Pillola abortiva

Si fa presto a dire ricovero

Silvio Viale

Dopo un tira e molla durato decine di mesi l’Aifa ha concesso l’autorizzazione al commercio della pillola abortiva. Ora gli anti-Ru486 tentano di stoppare il suo utilizzo attraverso la burocrazia delle Regioni. Ma non possono farlo, ecco perché.

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (la n.286 del 9.12.2009) della Determinazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) n.1460 del 19.11.2009 si è chiuso un capitolo e se ne è aperto un altro. Dopo un tira e molla durato 24 mesi, l’AIFA ha concesso l’autorizzazione all’immissione in commercio del Mifegyne, il cui principio attivo è il mifepristone, inserendolo tra i “medicinali soggetti a prescrizione medica limitativa, utilizzabili esclusivamente in ambiente ospedaliero o in struttura ad esso assimilabile (OSP 1) comprese le strutture sanitarie individuate dall’art.8 della Legge 22 maggio 1978, n.194”.
Comunque la si rigiri è un punto fermo ed è una vittoria per le donne che chiude una vicenda iniziata in Piemonte nell’autunno del 2000 e che ha visto i radicali in prima fila a smuovere coscienze pigre, svicolanti e genuflesse.
Un primo capitolo si era chiuso il 6 settembre 2005 con l’avvio dello studio clinico del Sant’Anna di Torino, a cui erano seguite le stizzite ordinanze del ministro Storace. Nei mesi successivi altri colleghi iniziarono, sebbene tra grandi difficoltà, a offrire la RU486 in altre regioni. Toscana ed Emilia-Romagna definirono un percorso tecnico per superare gli ostacoli e importare il farmaco. E così fecero anche a Bari, ad Ancona e a Trento. Molti altri, in altre regioni, furono stoppati da impedimenti politici o tecnici. In Lombardia all’Ospedale Buzzi, contro il niet minaccioso di Formigoni, Umberto Nicolini, deceduto nel 2008 per un tumore, si ribellò utilizzando un altro farmaco al posto della Ru486 e uscendo indenne dall’inevitabile indagine della magistratura.
Indenni da un’indagine della magistratura uscirono nel 2009 anche gli sperimentatori torinesi.
È certamente anche grazie a tutti costoro, se nel 2007 la Exelgyn ha avviato per l’Italia quella procedura che non aveva avuto il coraggio di avviare nel 1999, ma è soprattutto grazie alle migliaia di donne che in questi anni hanno usato la Ru486, sia in Italia che all’estero.
Ora, dopo la sconfitta di Eugenia Roccella e del suo portavoce, il ministro Sacconi, i loro emuli cercheranno di mettere i bastoni tra le ruote, regione per regione, ospedale per ospedale, sapendo di trovare terreno fertile nell’indolenza di politici locali e responsabili della sanità.
Sin dall’inizio abbiamo sempre cercato di tenere separate le questioni scientifiche-sanitarie da quelle politiche, ma mai come in questa vicenda – più ancora di come fu per la famigerata terapia Di Bella – politici incompetenti hanno cercato di strumentalizzare aspetti farmacologici, amministrativi e psicologici. Per questo è bene entrare nel merito del percorso, chiarendo subito che non vi è bisogno di alcun intervento delle Regioni e che nel percorso farmacologico la donna è meno sola di quello chirurgico, ammesso che per la donna sia meglio rimanere da sola in ospedale – senza necessità medica – piuttosto che con la sua famiglia e i suoi cari.
Quando la Roccella parla di tutela della donna e di solitudine, non si identifica affatto con la donna che ha chiesto di abortire, ma pensa solo di imporre un periodo di reclusione per scoraggiare l’uso della RU486. O si parte dall’interesse della donna, dalla sua condizione personale, familiare e lavorativa, offrendo una pluralità di soluzioni nell’affrontare l’aborto, o si rimane arroccati su una posizione ideologica colpevolista, anche quando con tanta ipocrisia si nega di volere privilegiare l’embrione alla donna. Chi, come me, pratica gli aborti ha una marcia in più perché sa esattamente cosa accade e cosa vogliono le donne.
Nella determina l’AIFA autorizza la RU486 per le quattro indicazioni previste dall’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA). Anche se l’uso principale riguarderà l’IVG fino a 49 giorni e quella oltre il 90° giorno, il farmaco potrà essere utilizzato “off-label” per altre indicazioni come accade per qualsiasi altro farmaco. In particolare anche per l’aborto ritenuto, cioè quando la gravidanza si è interrotta, ma non è ancora avvenuta l’espulsione.
Nel 2007, in Lombardia, a fronte di 151.699 ricoveri in Ostetricia e 88.148 nati vivi, vi sono stati 22.468 IVG (21.775 < 90 giorni, 614 > 90 giorni), 5.403 aborti spontanei e 8.671 aborti ritenuti.
Per gli aborti ritenuti, prenotando il ricovero, si è accettato il rischio di “espulsione a domicilio, per strada o al lavoro” in quasi tutti i 2951 ricoveri ordinari e i 4.720 day-hospital. La tanto sbandierata “espulsione a domicilio” è sicuramente avvenuta in 254 casi di aborto ritenuto ed in almeno 5.000 casi di aborto spontaneo.
Possiamo così dire che nella Lombardia dell’antiabortista Formigoni le donne hanno corso tutti quei rischi che la Roccella vorrebbe fare evitare trattenendole come punizione in ospedale le donne della 194. Ebbene l’art. 8 della 194 dice che la donna può “ottenere in via d’urgenza l’intervento e, se necessario, il ricovero”. Ovviamente l’intervento può essere medico o chirurgico … e può essere effettuato anche “presso poliambulatori pubblici adeguatamene attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali” … che siano i Consultori?
In ogni caso, appena sarà disponibile, i medici potranno ordinare il farmaco alla farmacia del proprio ospedale e questo è un grande passo avanti.

 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 19:12
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