Prudenza vorrebbe di non sperimentare le "capacità di carico" del pianeta

Andrea Furcht

Per combattere la fame è fondamentale ridurre le nascite nei Paesi più poveri e fecondi. I buoi sono già scappati, ma c'è ancora spazio per accelerare il declino della fecondità.

La situazione demografia
Per sottolineare la drammaticità della situazione demografica mondiale, non occorrono lunghi discorsi: basta un’occhiata all’andamento della popolazione umana negli ultimi secoli.
Stiamo giocando con grandezze enormi: gli incrementi da un miliardo di uomini, pari a quelli accumulati dalla comparsa dell’uomo all’inizio dell’Ottocento, si susseguono a distanza di pochi anni. È tuttavia vero che ormai la spinta non si deve tanto all’alta fecondità del momento, quanto all’inerzia demografica. Possiamo sperare che dalla metà del secolo l’umanità si stabilizzi intorno ai nove miliardi. Sempre che ci si arrivi senza troppi danni. (...) Vi sono dunque tre strade per prevenire un collasso sistemico. Nessuno dovrebbe contestare l’affermazione che quella migliore siano (...) innovazioni mirate a contenere gli sprechi, che permettano di conseguire lo stesso livello di produzione a costi ambientali minori. Poi però si arriva al dilemma di fondo, se ridurre i consumi pro capite oppure la popolazione. (...)

Fame e sovrappopolazione
La FAO ha concluso alcuni mesi fa i suoi lavori di Roma con un solenne documento che neppure nomina la questione della sovrappopolazione; omissione questa piuttosto comune e dovuta al desiderio di non mettere i poveri sul banco degli imputati; ma per quanto biasimare la vittima non sia affatto cortese, occorre dire chiaramente alcune cose. Chi ritiene che puntare l’indice contro l’alta fecondità sia cinismo malthusiano, mette in rilievo come i diseredati non abbiano nulla da perdere e quindi non frenino la propria riproduzione: il miglior anticoncezionale sarebbe lo sviluppo. Osservo tuttavia che le cifre in gioco, con una popolazione che sfiora i sette miliardi, sono troppo elevate per confidare in soluzioni strutturali di questo genere: aspettare la modernizzazione economica rivela un fatalismo che chi sostiene questa tesi non dimostra su altre questioni, quali la lotta alla povertà.
Per combattere la fame, è fondamentale ridurre le nascite nei Paesi più poveri e fecondi. Questo per almeno cinque motivi:
1. secondo la teoria della transizione demografica, il ritardo nella discesa della fecondità è dovuto ad un mero sfasamento temporale rispetto a quella della mortalità; quindi un’opera di pura informazione non farebbe che assecondare un mutamento che è nell’ordine delle cose, agevolando questo passaggio cruciale;
2. una struttura per età più equilibrata propizia migliori condizioni di vita per coloro che nasceranno; (...)
3. l’alta fecondità perpetua la subordinazione della donna, perché la lega a ruoli prevalentemente familiari; ne è d’altra parte anche un sintomo;
4. l’alta fecondità in queste popolazioni esaspera gli squilibri in almeno tre modi:
a) se la parte più povera di una collettività si riproduce di più, le differenze di reddito tenderanno ad allargarsi; se sono i ricchi a farlo, ci sarà una tendenza al riequilibrio;
b) mantiene la deformazione verso il basso della struttura per età: continueranno ad esserci troppi giovani, con la conseguenza che sarà difficile fare scendere le nascite anche negli anni a venire (cfr. nota);
c) una società giovane, per tal motivo afflitta da particolari difficoltà di inserimento nella vita economicamente attiva, ha più probabilità di essere anche una società violenta;
5. nei contesti più disperati, molte delle nascite prevenute si traducono in mancati decessi precoci. (...)

L’ostilità di principio al controllo delle nascite
Possiamo distinguere tre posizioni, la prima libertaria, le altre all’opposto prevalentemente vicine all’ortodossia religiosa:
 deve essere riconosciuta la libertà più totale di procreare: tanto più preziosa, quanto inerente ad una sfera non solo intima, ma di profondo valore esistenziale;
 il principio di sacralità della vita, di norma limitato a quella umana, ne afferma l’intangibilità; di per sé non si tratta di una controindicazione specifica contro il contenimento della popolazione, ma può essere inteso nel suo senso più lato: non solo riguardo alle vite già in essere, ma anche auspicando si concretizzi il maggior numero possibile di quelle future;
 controllare le nascite sarebbe una manipolazione indebita della Natura, che nella visione della Chiesa vale l’«ordine da Dio stabilito». Esiste una curiosa analogia tra questa impostazione e quella, per contro incline al controllo delle nascite, che tende all’adorazione della Natura. Vi è invece contrasto tendenziale con quella basata sulla libertà (...).

Utilitarismo e popolazione
Se il principio è quello della difesa della libertà personale, difficile non concordare; questo però non preclude la strada ad un’azione di maggiore informazione nelle popolazioni che non praticano ancora diffusamente il controllo delle nascite: a dispetto di quanti la bollano come intrusione neocolonialista, la libertà di scelta ne verrebbe esaltata. Inoltre, ed è un punto fondamentale, si tratta quasi sempre di decisioni di coppia e non di un individuo isolato: può quindi ben essere che vi siano divergenze interne.
Al principio della sacralità della vita si contrappone, di fatto, quella della ricerca della felicità: si tratta dell’utilitarismo, che postula come finalità la maggiore soddisfazione per tutti. Quando però si deve decidere della dimensione della popolazione, si pone un problema particolarmente spinoso, perché è l’unico caso nel quale si fa rilevante la distinzione tra utilità totale e utilità media: una collettività più grande contiene infatti un maggior potenziale di felicità, perché sono in maggior numero gli individui che possono provarla.
(...)

I buoi sono scappati, ma la posta in gioco è ancora alta
Dal punto di vista degli andamenti demografici, in un certo senso i buoi sono già scappati: il tasso di incremento mondiale è in discesa ed anche la fecondità si sta abbassando in quasi tutti i PVS; il problema è oramai rappresentato principalmente da strutture per età sbilanciate: l’inerzia demografica rende difficile contenere la natalità a breve-medio termine. C’è ancora spazio per accelerare il declino della fecondità: la posta in gioco è alta, anche piccoli scostamenti percentuali si traducono in centinaia di milioni di individui alla data fatidica del 2050, cui si riferiscono le previsioni demografiche mondiali. Passare dallo scenario medio a quello basso (di quello alto non voglio neppure parlare) fa una bella differenza per l’umanità.
La situazione internazionale sarà caratterizzata da popolazioni giovani e quindi più aggressive, in crescita ed in preponderanza numerica, oltre che prevedibilmente governate da regimi dittatoriali. Nei PSA la situazione è opposta: preoccupa la struttura per età pericolosamente invecchiata in conseguenza del brusco calo della fecondità degli ultimi decenni, ora peraltro in lieve recupero (forse dovremmo chiamarlo assestamento). Questo contrasto, in un contesto di crescente competizione per risorse sempre più scarse e di rottura degli equilibri tra le potenze, anche per effetto della demografia, potrebbe costituire il quadro ideale per il deflagrare di gravissimi conflitti internazionali. Sarebbe quindi importante attenuare i crescenti squilibri demografici con le altre aree del pianeta, oltre a quelli interni della struttura per età.
Esiste uno scenario da sogno per il nostro futuro demografico? Penso di sì, anche se non è affatto detto che si avveri: quello in cui la fecondità di tutti i popoli converga in tempi realistici verso un valore inferiore, ma non di troppo, alla soglia di rimpiazzo; mantenendosi a lungo su questi livelli si avrebbe un decongestionamento progressivo del totale degli abitanti, pur con qualche controindicazione parziale (ad esempio relativa all’invecchiamento). Essenziale anche l’indicazione che ritroviamo nelle pieghe del modello IPAT, quella di uno sviluppo tecnologico (a sua volta favorito dalle risorse che vengono da un’economia sana) orientato ad un oculato impiego delle risorse. Questo aiuterebbe a perseguire lo sviluppo economico, spesso rifiutato con atteggiamenti luddistici, senza trasformarlo in una folle corsa all’esaurimento della sostenibilità del sistema.
Già un principio prudenziale imporrebbe di non sperimentare quale sia la reale capacità di carico del pianeta: se superata, potrebbe innescarsi una catastrofe irreversibile; questa considerazione basterebbe da sola a giustificare un’azione di contenimento di popolazione e consumi. Inoltre, perché non diluire nel tempo gli arrivi dei nascituri su questo mondo? Meglio fare ordinatamente la fila per venire al mondo prendendo il nostro numerino come all’ufficio postale, evitando così di affollarci sgomitando e rendendoci la vita difficile a vicenda. Una scelta, questa, resa più agevole dal fatto che gli individui futuri, essendo solo ipotetici, possono non venir conteggiati nel calcolo felicifico; un’opzione che apparentemente cozza contro le impostazioni basate sullo «sviluppo sostenibile»: un ragionevole compromesso è quello di preparare un mondo che non sacrifichi le generazioni future, calcolandole in un ammontare demograficamente realistico ma soprattutto conciliabile con un favorevole assetto economico-ambientale. Non solo una questione di calcoli, si dirà, ma anche di impegno operativo in questo senso, limitando la fecondità.
Risulta così implicitamente dichiarata la mia preferenza nella questione che abbiamo lasciata aperta: quale tipo di utilità rendere massimo? L’utilità totale o quella media? Facile la risposta, se si ritiene la vita un’occasione per essere felici e rendere tali gli altri, e non una sorta di corvée al servizio di un principio astratto, divino o meno. Questo afferma anche Mill, nelle pagine dedicate allo stato stazionario
Non è bene per l’uomo essere sempre costretto a subire la presenza dei suoi simili. (...) Se la bellezza che la terra deve alle cose venisse distrutta dall’aumento illimitato della ricchezza e della popolazione, al semplice scopo di dare sostentamento a una popolazione più numerosa, ma non migliore o più felice, allora io spero sinceramente, per amore della posterità, che i nostri discendenti si accontenteranno di essere in uno stato stazionario molto prima di trovarsi costretti ad esso dalla necessità».
 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 17:51
Eccetto dove diversamente specificato i contenuti di questo sito
sono rilasciati sotto la licenza Creative Commons: Attribuzione della paternità

Licenza Creative Commons

cc Associazione Luca Coscioni, via di Torre Argentina, 76 - 00186 Roma, Italia.
Tel. 06 689791, Fax. +39 06.68805396, Email info [at] lucacoscioni.it