Otto anni di mancata bonifica

di Valentina Stella

La vicenda riguardante la discarica di Tito scalo sembra proprio essere una never-ending story : come emerge da un dossier redatto dall’Ola, Organizzazione Lucana Ambientalista, occorre tornare al 2002 per ricostruire fatti e misfatti del perimetro dell’area industriale del piccolo paese in provincia di Potenza. Febbraio del 2001: sopralluoghi che portano al ritrovamento di “una discarica abusiva dalle ingenti dimensioni”, caratterizzata da “residui accumulati nel ventennio 1981-2001, ossia da dopo la chiusura della Liquichica, da cui resti sarebbero provenuti buona parte di quei materiali”, e alla scoperta, in ordine temporale, di “rifiuti di diversa origine”; il tutto già fece pensare ai tentacoli dell’ecomafia e alla connivenza di qualcuno che sapeva ma ha taciuto. 8 luglio 2002, decreto del Ministero dell’Ambiente in cui si stabilisce la perimetrazione del sito di interesse nazionale al fine di censire tutte le aree potenzialmente contaminate fortemente a rischio. A supporto di questo sono apparsi nel 2005 alcuni articoli di Gianni Rivelli, giornalista de ‘La Gazzetta del Mezzogiorno’, che si è occupato molto da vicino della questione; in particolare egli ha ripreso il caso di una azienda interna al perimetro, la Daramic s.r.l., autodenunciatasi per aver gravemente inquinato e contaminato le falde acquifere e il terreno, utilizzando sostanze tossiche e cancerogene. La politica come ha fronteggiato l’emergenza? In teoria l'erogazione di circa 160.000 mila euro derivanti dal "Progetto Amianto", promosso dalla Regione Basilicata in collaborazione con l’Imaa, che doveva consentire l'accertamento ed il monitoraggio dello stato globale di inquinamento ambientale da fibre di amianto in Basilicata, preceduti da circa 2.480.000 di euro (2003, 2002, 2001) e 774.000 euro (2003, 2001). In pratica è entrato in gioco il solito illusionista perché a fronte di tanti soldi ci sono state pochissimi controlli e bonifiche. 22 dicembre 2008, ultima “Conferenza dei servizi decisoria” di cui si ha notizia, il Ministero dell’Ambiente scrive:”a distanza di tre anni e mezzo le aziende e gli altri soggetti interessati hanno dimostrato limitato interesse e volontà nell’adoperarsi per conoscere e quindi, ove possibile, limitare la diffusione dell’inquinante che rappresenta un rilevante pericolo per la salute umana.” Giorni nostri: è ora di reagire contro le eco-mafie, per la bonifica dell'ambiente. E delle istituzioni. Questo il motto che sta unendo la battaglia dei Radicali, dell’Ass. Coscioni e dell’Ola, che hanno innanzitutto presentato una interrogazione parlamentare per la bonifica del sito e in più hanno indetto una petizione al sindaco e ai consiglieri di Tito affinché “siano rese note tutte le evoluzioni, le osservazioni e lo stato di caratterizzazione della bonifica, presumibilmente presentate dalle amministrazioni, dagli Enti pubblici e dai soggetti obbligati; di essere messi al corrente del reale stato di avanzamento dell’opera di bonifica dell’area industriale di Tito Scalo; che il Sindaco del Comune di Tito intervenga al fine di garantire la tutela della salute pubblica, di cui ha competenza, ai sensi dell’art. 50 comma 5 e dell’art. 54 comma 2 del D.lgs 267/2000”. La prossima puntata non mancherà di certo!

Mercoledì, 29 luglio, 2009 - 15:23
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