Aborto farmacologico/1

Ru486: "sacrosante" opinioni, e ragioni degli scienziati

m.parachini

Il dibattito sulla Ru486 incentrato su considerazioni fuori dai canoni scientifici. Se si potesse dare la parola agli operatori che si occupano di interruzione di gravidanza …

Nel dibattito sulla RU486 che si sta svolgendo nel nostro paese, mi ha colpito come la maggior parte degli
interventi provengano da molteplici campi, rimanendo per lo più in secondo piano l’opinione degli “addetti ai lavori”. All’indomani dell’annuncio della –ricordo dovuta - approvazione del farmaco da parte dell’AIFA (in base alla normativa europea del mutuo riconoscimento) abbiamo letto , contestualmente con la notizia, anzi già nei titoli, cosa ne pensasse Monsignor Sgreccia piuttosto che Cossiga, l’assessore lombardo piuttosto che il filosofo, tutti pareri sacrosanti (è il caso di dirlo), ma che non appartengono all’ambito cui questa questione appartiene innanzitutto: quello della ostetricia e ginecologia.

In quanto presidente di una organizzazione medica internazionale, la FIAPAC , che riunisce persone che lavorano nel campo dell’aborto e della contraccezione, chiedo di poter partecipare al dibattito in qualità di operatore di questa difficile branca della ginecologia, tanto negletta sul piano della ricerca e dell’applicazione clinica, pur trattandosi dell’intervento ginecologico più praticato al mondo. I giudizi emessi senza alcuna esperienza clinica confondono la discussione e creano infondate partigianerie che non si ritrovano quando il tema venga affrontato con criteri di buona pratica clinica. Un esempio è l’articolo di Eugenia Roccella, sottosegretario al Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, sul Sole 24 Ore del 9 agosto, in cui ricorda una intervista alla dott.ssa Elisabeth Aubeny, la ginecologa francese che per prima ha applicato il metodo farmacologico (e non creato, come viene detto) nella quale verrebbe “ammesso con serenità” la maggior sofferenza provocata dall’aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico. Perché mai si deve parlare di “ammissione” quando si tratta di una banalissima informazione deducibile da qualunque tabella comparativa riportata in letteratura? Non è che l’aborto chirurgico non provochi dolore, tant’è vero che viene praticato in anestesia , locale o generale. E’ solo che si svolge in poco tempo, mentre le contrazioni nell’aborto medico durano più a lungo. Dato altrettanto deducibile dalle suddette tabelle. Ma anche in questo caso è prevista l’assunzione di antidolorifici. Nelle stesse tabelle tuttavia si leggeranno tutti gli altri vantaggi e svantaggi di ciascun metodo, come è normale nello studio di diverse tecniche, senza che questo debba comportare una opzione contrapposta tra due campi avversari.

La maggior parte dei medici che si occupano di IVG e dispongono di entrambe le metodiche applicano dei criteri di valutazione caso per caso, informano la paziente delle varie possibilità e le chiedono di scegliere. Questo avviene tutti i giorni, in tutti gli ospedali, per qualunque atto medico. Perché non deve avvenire in questo caso? Questa mattina ho chiesto ad una paziente in nota per una IVG cosa pensasse della pillola abortiva. Mi ha risposto che era contraria. Le ho chiesto perché e mi ha risposto: perché fa male. Di tanta disinformazione le era rimasto in mente questo messaggio. Le ho spiegato allora in cosa consistesse l’aborto chirurgico che stava per subire: la dilatazione meccanica della cervice, lo svuotamento strumentale della cavità uterina , il fatto che l’avrebbe fatto a sette settimane e non al terzo mese per l’attesa di un posto nella seduta in anestesia generale. Alla fine l’ho rassicurata dicendole che era stata solo disinformata. La disinformazione passa innanzitutto dalla distorsione del linguaggio. Nell’articolo della Roccella l’aborto farmacologico viene chiamato “aborto chimico”, con un evidente intento spregiativo: forse che l’effetto di un qualunque altro farmaco non è altrettanto “chimico”? Anche nel caso dell’ulcera gastrica si parla di trattamento “medico” o “chirurgico”, ma non si parla mai di trattamento “chimico” dell’ulcera gastrica.

Sempre nell’articolo in questione si assimila la procedura ad un “piccolo parto”, mentre l’esempio andrebbe fatto con l’aborto spontaneo precoce ; qualunque donna che abbia partorito e anche abortito spontaneamente una gravidanza iniziale vi saprà dire la differenza. Si dà altrettanto per scontato che il metodo chirurgico sia da preferire perché “controllato” dal medico anziché dalla paziente. E se lo chiedessimo alle pazienti? Se ci sono donne che per innumerevoli e complessi motivi vogliono poter scegliere tra due opzioni che la medicina offre loro, perché pensare che non siano in grado di farlo? Noi medici sappiamo quanto possano differire le reazioni dei pazienti di fronte a soluzioni di trattamento diverse: vale per esempio per il parto, in cui alcune donne richiedono l’anestesia epidurale (che pure può comportare, sebbene raramente, delle complicazioni), altre che la rifiutano a priori (magari per poi cambiare idea in corso di travaglio). L’importante anche in questo caso è di dare a loro la possibilità di scegliere , sulla base della migliore informazione possibile.

E’ disinformazione anche continuare a dire che il tasso di mortalità per aborto medico è 10 volte maggiore dell’aborto chirurgico: in Europa, dove dal 1988 sono state vendute circa 2.5 milioni di confezioni di Mifegyne, non sono mai stati riportati casi di shock settico, probabilmente a causa della diversa via di somministrazione delle prostaglandine (in Europa è usata principalmente la via orale). E’ davvero imbarazzante: ogni volta che la Roccella fa una dichiarazione, il numero delle morti da RU aumenta..ieri eravamo arrivati a 31, dai 17 riportati ufficialmente in tutto il mondo (ove si escludano Cina e India di cui non si posseggono dati).
E’infine disinformazione , secondo me grave, tacere del ruolo del mifepristone nell’aborto terapeutico del secondo trimestre, questo sì vero “parto in miniatura” per donne che interrompono una gravidanza desiderata ma con una qualche patologia grave. Con la RU486 somministrata prima delle prostaglandine, i tempi del travaglio sono letteralmente dimezzati; sto parlando di situazioni che a volte si prolungano per giorni e giorni con una intensità di dolore fisico e psichico tale da rappresentare anche per noi operatori un grosso impegno emotivo. Lo stesso avviene nei drammatici casi di morte intrauterina, in cui questo farmaco viene usato da anni nei paesi in cui era disponibile. Perché noi medici dovremmo ritenere giusto non disporne nel nostro paese?

Vorrei chiudere con una considerazione non di carattere medico, ma di ex militante del Movimento di Liberazione della Donna quale sono stata proprio con Eugenia Roccella. Anche allora frange estreme del femminismo nostrano si schieravano contro l’introduzione dell’aspirazione secondo il metodo Karman seguendo l’esempio di alcuni gruppi americani, poiché accusavano il nuovo metodo di essere una pratica scorretta e pericolosa rispetto al raschiamento con strumenti chirurgici tradizionali, e di voler usare il corpo delle donne con l’unico scopo di fare della sperimentazione. E’ interessante risentire oggi le stesse argomentazioni di allora. Si trattava parimenti di introdurre un metodo mini-invasivo e meno cruento, proprio come l’aborto medico oggi. Ma allora si trattava di femministe … oggi di responsabili del governo della salute.
 

Giovedì, 10 settembre, 2009 - 13:47
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