sta al di là di ciò che è percepibile, catalogabile e definibile, qualcosa che non si può conoscere compiutamente, ma che viene incluso nel modo in cui ci si avvicina alla realtà, qualcosa che chiama in causa il soggetto e non lo lascia fuori, lo “compromette” attraverso un coinvolgimento emotivo più che razionale, che è alla radice della sua peculiare creatività. Alla donna, in una parola, è più facile non identificarsi totalmente con il proprio io, mantenersi in contatto con il proprio Sé profondo e, quindi, attingere a istanze non personali, anche collettive, dell’altro da sé senza sentirsi defraudata, senza soffrire per tema che cali il sipario sulla spettacolarizzazione del proprio io: essa si sente realizzata anche senza la propria firma, non fa della propria unicità la bandiera che la caratterizza. In questa maniera, essa blocca il movimento strumentale verso il mondo esterno e favorisce il flusso empatico, perché tende a “capirlo”, nel senso etimologico della parola, a contenerlo, e non a modificarlo secondo una sua volontà unilaterale, uno schema astratto, perché lo sente come qualcosa in trasformazione, che ha un suo percorso di cui anche lei è parte. In senso vitale, pertanto, la donna è più profonda dell’uomo - anche se lo stereotipo afferma il contrario. Più aperta, più elastica, più immaginosa. Solo che tale ricchezza, dato il regime maschilista imperante, non è mai stata messa al centro, elevata a livello di “cultura”, non è mai stata fatta oggetto d’elaborazione: anzi, è considerata sconclusione, mancanza di oggettività, inefficienza. Per questo non soltanto la donna è tenuta in disparte, ma è trattata come una minus habens. Se questo approccio è valido, e mi sono dilungato su di esso proprio perchè fondante, allora bisogna avere il coraggio di trarre le conclusioni che ne derivano per affrontare il tema del potere. Perché questo lungo discorso, così diverso da quelli usuali, in un documento che riguarda la linea d’un movimento politico? Perché se l’etos cui qui accenno come a una conquista per il futuro fosse prevalso nella Storia, non avremmo avuto, a parte le stragi che l’- hanno contrassegnata, il tipo d’industrializzazione che abbiamo avuto, con le sue conseguenze nefaste in termini d’ambiente e di condizioni di vita. Niente da fare, sembra, finora per quanto riguarda il degrado ambientale e la fame nel mondo. Il welfare state, invece, è una prima, sia pure incompleta reazione ai problemi che s’intersecano precipuamente con le attività tradizionali della donna: istruzione, salute, assistenza. La gestione del welfare nel quotidiano, qualunque sia il modello cui s’ispira, prima o poi deve passare a una forma di gestione che incarni lo spirito femminile: e cioè alle comunità gestite dalle reti. Questo nuovo assetto non è frutto d’un wishful thinking, è una realtà che si sta realizzando sotto i nostri occhi, simile a una vastissima rete dinamica di centri informalmente collegati tra di loro, funzionante sulla base d’una partecipazione quotidiana dal basso. Questo fenomeno avviene in concomitanza con una profonda trasformazione degli stati nazionali, un tempo totalmente ed ora soltanto parzialmente sovrani, che assegna loro nuove funzioni, in certo senso anzi li potenzia come tasselli d’un complesso transnazionale, al cui interno essi, che pur possono vivere tensioni tra di loro, svolgono un ruolo essenziale di mediazione tra le borghesie nazionali e gli enti che - coordinandole, ma non senza strappi e conflitti interni - gestiscono le tensioni. Il G20, che sul piano politico-diplomatico s’intreccia e sovrasta il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, è l’espressione sintetica di questa nuova forma di gestione - condotta nella segretezza e mancanza di trasparenza più totali - dell’establishment capitalista mondiale che resta legato alle realtà nazionali. La rete monopolisticofinanziaria diventa, quindi, globale, ma necessita delle garanzie legali, oltre che spesso degli appoggi, degli stati nazionali. A far loro da contrappeso rispuntano le comunità sotto veste di una miriade d’iniziative locali che implicano l’assunzione di responsabilità reciproche: dalle migliaia di comitati di quartiere alle associazioni di volontariato, passate in Italia da circa ottomila nel 1995 a oltre ventiduemila nel 2005, alle centinaia di organizzazioni non governative, un mondo che su scala mondiale va sotto il nome di “civil society organisations” e che sempre più spesso si esprime nelle reti. Queste consentono di pensare alla società come a un campo aperto, articolato in un pluralismo di centri decisionali nei vari campi sempre più decentrati in un contesto socio-economico fluido, caratterizzato da un alto grado dipreparazione professionale sottoposta ad un continuo aggiornamento. Esse costituiscono anche la riposta dal basso alla marea d’informazioni che i media, in particolare le telecomunicazioni, rovesciano sulla gente. Ma le reti, lasciate a se stesse, molto spesso girano a vuoto. I radicali, che di queste profonde trasformazioni della società sono stati e sono non solo interpreti, ma protagonisti, possono svolgere il ruolo di loro promotori e coordinatori - come hanno cominciato a fare in diversi campi: dalla lotta contro la pena di morte e il proibizionismo alle battaglie per i diritti civili, il testamento biologico, la difesa delle minoranze e degli immigrati, la lotta per la libertà di ricerca - ed estendere la loro proliferazione alla razionalizzazione dell’intermediazione commerciale, alla lotta contro le corporazioni, alla creazione di asili nei posti di lavoro e così via. Assistiamo a un processo lento, ma che ormai s’è messo in moto e tende ad espandersi e potrebbe costituire una svolta nella storia umana. Chi voglia cercare l’aspetto politico di queste iniziative, nelle quali si può cogliere il germe della rinascita della comunità in nuove forme, s’imbatterà subito nell’impossibilità di collocarle negli schemi abituali. Si tratta, infatti, d’iniziative trasversali rispetto ai vecchi schieramenti. E ciò è comprensibile, dato che non ci sono legami tra i gruppi che le promuovono e i partiti che erano soliti rappresentarli elettoralmente: da noi, ma non soltanto da noi, degenerati nella “peste” denunciata nel noto documento “La peste italiana”. Qui si apre, appunto, lo spazio d’azione cui accennavo per i radicali. Del resto, è sufficiente guardare i vecchi partiti spasmodicamente protesi a farsi il lifting, per rendersi conto che si tratta di sopravvissuti, incapaci d’incidere sulla realtà e motivare la gente ad impegnarsi sul piano pubblico. Si tratterebbe d’una rottura a tutti i livelli con le forme di organizzazione sociale, politica ed economica conosciute finora, rottura che la Sinistra da sempre, erroneamente, ha creduto di poter promuovere e gestire su base centralizzata, fosse questa un partito, uno stato- guida, un’organizzazione internazionale. Sarà una reazione che, da lenta e graduale, acquisterà un ritmo sempre più incalzante per far fronte al dilagante malessere.   

Venerdì, 19 marzo, 2010 - 14:03
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