Il saluto del Ministro al Congresso online

"Questo uno dei Governi più laici"

di Renato Brunetta

Il Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione Renato Brunetta con un contributo scritto ha inviato un saluto al Congresso online definenendolo "forse più democratico, di certo più “trasparente” di altre assise che si sono celebrate o si celebreranno"

 

Sono grato all’associazione Luca Coscioni di avermi proposto di intervenire a questo congresso “virtuale”, forse più democratico, di certo più “trasparente” di altre assise che si sono celebrate o si celebreranno tra breve, delle quali non è chiaro lo scopo e non si intravvedono fino all’ultimo le esatte modalità. Sono grato soprattutto per due motivi: perché posso intervenire, come uomo della maggioranza di governo votata liberamente dai cittadini, ad un dibattito che mi appare un po’ troppo sbilanciato su posizioni pregiudizialmente critiche – il che non è positivo per un’associazione che opera nel quadro delle tradizioni libertarie del movimento radicale – e perché mi viene offerta la possibilità di esprimermi, da laico e socialista, su questioni che hanno coinvolto temi etici assai delicati, sui quali si è anche consumato e tuttora si consuma un dibattito, talora aspro, con gran parte della componente cattolica del nostro paese. Circa le posizioni pregiudizialmente critiche che ho colto in numerosi interventi ascoltati o letti, io difendo un governo, del quale mi onoro di far parte, che ha intrapreso e intraprende politiche a difesa di tutti i cittadini, per fornire soprattutto ai più svantaggiati servizi migliori, maggior sicurezza, una giustizia rapida e imparziale, interventi rapidi contro le calamità naturali e rimedi duraturi contro la crisi economica. Rispetto a molte altre nazioni disponiamo di un buon sistema di ammortizzatori sociali e siamo in grado di varare misure economiche forse sgradite ai “poteri forti”, che io stesso ho evocato di recente, ma di sicuro utili per garantire un futuro più tranquillo ai nostri concittadini. Andremo avanti per tutta la legislatura, compiendo il nostro dovere secondo il mandato che abbiamo ricevuto. Per riallacciarmi ai temi più trattati nel corso degli interventi congressuali, desidero adesso smentire alcune “leggende metropolitane” particolarmente diffuse. Primo. Non è affatto vero che questo governo sia contro la ricerca scientifica. Semmai, è contro un cattivo uso delle risorse a disposizione della ricerca scientifica, e cerca di stimolare le imprese private ad intervenire maggiormente in questo campo, come avviene negli altri paesi. Una buona fetta di responsabilità nella cattiva gestione della ricerca scientifica, e lo dico con amarezza, da uomo dell’università, è da addebitare agli errori e alle omissioni di diversi atenei, che appioppano con troppa approssimazione l’etichetta di “ricercatore” a persone che con l’autentica ricerca scientifica hanno poco o nulla a che fare. Di sicuro si può e si deve fare di più, pur tenendo conto della delicata congiuntura economica; ma la crisi della ricerca scientifica in Italia ha radici antiche, e non va certo addebitata a questo governo. Se così fosse, avremmo chiuso da un pezzo i laboratori e gli Istituti. [...] Secondo. Non siamo insensibili alle ragioni sacrosante dei portatori di handicap e delle loro famiglie. La legge 104 del 1992 è una legge meritoria, nata per tutelare soprattutto le famiglie con figli diversamente abili. Devo anzi dire che in taluni casi è ancora troppo limitata e carente. Purtroppo, nel tempo, è stata snaturata da una deriva di tipo assistenzialistico […] Terzo. Questo è uno dei governi più “laici” della storia italiana. Lo paragonerei al governo di Giuseppe Zanardelli, che all’inizio del secolo scorso affrontò importanti problemi come lo sviluppo delle libertà sindacali nel mondo del lavoro e le tematiche della questione meridionale. Il suo governo propugnava la libertà di pensiero e tentò di introdurre il divorzio nel nostro ordinamento. Rispettoso della chiesa cattolica ma assertore delle ragioni laiche dello Stato, Zanardelli riformò profondamente la giustizia e i suoi codici; un lavoro pregevole, in seguito affossato dal fascismo. Dico questo anche per allacciarmi alla seconda parte del mio intervento, che parla specificamente del testamento biologico e delle posizioni che ho inteso assumere sul caso Englaro, che non sono estranee al pensiero di vari altri membri della maggioranza. Ho più volte invitato gli amici del Popolo delle Libertà a non avere paura di affrontare i temi difficili. Noi non dobbiamo rifugiarci in fondamentalismi che la gente non capisce. Così, in materia di testamento biologico, sono da sempre fautore di una 'soft law', una legge di principio, flessibile, capace di intercettare le diverse sensibilità degli italiani. È a loro che la classe politica deve rivolgersi, se vuole scrivere una legge sul testamento biologico largamente condivisa. Andare tra la gente e ascoltare cosa pensa, tenendo conto di tutte le sensibilità, arrivando così ad una legge che sia un quadro flessibile di riferimento per tutti. Proprio in nome di questo rispetto per una sensibilità diffusa, quando si è trattato, al tempo del caso Englaro, di sottoscrivere il decreto-legge che bloccava l’esecutività della sentenza, ho scelto in tutta coscienza. In quel momento era in gioco una vita umana, e il decreto era una sorta di moratoria. Prevedeva un rinvio alla legge: non si può affidare tutto alla sensibilità individuale, al buonsenso o peggio ancora ai tribunali. Ora la legge va fatta. E nell’attesa ho preferito che non succedesse l’irreparabile, che poi è successo. Alla mia posizione personale sul testamento biologico, invece, sono arrivato per approssimazioni successive. Sono tuttora afflitto da mille dubbi che, per esempio, non ho rispetto all’aborto o alla fecondazione assistita. Sono per la fecondazione assistita, ho scritto un articolo per i quattro sì ai referendum, ho presentato un testo sui Didore (diritti e doveri di reciprocità) per i rapporti interpersonali non regolati dal matrimonio. Insomma, continuo a essere laico. E il dubbio fa parte integrante del mio essere laico; è un metodo di lavoro ed è anche una scelta di vita. Non avere mai certezze dogmatiche aiuta a decidere con serenità e ad assumersi tutte le proprie responsabilità. In materia, fino a poco tempo fa non coglievo le differenze tra coma cerebrale e stato vegetativo. Ma poi ho scoperto alcune cose. Il coma cerebrale implica un elettroencefalogramma piatto, assenza di funzioni vitali e irreversibilità. Nel nostro sistema giuridico questo è prodromico all’espianto degli organi. È uguale alla morte. Nello stato vegetativo persistente le cellule cerebrali invece sono attive, il corpo è in grado di respirare, esistono le funzioni vitali. Si può progredire o regredire. E non c’è possibilità di espianto. La magistratura, con il caso Englaro, per la prima volta consente di applicare un protocollo che porta una persona in stato vegetativo alla morte. Un’innovazione strabiliante, non era mai successo nella storia della medicina, del welfare e del Servizio sanitario nazionale. I giudici hanno introdotto un’eutanasia di fatto, una scelta che non condivido e non potrò mai condividere. Ricordo mio padre. Una persona anziana, in stato di coma, con gravi complicazioni. Io e i miei fratelli dovevamo decidere se autorizzare o meno un tipo di alimentazione più invasiva. Eravamo indecisi. Poi, una sera, mio padre ha cantato, così mi è sembrato, e io ho cantato insieme con lui. Allora non ho avuto alcun dubbio. Mio padre è morto, ma quella canzone mi ha dato molto. Ora, sono convinto che ci vuole una legge che si attenga alla volontà esplicita della persona (nel caso di Eluana, la volontà era molto indeterminata). Il punto centrale della dichiarazione anticipata di trattamento (Dat) sarà stabilire se aria, acqua e cibo siano da considerare terapia o no, perchè l’articolo 32 della Costituzione consente all’individuo il rifiuto del trattamento sanitario. Occorre un grande ascolto laico del Paese, una, due settimane di ascolto di quello che pensa il Paese. Vanno valutati tutti i casi, non solo quelli estremi. E la legge, lo ribadisco, deve essere una «soft law». Si danno dei principi e poi si demanda alle authority, o a comitati etico-medici, la gestione della soft law in ragione del progresso scientifico, ma anche della flessibilità che deve essere lasciata all’individuo e alle famiglie. Questo si sarebbe dovuto fare anche sulla fecondazione assistita. Ma quest’ultima, naturalmente, è ancora un’altra storia.
Giovedì, 12 novembre, 2009 - 11:41
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