Risorgimento digitale

di Emmanuele Somma

L’Italia è oggi la testa di ponte tra due concezioni della società dell’informazione, quella dell’eGovernment, ovvero quella della eSchiavitù: oppure quella dell'eDemocracy, ovvero quella della eLibertà.

La modifica dei pattern di consumo dei media incoraggiando i sistemi di comunicazione partecipativa non è forse sufficiente, ma senza dubbio è necessaria, per scardinare i processi di composizione del potere.

È il potere che corrompe, e quando è assoluto corrompe in modo assoluto. Puoi non credere che sia un’analisi molto accurata: leggi Robert Michels che rende evidente il punto attraverso lo studio delle tendenze anti-democratiche dei partiti di massa, anche quelli di sinistra. Oppure David Kipnis che ha invece studiato il rapporto tra "potere di uno" e il "rispetto degli altri", stabilendo le
dinamiche che portano i leader a sopravvalutare il proprio contributo, per giungere ai limiti dell'irriguardosità nei confronti dei followers. Sono solo esempi tra tanti.
La nostra è una Società Autoritaria basata sull'esercizio del potere. Ha un livello di corruzione senza pari. Esempi? I mass media tradizionali sono costitutivamente non democratici perché immaginati sull'idea della concessione delle frequenze da parte di uno Ente monopolista che assegna una 'licenza' all’esercizio del potere assoluto (e assolutamente corrotto) di (dis)informazione, in quella data frequenza. Distorsione notevole del concetto di eguaglianza comunicativa dei cittadini: una
licenza di produzione degli alcolici non è la stessa cosa di una licenza di produzione di notizie. Le cure, ad esempio per la televisione le commissioni di garanzia o l'autority, piuttosto che le leggi di "par-condicio", sono palliativi quando non addirittura controproducenti ai fini di una democratizzazione dell'informazione. L’infrastruttura brevettuale e del copyright, tradendo i propri obiettivi, viene utilizzata per mantenere uno stretto controllo sulla disponibilità e l'ampio sfruttamento della conoscenza. La sterminata aggregazione di dati di profilazione individuale dei cittadini senza il loro consenso né consapevolezza rappresenta una minaccia di tecnocontrollo senza precedenti. L'organizzazione sociale dell'impresa gerarchica ed autoritaria impedisce ai dipendenti di esprimere la propria indipendenza di giudizio, di critica e, perché no, d'impresa nell'impresa, limitandoli in strutture contrattuali di stampo padronale e paternalistico e rappresenta un inaccettabile limitazione dei principali diritti informazionali delle persone.
La struttura delle organizzazioni di ricerca, anche laddove le università hanno ancora una rilevanza sociale, cioè non in Italia, sono finanziate per costruire conoscenza, o anti-conoscenza, ad uso di committenti pubblici o privati senza alcun effettivo ritorno sulla generalità della popolazione. In definitiva, la conoscenza dei fatti come base dell'assunzione di decisioni gestionali e politiche, o per la valutazione dell'esecuzione amministrativa degli atti è attivamente mistificata o nascosta. In tutti questi casi l'informazione gioca un ruolo determinante nel mantenimento di questi circoli di potere anti-democratico.

I mass media tradizionali sono costitutivamente non democratici perché immaginati sull’idea della concessione delle frequenze da parte di uno Ente monopolista che assegna una “licenza” all’esercizio del potere assoluto di (dis)informazione, in quella data frequenza.

 

Oltre i mass-media
I mass-media corrompono dalla base della loro più intima sostanza. È pericolosa l’idea stessa che lo spazio di comunicazione, che è l’aria e l’acqua dell'informazione, è costretto in un piano transnazionale di suddivisione delle frequenze. Lo spettro non è messo a disposizione di tutti per sviluppare strumenti di partecipazione sulla base di tecnologie in grado di usarlo efficacemente in modo aperto e distribuito. L’ossigeno dell’informazione viene “fatto a fette” e riservato all'uso esclusivo di organizzazioni per lo più anti-democratiche. L'etere è stato praticamente regalato senza una precisa ragione agli stati nazionali, alle strutture militari o ad imprese commerciali. Questa è una fondamentale violazione dei diritti civili di un "cittadino del mondo" del XXII secolo. Non esiste più alcun fondamento teorico valido per non ripensare radicalmente questo meccanismo che sta portando allo spreco per colpevole usurpazione di una risorsa determinante per l'equo sviluppo dell'Umanità. La capacità di esprimersi dell'Umanità è oggi ostaggio di una monolitica burocrazia transnazionale e tecnocratica che ha perduto totalmente di vista il proprio fondamentale obiettivo esercitando in modo corrotto il proprio fondamentale potere di determinare la fortuna senza pari di pochi individui. Gli Zar dei monopoli delle frequenze devono essere abbattuti per liberare gli spazi oggi usurpati a favore di quei media a partecipazione diffusa di cui oggi stiamo vedendo i primi vagiti. Che mondo sarebbe se oggi i già diffusi social network potessero accedere all'etere con la stessa semplicità con cui accedono alla Matrice, ma potendosi rivolgere da subito al 100% dei cittadini invece che al 3-10%? La fasulla dicotomia tra le ideologie di “controllo statale” e “libero mercato”, ambedue fallaci allo stesso livello, si infrange sulla totale assenza di considerazione dell'individuo quale agente informativo. Anche il modello del cosiddetto "libero mercato" prevede limitatissime libertà assegnate solo a grandi aziende di media e ai potentati di interessi corporativi di solito stretti a filo doppio con quelli politici (tranne che in Italia dove non è possibile rinvenirne soluzione di continuità tra le due). La limitazione della libertà è il costo-opportunità che l'individuo è obbligato a pagare. Un costo che non è semplice da percepire. Era inconcepibile valutarlo prima dell'avvento di un media di connessione totale come Internet. Con la Rete, l'agente individuale trova il suo spazio nell'etere-filato degli 'ammessi a parlare' con pari dignità dei giullari della corte dei miracoli della Società Autoritaria. Paradossale che in presenza di una risorsa ampiamente disponibile come l'etere, presente ovunque e per lo più sprecata in applicazioni inutili, distorsive della concorrenza, anti-democratiche e chiaramente anti-popolari, il 'fronte della liberazione dell'informazione' debba provenire dalla complicatissima organizzazione filare della Internet cablata. Grandi aziende e governi nazionali hanno vasta influenza sui mass-media che a loro volta continuano ad avere ampia influenza sul pubblico (secondo le analisi del Censis in un paese comunicativamente arretrato come l'Italia Internet può avere un impatto sul voto non eccedente il 2.5%). È senza dubbio ammirevole la battaglia per ricondurre nell'alveo dell'equità e della accuratezza questi media, ma probabilmente è necessario dare il via ad un serio programma che porti a condannare il sequestro delle frequenze di trasmissione.
I media partecipativi
Solo avendo avuto una reale e non episodica esposizione esperienziale su quelle larve che oggi sono i media partecipativi disponibili su Internet si può avere lontana percezione di quanto esplosivo sarà il loro apporto nella ricostruzione del modello organizzativo della società. Cosa avverrebbe se la Società dedicasse da subito risorse comparabili a quelle destinate per il mantenimento dello status-quo dell'incompetenza gerarchica che regna, ad esempio, nella struttura della divulgazione dell'informazione anti-democratica, anti-concorrenziale e anti-popolare? Bisognerebbe piuttosto sostenere quelli che David Andrews chiama IRG, ovvero Gruppi di Routing Informativo. In una rete di IRG ciascuno assolve al ruolo di MediaPeer, cioè autore ed editore, senza avere però alcun pubblico garantito, e alcuna privativa d'uso di una data frequenza, solo la ripubblicazione, eventualmente continua e molteplice, garantirebbe la sopravvivenza e il flusso dell’informazione in ambiti potenzialmente molto differenti da quelli immaginati dallo stesso autore.
L’informazione, creata libera di essere fruire anche per merito di un copyright “lasco”, e di poter essere modificata e migliorata (o peggiorata) e diffusa attraverso reti di relazioni personali ma
soprattutto da una miriade di decisioni individuali di ritrasmissione (routing) verso nuovi e più vasti orizzonti della comunicazione. Chi potrebbe, in questo modello, esercitare un potere assoluto e assolutamente corrotto, come i media mogul che oggi possiedono l'informazione e, attraverso tale possesso, determinano il flusso di conoscenza e anche di saggezza, o più probabilmente di idiozia popolare? I media partecipativi, almeno i loro primi timidi abbozzi, sono qui. Grazie alla tecnologia abilitante della Rete. Stanno, pur nella vasta imperfezione delle loro interfacce e nella bassissima consapevolezza dei loro utenti, affrontando di petto questi problemi.
Obiettivi individuali
L’investimento e la difesa delle tecnologie abilitanti per le reti di media partecipativi è oggi un imperativo per sollevarsi dal giogo della Società Autoritaria. Va perseguita con rigida determinazione, con l'intolleranza da riservare agli intolleranti. La scelta di consumo/non-consumo ricorrendo ad alternative disponibili è quanto mai determinante. La modifica dei pattern di consumo dei media incoraggiando i sistemi di comunicazione partecipativa non è forse sufficiente, ma senza dubbio è necessaria, per scardinare i processi di composizione del potere. Anche la costruzione di bypass informativi laddove appaia evidente l'inaccettabilità del messaggio dell'autorità, per quanto questo sembri a tutta prima quasi impossibile. L’adozione di meri supporti alla possibilità di scelta possono essere adeguati a scardinare il predeterminato orientamento all’accettazione dei percorsi imposti. Non volendo rinunciare, per fare un semplice esempio, al telegionale si può ricorrere a servizi, quali hulu.com o in Italia il centrodiascolto.it. Ancora più efficace è invece partecipare attivamente, e monitorare da vicino, come viene creato il flusso informativo dei mass-media comprendendone a fondo gli sporchi trucchi di manipolazione della realtà. Questo rappresenta un antidoto così forte perché, vista anche la scarsa professionalità dei manipolatori, mette immediatamente a nudo l'intento originale e per paradosso la vera notizia sotto la manipolazione. La promozione e la partecipazione di IRG su questo tema è talvolta illuminante. Ma probabilmente l’azione più determinante, che influisce più attivamente nel processo di auto-rappresentazione del potere, è quella di realizzare in proprio i mass-media antagonisti. "Dentro e fuori dal Palazzo". Da non centrare su una tensione ideologica uguale ed opposta e ricadere negli stessi errori dell'antagonista. Piuttosto sarà importante divenire strumenti di un ampio e “indisciplinato” supporto alla libera partecipazione. Cioè costruire mass-media come sottoprodotti di processi di partecipazione tra pari. Sebbene, come già in precedenza considerato, la Società Autoritaria stia usurpando gli spazi della comunicazione è possibile avvalersi di strumenti tecnologici nuovi e meno presidiati per esplorare gli spazi delle alternative. Internet, ovviamente, ma da non disprezzare i percorsi definiti dalla Software Defined Radio, dalle prossimità Wireless anche mobili.

La ricchezza intellettuale
Ammesso che abbia un senso parlarne in questi termini, la proprietà intellettuale è la più grande fregatura che l’Umanità oggi si trova a dover rispedire al mittente. Sentirsi proprietari di qualcosa di intellettuale dovrebbe essere visto in termini tecnici come un indice di malattia mentale prima ancora che come affronto criminale al bene comune. E sarebbe da trattare di conseguenza con le contromisure classiche per ambedue i mali. Contemporaneamente. La camicia di forza e le manette.
L’elargizione della privativa di copia e del relativo diritto di sfruttamento economico ha dato alla testa ad alcuni che su tale pubblica concessione hanno costruito immani ed inefficienti rendite
parassitarie di posizione. E non glielo mando a dire. Bisognerebbe essere chiari sul fatto che gli sforzi devono essere moltiplicati per fare in modo che tale situazione debba terminare. Sarà forse difficile vista la dimensione transazionale, ma non è più possibile procrastinare l’intervento.
Non si tratta però semplicemente di promuovere l'adozione di nuovi modelli di licensing e di distribuzione per l'opera creativa che permettano esplicitamente, a scelta del produttore, talune limitazioni unilaterali della privativa, e del conseguente diritto di sfruttamento. Non si tratta neppure di privilegiare questi rispetto a quelli 'proprietari', e nemmeno di imporre un livello limite di equa competizione tra questi due modelli. Si tratta della necessità di porre un freno concreto all'utilizzo del copyright come forma di privatizzazione della conoscenza. Questo copyright genera uno specifico danno del bene generale, alla conoscenza e quindi al benessere dell'Umanità. Un 'crimine' messo in atto da poche organizzazioni attivamente impegnate a sovvertire l'evoluzione della società verso l'adozione di modelli di interazione popolare più aperti, democraticamente sostenibili e socialmente equi. La cosiddetta "proprietà intellettuale" di pochi è oggi il principale nemico per una società fondata sulla "ricchezza intellettuale" di tutti. Va attivamente combattuta, anche se la corruzione, dovuta all'immane potere degli editori, a cui è stata tributata a costi risibili la concessione di 'fette' del nostro spazio di comunicazione, è ormai è giunta ai livelli più alti del potere transnazionale. Il sistema della "proprietà intellettuale" è burocratico e costoso per la società, e ha come risultato stimolare l’inefficienza economica; è quindi ingiustificato sia dal punto di vista sociale che da quello economico. In definitiva produce benefici per una striminzita minoranza di intermediari e veramente pochi creativi, mentre la quasi totalità degli altri non copre i costi del recupero delle royalties o accetta contratti in cui l'entità è praticamente nulla e li mantiene sotto il livello economico di povertà. Tutti i cittadini però pagano costi altissimi per accedere ad informazioni che, con sistemi alternativi, potrebbero essere praticamente gratuite.
Le contromisure individuali nei confronti della 'proprietà intellettuale' non si dovrebbero limitare alla scelta, sia in qualità di consumatore che di produttore, di strumenti di promozione
dell'informazione non-proprietaria (come le licenze GNU GPL o le Creative Commons, queste ultime opportunamente scelte, o ancor meglio il semplice Pubblico Dominio), ma soprattutto a rifiutare attivamente la cooperazione con il modello di proprietà intellettuale nella cessione dell'informazione prodotta, rinunciando ai dividendi del Regime, nonché attivarsi individualmente per "liberare" l'informazione proprietaria e permetterne in tal modo la circolazione.
Conclusioni

Il percorso verso una Società non Autoritaria, che sotto molti punti di vista potremmo indicare come nonviolenta, è certamente lungo. La strutturazione sociale del nostro quotidiano risente di una lunga
storia che dell'autoritarismo e della violenza ha fatto la cifra costante. Oggi è l'informazione che risente di questo clima. Ed è per questo che questo paese sta facendo strage dell'informazione come
risultato della strage del diritto e della democrazia. La morte, il soffocamento, dell'informazione nella nostra società è grave quanto il soffocamento di una persona. Un punto di singolarità si è erto, però, in questa storia. Un punto che ha invece modellato il proprio essere all'inclusività delle totali diversità, agendo allo stesso tempo come motore di raccolta e distribuzione dell'informazione e della conoscenza, e come grande equalizzatore democratico di partecipazione. Ha fatto vivere, sostenuto e moltiplicato l'informazione. Ha, nella naturale conflittualità della competizione dei molteplici interessi espressi con la più vivida liberalità, saputo trarre inattesi e sorprendenti ambiti di cooperazione: Internet. Questa Internet con tutti i suoi limiti genetici, e tutta la straordinaria leggerezza del suo essere libera, si sta affermando come unico mezzo anti-autoritario, anti-violento e costruttivo. Questa Internet è oggi minacciata. È minacciata dalla corruzione del potere che inizia a comprendere come non avendone controllato l'evoluzione le ha permesso di erodere i principali strumenti della propria stessa corruzione. L'Italia è oggi la testa di ponte tra due concezioni della società dell’informazione, quella dell’eGovernment, ovvero quella della eSchiavitù: dai mass-media, dal Copyright asfissiante ed infinito, dalle burocrazie anti-popolari, dalla clava anti-diffamatoria, oppure quella dell'eDemocracy, ovvero quella della eLibertà, dei media partecipativi, di un nuovo modello di Copyleft e Open Source, della libertà d'espressione per tutti e ciascuno e di una rete aperta al confronto e anche allo scontro delle idee, senza paure né falsi pudori. Non saremo i primi, forse, a parlare di queste cose, per quanto anche la scelta del nome non è casuale e dovrebbe a più di qualcuno dire qualcosa. Ma non dovrà essere il contributo di parole quello che farà la nostra piccola differenza. Qui si fa l'Italia Digitale o, letteralmente, si muore.
* Licenza di distribuzione "Risorgimento digitale" (c) 2009 by Emmanuele Somma

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equivarrà mai al prime-time di Sanremo, ai telegiornali della televisione di stato, o ai grandi giornali quotidiani, potere riservato ai discografici, burocrazie, politici e grandi editori, ma può rappresentare una importante modalità alternativa. Spread the word (*and* the /free/ software).
 

Mercoledì, 29 luglio, 2009 - 17:09
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