La scienza "aperta" e i suoi nemici

di gilberto corbellini

Non fornisce certezze e minaccia la “naturalità” delle esperienze umane. Queste le accuse che una democrazia non informata
muove alla scienza contemporanea, e quindi alla società aperta.

La scienza ha verosimilmente fornito metodologie e argomentazioni per rendere possibile il funzionamento della democrazia. Anche nel senso di svolgere una funzione educativa, come ha dimostrato il filosofo della democrazia per antonomasia, John Dewey. L'educazione scientifica ha contribuito e contribuisce alla cultura della democrazia insegnando ai cittadini a pensare liberamente, a riconoscere come normale l'esistenza di punti di vista diversi, a valutare le differenti opinioni utilizzando criteri obiettivi e condivisi, e a giudicare i programmi politici sulla base della plausibilità e dei risultati conseguiti. Tuttavia, sarebbe sbagliato confondere i rapporti che sono storicamente esistiti tra l'affermarsi della scienza moderna e l'affermarsi della democrazia con la falsa prospettiva di considerare quest'ultima una condizione essenziale o il presupposto per il funzionamento della scienza. La scienza può svilupparsi, entro certi limiti, all'interno di regimi non democratici, in quanto vi sono importanti differenze tra come funziona la scienza e come funziona la democrazia. Sembra banale dirlo, ma forse non tanto considerando che il Parlamento italiano qualche anno fa votò per la sperimentazione della terapia di Di Bella, però va ricordato che nella scienza il principio di maggioranza non può essere applicato. Inoltre, l'estraneità della scienza e degli scienziati ai condizionamenti politico-ideologici o di censo come garanzia di obiettività dei risultati della ricerca non implica che tutti gli scienziati siano da considerarsi eguali sul piano delle capacità, o che non vi debbano essere discriminazioni nell'accesso ala formazione e alla carriera scolastica e scientifica: un'efficace ed efficiente selezione sulla base dei meriti e delle qualità dei ricercatori e degli insegnanti è in realtà una condizione essenziale per un efficiente funzionamento dei sistemi di ricerca. Che la democrazia non incarni in quanto tale e in modo completo i valori che hanno reso possibile il progresso della scienza moderna, lo aveva messo bene in luce Popper. Come ricorda un allievo di Popper, Ian Jarvie, l'organizzazione della scienza era il modello che Popper utilizzò per pensare l'organizzazione della società aperta. La «società aperta» che Karl Popper immaginava a partire dalla sua concezione naturalistica della conoscenza e della vita fondata sul fallibilismo e quindi sulla possibilità di eliminare tanto le idee false come le istituzioni inefficaci, non coincideva infatti con la democrazia. La società aperta, per Popper, implica la libertà umana, il fatto che siamo fallibili, il rispetto per le idee degli altri e una funzione regolativa e non direttiva della verità. Egli considerava la democrazia come la condizione che meglio riesce a promuovere e proteggere la libertà, ma metteva anche in guardia dalle sue imperfezioni e dalla possibilità che le istituzioni possano servire per scopi completamente diversi da quelli per cui sono state progettate. Nel senso che la democrazia può preservare la libertà ma non può crearla, ed è facile considerare le scelte e le riforme come finalizzate al mantenimento della democrazia stessa piuttosto che proteggere e promuovere i valori di tolleranza e libertà della società aperta. Per Popper la democrazia può infatti arrivare a minacciare la società aperta – e quindi le condizioni che rendono possibile la ricerca scientifica – in quanto lo Stato si trova investito di un potere di cui può abusare. Tra l'altro, nella “Società aperta e i suoi nemici” Popper si dilunga ad argomentare che l'educazione letteraria non solo non risolve il problema legato a un'istruzione solo professionale o tecnica, capace di creare una condizione di «ristrettezza mentale », ma in realtà spesso è la stessa educazione letteraria a produrre quella particolare forma di ristrettezza mentale che è lo «snobismo», senza educare all'onestà intellettuale. Scrive Popper in “La società aperta e i suoi nemici”: “Soltanto se lo studente fa la diretta esperienza di quanto facile sia errare e di quanto difficile sia fare anche un piccolo progresso nel campo della conoscenza, soltanto in quel caso egli può percepire il significato dei criteri di onestà intellettuale, può giungere al rispetto della verità e al disprezzo dell'autorità e della presunzione. Ma nulla è più necessario della diffusione di queste modeste virtù intellettuali”. Molti dei problemi che oggi insorgono nella percezione della scienza da parte dei cittadini e dei politici dipendono da una fonda- mentale incomprensione della natura della conoscenza scientifica e del suo statuto particolare. Di fatto, oggi la scienza viene criticata perché non dà risposte certe. Come se non fosse caratteristica essenziale della conoscenza scientifica proprio il fatto di non produrre mai verità definitive, ma sempre modificabili e perfettibili attraverso il confronto continuo con la realtà empirica. La scienza, quindi, non ha lo scopo di produrre certezze, ma certamente procede riducendo progressivamente i livelli di incertezza circa la natura dei fenomeni studiati, e controllando di continuo l'affidabilità delle procedure utilizzate per progredire nella conoscenza o nel valutare la praticabilità delle applicazioni. La scienza viene messa sotto accusa in quanto si ritiene che alcune delle applicazioni che scaturiscono dalla ricerca di base minaccino i modi «naturali» di vita. E ` vero che le ricadute applicative della ricerca scientifica hanno trasformato radicalmente l'esistenza quotidiana di milioni di individui e reso possibile utilizzare l'elettricità, costruire automobili, aerei e frigoriferi, scoprire vaccini e antibiotici; insomma, se nel corso di circa un secolo nel mondo occidentale l'aspettativa di vita alla nascita è raddoppiata e la qualità della vita in generale è migliorata, è grazie allo sviluppo economico-sociale e al progresso medico che hanno messo sotto controllo una serie di fattori «naturali» come le malattie e la malnutrizione. La conseguenza principale e particolarmente dannosa che scaturisce da queste concezioni fuorvianti della scienza, per cui appunto essa non renderebbe oggi un servizio alla democrazia in quanto non fornirebbe certezze e minerebbe la presunta naturalità delle esperienze umane, è che gli stessi governi mirano al controllo della scienza più sulla base delle interpretazioni che dei risultati. Nel caso delle biotecnologie ciò è emblematico: sono le ansie dovute a una distorta interpretazione del significato di queste tecnologie a determinare la politica dei finanziamenti e dei controlli, piuttosto che i risultati effettivamente prodotti dalle applicazioni di questi nuovi metodi di ricerca e innovazione.

Lunedì, 9 Febbraio, 2009 - 15:31
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