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La lunga notte della pillola del giorno dopo
Sono una ragazza di 22 anni. Lunedì scorso a causa di problemi col metodo contraccettivo consueto ho dovuto far ricorso alla pillola del giorno dopo. Nella mia ingenuità credevo che sarebbe stato semplice ottenere quella maledetta ricetta. Invece no. Premetto che all’ora in cui è successo il fatto i consultori ormai avevano chiuso; decido così di chiamare la guardia medica che mi risponde che la contraccezione di emergenza non rientra nelle loro competenze; rassegnata allora decido di andare al pronto soccorso. Sono arrivata nella struttura alle 19,30, sono stata accolta da un’infermiera che appena ha saputo di cosa avevo bisogno mi ha guardata come se fossi una bestia e mi ha liquidato dicendo di aspettare il mio turno e mi ha consegnato il foglietto in cui ero segnalata come “codice bianco”. Ho aspettato lì per 4 ore. Alla fine, ormai allo stremo, sono tornata al box informazioni e ho chiesto se per recarmi al consultorio l’indomani sarebbe stata necessaria qualche “carta” del pronto soccorso. L’infermiera mi risponde dicendomi che aveva dimenticato di darmi il foglio per salire su in ginecologia e che comunque non dovevo sperarci perché la prescrizione della pillola del giorno dopo è di competenza del solo consultorio. Al reparto di ginecologia sono stata accolta da una persona che ha iniziato a inveirmi contro: “Voi ragazzine avete stufato: prima fate danni e poi venite qui, dovete usare i contraccettivi”. Cerco di spiegarle che ho 22anni; ho un fidanzato che quella sera non poteva venire per motivi lavorativi; un metodo contraccettivo lo avevo usato. Niente da fare, la signora era in pieno delirio di onnipotenza, però forse vedendo che io ero in procinto di scoppiare in lacrime si è convinta a chiamare la ginecologa di turno impegnata in sala parto. L’ho attesa per mezz’ora, in cui sono venuta a conoscenza che in tale reparto ci sono 15 ginecologi: 13 sono obiettori, uno no e l’altra era appunto la dottoressa che doveva arrivare. Fortunatamente questa dottoressa è arrivata, senza battere ciglio mi ha fatto quella benedetta ricetta. Sono andata alla farmacia di turno e anche lì zero problemi: alle 2,30 avevo finalmente preso il farmaco. Il guaio è che ho dovuto pagare il ticket e il tutto mi è venuto a costare la bellezza di 36,60 euro. Scrivo a voi per sapere se un trattamento del genere è umano, se è giusto che in un ospedale pubblico che copre un discreto territorio sia legale un tale numero di obiettori e soprattutto, se l’obiezione di coscienza vale anche nei confronti della pillola del giorno dopo. Altra nota dolente: il pagamento di un ticket che è più del doppio del costo della Norlevo (11,60euro).
Lettera Firmata

La prescrizione della pillola del giorno dopo può essere fatta da chiunque sia abilitato, anche da un’ oculista, per intenderci. Riguardo all’ obiezione di coscienza, questa è espressamente prevista dalla legge 194 nei casi di gravidanza accertata ma, secondo un parere non vincolante del Comitato Nazionale per la Bioetica, potrebbe essere estesa alla prescrizione della pillola del giorno dopo, anche se essa rientra nella normale giurisdizione del rapporto medico-paziente e non deve essere rifiutata sulla base di convinzioni morali personali. A tal proposito, nel 2008 l’ allora Ministro della Salute Livia Turco aveva dichiarato che la contraccezione d’ emergenza deve essere garantita in consultori, pronto soccorso e presidi di guardia medica, ma stando a quanto ci riferisci risulta essere ancora molto difficile, se non impossibile, ottenere la fornitura della stessa. L’Associazione Luca Coscioni si batte affinché la contraccezione d’emergenza possa essere commercializzata anche in Italia come farmaco da banco.

 

Vi leggo, vi scrivo io, lettore non assiduo di Agenda Coscioni, che puntualmente mi arriva e di cui condivido tutte, o quasi, le prese di posizione nei numerosi argomenti trattati, mi risolvo a dire la mia. Forse l’Italia sarebbe una nazione decisamente civile se la Costituzione avesse espressamente previsto che la facoltà del legislatore di emanare leggi fosse limitata a quelle che regolano i rapporti tra gli uomini e avesse fatto assoluto divieto di promulgare norme che invadano il campo dei rapporti dell’uomo con sé stesso, evitando così di espropriarlo della sua unica e irrepetibile personalità e ferendolo nella propria dignità di individuo. Ognuno è l’unico padrone di sé stesso, della sua salute, sia fisica che mentale, a anche della sua vita. Quella vita, Darwin insegna, che non ci è data in grazioso e precario prestito da un presunto dio. Per rendere effettivo il principio, la Costituzione avrebbe dovuto altresì predisporre strumenti legislativi che potessero essere azionati in odio al legislatore trasgressore. Avevano ragione da vendere le femministe di qualche decennio fa quando rivendicavano l’esclusiva proprietà del proprio corpo: “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Un altro argomento che mi sta a cuore: la morte. Nessuno vuole accettare la visione di Epicuro: Quando ci siamo noi non c’è lei, e quando c’è lei non ci siamo noi. È senz’altro brutto morire, brutta l’agonia spesso dolorosa, ma questa è ancora vita. La morte, invece, è la fine di tutto. C’è di più, secondo la meccanica quantistica, la morte di un essere cosciente implica il venir meno di un osservatore dell’universo. Parafrasando Nerone, al momento della nostra morte, potremmo esclamare: “Quale universo muore con me!”. Forse quelle immaginifiche menti che ancora credono nel creazionismo troveranno astruso il concetto, eppure tali menti sono così prodigiose da riuscire a comprendere la transustanziazione che per noi poveri atei razionalisti è assolutamente incomprensibile.
Guido Giglio
 

Giovedì, 2 settembre, 2010 - 17:17
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