Scontrarsi con la realtà senza decoro

di Andrea Bergamini

Chi si occupa di arte e di comunicazione in generale non può più permettersi di essere manierista. Comprendere la realtà attraverso un rapporto forte tra politica e società è l’obiettivo primario in un paese che sarà democratico forse fra cent’anni

Fabrizio Arcuri è certamente tra le personalità più interessanti del teatro italiano. Regista, autore e attore, è il fondatore e l’anima della compagnia Accademia degli Artefatti, che a partire degli anni Novanta occupa un posto di rilievo nella scena teatrale romana. Un’esperienza, quella della compagnia di Arcuri, capace di fondere sperimentalismo e bellezza, audaci interpretazioni del mondo e sapienza scenica, segnalatasi di recente anche per la coraggiosa proposta di alcuni tra gli autori più significativi della drammaturgia inglese contemporanea, da Martin Crimp a Mark Ravenhil. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente e questo è il dialogo che ne è seguito.

Quali parti o aspetti del presente è convinto di comprendere?
A me sembra di comprendere con chiarezza che chi si occupa di comunicazione, nel mio caso di teatro, non possa più permettersi il manierismo e il decoro. In questo momento specifico il rapporto con la politica e la società deve essere molto forte, altrimenti si rischia il decorativismo. Il mio obiettivo è quello di cercare costantemente di comprendere la realtà. Non credo ci sia un modo solo per riuscirci, ce ne sono diversi. E questi modi diversi hanno delle tappe.

E quindi qual è l’aspetto del presente che ha l’impressione di cogliere?
La totale assenza di prospettiva. Credo che questo sia il dato più forte. Il futuro è scomparso dalla conversazione, dal dialogo. Il dato della prospettiva è scomparso dai discorsi delle persone, dai rapporti con le persone. Lavorare o operare per costruire qualcosa che succederà è quasi totalmente scomparso dal discorso.

E perché secondo lei è successo questo?
Credo che sia il risultato di una politica che negli ultimi anni ha puntato su un risultato immediato e non su un’impostazione che garantisse risultati nel tempo. D’altronde siamo una democrazia molto giovane. Penso che prima di diventare un paese europeo come la Francia o l’Inghilterra, dovranno passare duecento anni di democrazia. Non sappiamo cosa significhi la gestione della cosa pubblica. Purtroppo siamo sempre stati dominati da altri, e questo ci ha impedito di avere una migliore gestione delle cose e del nostro futuro. Una politica che ha fatto questo non ha poi permesso che la società maturasse in termini civici.

Anche nel suo mondo professionale lei ha riscontrato questa cattiva gestione del futuro?
Nel lavoro questo è evidente e non parlo solo del teatro. Il dato di disoccupazione è enorme e assistiamo al fenomeno della disoccupazione di ritorno che coinvolge i quarantenni e i cinquantenni. È una situazione devastante. È abbastanza difficile a quell’età ripensare il proprio futuro professionale, anche perché non ci troviamo negli Stati Uniti, dove c’è una grande mobilità sociale, dove le persone sono abituate ad avere una cultura “generalista” per cui possono cambiare tipologia di lavoro. In Europa abbiamo una cultura di specializzazione e quindi diventa difficile cambiare completamente lavoro. È un’impostazione che non corrisponde più con la realtà. È vero che l’arte deve rispecchiare la realtà, deve entrarci in comunicazione, altrimenti rischia di fare manierismo. La struttura della nostra società non rispecchia più le esigenze reali e quindi si accartoccia su se stessa.

Come è cambiata la sua lettura della dimensione pubblica, della politica, nel corso degli anni, nel passaggio dalla giovinezza alla maturità, nel passaggio dalla condizione di studente a protagonista della cultura?
Senza dubbio il cambiamento più grosso è nell’inevitabile fatica a sostenere l’aspetto ideale. Credo che questa sia l’enorme differenza tra come vivevo la politica a diciotto anni e come la vivo oggi. Oggi si fa fatica a sostenere un ideale perché l’ideale non trova una corrispondenza concreta. È stato doloroso abbandonare l’ideale o è stato un sollievo? Porta con sé lo stesso peso specifico della sensazione di vuoto in cui siamo abbastanza precipitati. Effettivamente il nostro “ente” di riferimento più forte è la televisione. Questo porta da una parte a un vuoto e dall’altra parte a questa sorta di slittamento. La televisione ci insegna a non provare in prima persona, ma a traslare, a sostituire e quindi a coltivare delle emozioni che sono sostanzialmente dei luoghi comuni. Questo fa sì che valori importanti come il pudore e la vergogna siano devastati.

Concepisce la figura del cittadino-artista? Ha senso?
Penso che le responsabilità di un cittadino vanno oltre il mestiere. Penso anche che in questo momento l’artista dovrebbe tentare di essere un po’ più cittadino e un po’ meno artista. Se l’artista non si mette in relazione con la società in cui vive e non tenta un dialogo, è evidente che perde un aspetto importante del senso di quello che sta facendo. Questo non rinnega o intacca l’autonomia dell’arte, però, per statuto, l’arte deve avere la stessa mobilità che ha la realtà e poiché la realtà si modifica costantemente, l’arte deve spostarsi costantemente, per poter stare in relazione con quello con cui è in rapporto e in dialogo, altrimenti riflette se stessa. Ed è quello che è successo all’arte negli anni Settanta e Ottanta e per certi aspetti anche negli anni Novanta che sono stati epigonali rispetto a un discorso post-organico e post-umano. Mentre in Iraq succedevano delle cose “serie”, l’arte rifletteva sul concetto di identità in una forma quasi ornamentale. Credo si debba avere costantemente la capacità di entrare in relazione con la società. Probabilmente esistono due tipi di artisti: quelli che amano rappresentare se stessi e questo tipo di artista non entra in contatto con quello che succede fuori e quelli che non amano riconoscersi nelle cose che fanno e quindi hanno bisogno di trovare un dialogo con l’esterno. Per questi ultimi la forma è una conseguenza e non un punto di partenza e quindi sono in grado di entrare in dialogo e in relazione. Oggi ci sono medium, forme di espressione che consentono alla parola di arrivare a un numero straordinariamente alto di persone.

Lei ha fatto scelto il teatro, che si rivolge a un numero di persone più ridotto. Perché lo fa? È una scelta di valore o casuale?
Chi sceglie di fare teatro sceglie di lavorare con gli altri, perché il teatro non si può fare da soli. L’esito del proprio lavoro a teatro non esiste se non in relazione con gli altri. Non si può interrompere in alcun modo il rapporto diretto.

Si riferisce al rapporto con lo spettatore?
Certo. A teatro il rapporto tra l’opera e il fruitore è un rapporto diretto. Per me quello è il motivo fondamentale. Tra l’altro l’essere diventato di nicchia per il teatro è un destino recente. Non era così in origine.

Qual è la sua concezione privata di libertà e qual è invece il suo rapporto con le libertà istituzionalizzate o tradizionalmente considerate tali in Occidente?
Penso che il mio concetto di libertà privato sta nella costante attenzione, tentativo di mantenere la lucidità di comprendere quali sono le libertà indotte e codificate.

Una concezione della libertà quasi come difesa?
Sì, forse.

Il tema delle libertà politiche, dei diritti civili?
È evidente che ho una posizione rispetto ad alcuni temi, alla rivendicazione di diritti civili, però tengo a sottolineare l’importanza delle culture e delle differenze delle culture rispetto a una visione rigorosamente universalistica dei diritti e della libertà. Avere la capacità e la lucidità di comprendere sempre che l’imposizione di una libertà contraddice e diventa ossimoro della parola stessa. È il valore più interessante da difendere, perché è quello che si trascura sempre di più, perché è quello collegato alla politica estera del governo statunitense: una concezione di democrazia e di libertà che è diventato quasi un ismo.

Qual è il sentimento più forte di estraneità e di appartenenza che vive?
Io mi sforzo sempre di appartenere molto alle cose che mi succedono intorno. Starne fuori non aiuta mai a risolverle. Tutto quello che succede intorno a noi è il prodotto di questo momento storico e credo sia importante viverlo con grande lucidità per comprenderne i margini. Io penso che sia importante sempre sporcarsi le mani.
 

Lunedì, 12 luglio, 2010 - 15:18
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