Il romanzo di Piergiorgio Welby

Ocean Terminal

Pubblichiamo in anteprima alcuni stralci del romanzo postumo di Piergiorgio Welby, pubblicato in questi giorni da Castelvecchi. Piergiorgio, che fu co-presidente dell’Associazione Coscioni, nel settembre 2006 scrisse al Presidente della Repubblica chiedendo il diritto a una morte opportuna, riportando i temi del fine vita – eutanasia e testamento biologico – nell’agenda politica italiana.

 

Giorgio, il capo reclinato sul poggiatesta della carrozzella ortopedica, fissava, attraverso le palpebre socchiuse, l’azzurro slavato e monotono che filtrava tra i rami rugosi e contorti dei pini. Cercava, come sua abitudine, di catalogare i cieli. Quello di oggi gli richiamava alla memoria certi dipinti di Cézanne, quelli con i pini in primo piano e le pennellate di un cilestrino, ora tenue ora acceso, che si aprono stentatamente la strada tra i mille aghi e i rami. Aveva già potuto ammirare i cieli alla Magritte… quei cieli tanto spaesanti da dare un lieve capogiro, distese piatte con tante piccole nuvolette tutte uguali… schiere di soldatini burrosi disposti per l’attacco. I cieli di Renoir, morbide epifanie di corpi femminili, sensuali, carnosi, cedevoli. Cieli roteanti come galassie impazzite, sulfuree distese corrose da un sole malato che come un cancro li divorava dolorosamente: erano i cieli di Van Gogh, vittime, come lui, di un male incomprensibile. I cieli di Aldo Riso, piatti e luminosi come maioliche… quelli ariosi e vibranti, avvolgenti, i più bei cieli che avesse mai visto, i cieli di Sisley. Non aveva mai prestato tanta attenzione al cielo. Questa fissazione maniacale lo accompagnava dal giorno che, mentre una barella lo trasportava velocemente verso l’ambulanza, aveva visto il cielo scorrergli sopra, un sudario opalescente che lentamente si era andato spegnendo lasciandolo a dibattersi in un buio opprimente. La luce era tornata alcuni giorni dopo. Sopra di lui non c’era più il cielo, ma solo il bianco del soffitto. Per due mesi non aveva visto altro. Aveva desiderato, con tutte le sue forze, che quel bianco anonimo, freddo,
allucinante, si cambiasse in un colore qualsiasi, foss’anche il nero, ma il bianco era sempre lì. Trapassava le palpebre chiuse, penetrava nel cervello con artigli stellati, si impossessava del suo corpo e lo raggelava invadendo ogni cellula, ogni pensiero; anche i ricordi, nostalgiche isole di serenità sottratte a un terrore indecifrabile, perdevano i loro colori e si trasformavano in un tragico film in bianco e nero. […]

Ho Chi Min e il Che mi fissano con disapprovazione e se ne stanno appiccicati alla parete come due facce della stessa medaglia, una medaglia che mi ricorda in continuazione la mia inutilità. Ma vaffanculo, che cazzo ne sapete voi della guerra che combatto ogni giorno! Delle ritirate, delle imboscate, delle umilianti rese incondizionate. Mi hanno fatto prigioniero il giorno stesso che sono nato. Io ancora non lo sapevo, ma i miei cromosomi malati sì che lo sapevano! Brodetto primordiale condito col veleno, regalo di un Dio logico, Dio teologico, Dio concettuale, Dio buffone, Dio burlone, Dio sadico, il Dio degli imbecilli che quando tutto va bene lo ringraziano pregando, ma se le cose vanno male se la prendono con l’umanità. Questo Dio nazista, maltusiano e impietoso mi ha incatenato con la distrofiamuscolarefacioscapolomerale. La mia innocenza e i miei muscoli strappati dagli artigli del tempo. Prometeo incolpevole, assisto impotente alla rovina che ogni giorno mi avvicina a quella morte sognata e temuta che mi riempie la giornata di infantili balbettii alla Jonesco… ho paura… ho pau… ho pa… ho… h… Inciampo nei miei stessi piedi e spio il ridicolo gesto che conferma un’altra perdita. Era facile fare gli eroi nella jungla cambogiana o contro i governativi in Bolivia, dire cazzate piene di saggezza o fumarsi una canna tra una scaramuccia e l’altra… el pueblo unito… Io non finirò mai sulle T-shirt degli ipervitaminizzati cuccioli dell’Occidente o sugli striscioni dei centri sociali o sulla parete di qualche sezione di Rifondazione Comunista. No! Io finirò in un centro di rianimazione con gli occhi fissi al soffitto bianco e il corpo pieno di tubi. Mi tormenteranno i decubiti e i discorsi delle infermiere che mentre mi tolgono la merda si racconteranno i brividi dell’ultima scopata… Eroi… eroi del cazzo. Vorrei vederli al mio posto questi superuomini coccolati dalla storia. Questi morti sul campo di battaglia con il sole negli occhi come i tori di Hemingway. Fanfare e applausi! Tre giri di campo tra l’entusiasmo sadico della folla e poi l’uscita trionfale. Non come quei vitelli ammazzati silenziosamente nell’ombra complice dei mattatoi appesi al gancio del loro terrore… mattatoi e corsie… medici e macellai, puzzo di morte e disinfettanti, indifferente catena di smontaggio di poveri stronzi già dimenticati. […]

Desiderio esaudito! In cambio di quello che la vita mi ha tolto, a parziale risarcimento, mi viene data una carrozzina
ortopedica di un bel blu oltremare, in modo che il culo abbia l’impressione di riposare in un eterno semicupio marino, cromata come un’Harley appena uscita dalla fabbrica, aerodinamica quel tanto che basta per farmi provare l’illusione della velocità. Manca il casco, ma chissenefrega. Non dovrò più preoccuparmi delle cadute, dei cedimenti improvvisi delle ginocchia, dei gradini… e no, cazzo! Dei gradini devo preoccuparmi… e la storia ricomincia. Dove prima inciampavo adesso mi blocco. Due militari mi alzano di peso per farmi superare la scalinata che porta al seggio elettorale, un ascensore in panne mi lascia per ore nei sottoscala della USL… l’unico percorso che non mi riservi imprevisti è quello che va dal letto alla tazza del cesso.

***

Uscendo dall’ospedale ti assale l’assurda fantasia che nel mondo sia cambiato qualcosa, pensi che l’orrore che ti ha colpito debba in qualche modo riflettersi sui volti della gente, sui muri, nel volo dei piccioni; aspetti ansioso che da un momento all’altro il cielo si squarci e un triangolo al neon con un occhio al centro ti illumini e una voce tonante gridi: «Nessuno tocchi Caino!»… beh… non proprio nessuno tocchi Caino, basterebbe che dicesse: «Qualcuno dia una mano a Caino»… ma…Nessun grido, nessuna complice partecipazione, nessuna amorevole pietà. Sei un ricatto vivente, uno scomodo MEMENTO MORI, sei la cattiva coscienza che agita i sonni, sei un ammonimento inquietante per un’umanità convinta di aver conquistato l’immortalità comprando una bustina di integratori, mangiando crusca e yogurt, lavandosi i denti tre volte al giorno, facendosi il check-up una volta all’anno, scopando con due preservativi infilati sull’uccello… insomma quella gente normale che ogni domenica indossata un’ADIDAS corre nei parchi cittadini. Un giro in più e un’altra manciata di anni è assicurata! Poi arrivi tu. E mentre gli rotoli davanti, con le braccia penzoloni e la testa cadente… il loro cuore accelera e anche la loro andatura aumenta, ma la tua immagine gli resta nel cervello, imprigionata come una vespa in un bicchiere capovolto. Zzzzzzz…zzzzz… zzz… «e se capitasse a me cosa farei?». Zzzzz… zzzz… «come si può continuare a vivere in quelle condizioni? ». Zzzz… zzz… «io non ci riuscirei mai…». Zzzzz… zzzz… «meglio un colpo di pistola!». E, rassicurati da questa scappatoia, alla prima curva, scattano e spariscono dietro una siepe di mortella. Io resto qui. E, senza tirarmi un colpo di pistola, continuo, insieme a tutti gli altri nelle mie stesse condizioni, a domandarmi perché sia dovuta capitare proprio a me, perché mentre le persone normali contano i chili in più, io debba contare i giorni che mi restano.
 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 18:46
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