Saremo perduti senza la verità

di Valter Vecellio

“Bisogna cominciare a contarsi”, come diceva Seneca. Si scoprirà che siamo isolati ma non soli. Non numerosi, ma sufficienti per contrapporre l’ “opinione” alle “opinioni correnti”. I lettori di Agenda Coscioni perdoneranno se comincio con un biglietto, del 1982, di Leonardo Sciascia che conservo come una sorta di reliquia “laica”. Queste frasi, vergate con l’inconfondibile scrittura minuta e chiara, sono una sorta di contravveleno che rende più lieve sopportare i tempi che ci tocca vivere. Tempi che anche Sciascia avrebbe trovato insopportabili per l’ostentata, compiaciuta volgarità che li segnano.
Di occasioni per “contarsi”, a Sciascia non ne mancarono:la polemica che lo oppose al PCI, l’affaire Moro, la vicenda del rapimento del giudice Giovanni D’Urso; la polemica sul coraggio e la “vigliaccheria” degli intellettuali, la mafia, il professionismo antimafia, l’impegno a fianco di Enzo Tortora per una giustizia più giusta…
Erano i primi anni Cinquanta quando scrisse su un foglietto i versi di una poesia “civile” che avevano vaga rispondenza ai fatti che accadevano; e ancor più con l’oggi, se è vero che mafia, camorra e ‘ndrangheta, senza lasciare i loro territori d’origine, si sono saldamente insediati praticamente in ogni regione, e da tempo hanno varcato frontiere confini.
I versi, dunque:

Il poeta Abu-Hatem, es Segestani
di Persia o di Sicilia (la questione
è rimasta in sospeso), scrisse
lungo elogio della palma: albero
foggiato dalle mani di Dio
a immagine dell’uomo, come Adamo
a immagine di Dio; albero eccelso
che segue la marcia dell’Islam
poiché è dono al credente, e in paradiso
darà ombra dolcissima a fanciulle
dagli occhi neri e casti
che nude fluiranno tra le mani
del credente vero.
Gli scienziati
dicono invece che la linea della palma
non ha niente a che fare
con la marcia dell’Islam, e si sposta
di cinquecento metri ogni anno
verso il nord.
Personalmente,
non giurerei che la marcia della palma
non ha niente a che fare con l’Islam,
né che avanza verso il nord
solo di cinquecento metri ogni anno.
Probabilmente, a sbalzi e ad arresti,
la media della marcia è più celere…

E’ di Sciascia una definizione della mafia da dizionario: “La mafia è un’associazione per delinquere, con fini di arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, ed imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato”.
Dovremmo rivolgere un appello al ministro dell’Istruzione perché venga inserita, almeno tra le raccomandate, la lettura de Il Giorno della civetta. Una pagina in particolare andrebbe scolpita anche nei manuali – se ve ne sono – di addestramento per poliziotti, carabinieri, magistrati: quella in cui il capitano Bellodi, è preso da scoramento. Teme che don Mariano Arena, il capo-mafia del paese, possa farla franca, come in effetti accadrà, grazie alle protezioni e alle complicità politiche di cui gode. Così Bellodi cede per un attimo alla tentazione di tradire gli ideali in cui crede e ha combattuto, e pensa che si debbano usare quei metodi al di là e al di sopra della legge che furono la caratteristica del prefetto Cesare Mori durante la dittatura fascista. “Il fine che giustifica i mezzi”, per usare un machiavellismo di bassa lega (messer Nicolò, in verità, questa frase non la disse mai). Ad ogni modo anche a Mori quei mezzi, per quel fine, furono consentiti solo fino a quando colpì i rami “bassi” della mafia. Quando cercò di arrivare ai rami “alti”, ai capi già collusi e protetti dal regime, Mori fu fatto senatore, promosso e rimosso. Bellodi vince subito quella tentazione/illusione in cui era precipitato; e svolge un ragionamento che è il nocciolo della questione:
“Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere mani esperte nella contabilità generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche o le tendenze o gli incontri dei membri più inquieti di quella grande famiglia che è il regime, e dietro i nemici della famiglia, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuori serie, le mogli, le amanti di certi funzionari; e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso. Soltanto così a uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi…”.
Una strategia investigativa, quella degli accertamenti bancari e del controllo dei patrimoni, che nessuno aveva mai tentato, e nessuno tenterà mai seriamente prima di Giovanni Falcone, che lo farà vent’anni dopo. Magari questo suggerimento fosse stato accolto e messo in pratica quando venne dato, nel 1962; forse molte di quelle cronache che poi sono diventate capitoli dell’interminabile libro che si chiama “Tangentopoli”, ce le saremmo risparmiate; e magari lo fosse anche oggi, perché tante ricchezze non corrispondono a guadagni ufficiali, ci sono arrogantemente sbattute sotto gli occhi; e bisognerebbe darne esauriente spiegazione.
E’ stato Sciascia ad aprirci gli occhi sulla mafia, con pochi altri: Danilo Dolci, il sociologo triestino che si trasferì in Sicilia, e ci ha regalato Banditi a Partitico e Inchiesta a Palermo; o uno scrittore che negli ultimi anni della sua vita ha vissuto appartato, ed è morto dimenticato: Michele Pantaleone, l’autore di “Mafia e politica”, “Mafia e droga, Antimafia, occasione mancata.
Nel maggio del 1979, intervistato dal quotidiano palermitano L’Ora, Sciascia dice che a suo giudizio, “la mafia da fenomeno rurale è diventata fenomeno cittadino e parapolitico; si è trattato di una specie di integrazione nel potere. La mafia non è più apparentemente riconoscibile come un tempo”. In un’altra intervista, questa volta al Giornale di Sicilia, nel settembre 1980, sostiene che “il modo migliore per combattere la mafia è quello di mettere le mani sui conti bancari. Non capisco perché fra l’incostituzionalità del confino e l’incostituzionalità del controllo sui conti bancari, i governi abbiano sempre scelto la prima. Anzi lo capisco benissimo: perché al confino si mandano sempre i soliti stracci, mentre per i conti bancari si sarebbe costretti ad andare più in alto”.
Mauro De Mauro: dice nulla questo nome? E’ stato un coraggioso giornalista de L’Ora; ha pagato questo coraggio e la sua indipendenza con la vita, un giorno è uscito di casa e non vi ha fatto più ritorno, neppure il cadavere è stato mai trovato. Il fratello Tullio, il celebre linguista, racconta: “Sciascia si è sempre esposto in prima persona. Sono stato coinvolto amaramente nel 1970 dalla scomparsa di mio fratello. A Palermo, dove insegnavo, gli amici, i colleghi, gli studenti per strada non mi salutavano. Le persone che frequentavano la mia famiglia si contavano sulla punta delle dita. Leonardo era lì, come in un’altra serie innumerevole di circostanze…”.
Spirito critico, unico antidoto in un mare di retorica che minaccia di travolgerci: questo l’insegnamento che ci ha lasciato. Lo hanno bollato come vigliacco, complice della mafia, nemico dello Stato, para-terrorista, di tutto. Dobbiamo essere lieti, pur nel grande dolore per la sua perdita, di aver condiviso un poco di quel “tutto”, con lui. Ora che non c’è, tutti ne parlano come di un maestro, una guida, un profeta “laico”. Non hanno potuto ingabbiarlo da vivo, vogliono inghiottirlo ora che non è più in grado di difendersi e di difendere il diritto e la dignità umana. Ci sono, per fortuna, i suoi libri. Fino a quando saranno letti, un po’ di Leonardo continuerà a vivere con noi, per noi. E lo Sciascia radicale?, dirà qualcuno. Potrei dire che quello che ho cercato di dire finora a tutto tondo è lo Sciascia “radicale”. Ma per chi volesse comunque approfondire, consiglio la lettura di alcuni libri in particolare: “Leonardo Sciascia, elogio dell’eresia”, a cura di Andrea Maori (Edizioni La vita felice); “Leonardo Sciascia, deputato radicale 1979-1983”, a cura di Lanfranco Palazzolo (Kaos edizioni); e, sia consentito, il mio “Saremo perduti senza la verità” (edizioni La vita felice), rifacimento di un ormai introvabile “La palma va a Nord”.

 

Giovedì, 10 dicembre, 2009 - 18:25
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