Vademecum di religiosità atea

di Maria Pamini

 

Duccio Demetrio insegna Filosofia dell'educazione a Milano e da anni si occupa dello scrivere di sé come pratica filosofica e terapeutica. Una metodologia che viene insegnata anche alla Libera Università dell'Autobiografia di Anghiari (da lui fondata nel 1998 insieme a Saverio Tutino) e che ritorna alla fine del suo ultimo libro come pratica, insieme al camminare (argomento che aveva già trattato in La filosofia del camminare edito da Cortina nel 2005), di ciò che Demetrio definisce “ascetismo metropolitano”. Di cosa si tratta? La prima parte del volume è dedicata a spiegare che l'ascetismo non è soltanto di tipo religioso ma che, laicamente, esso può significare la ricerca costante di sé e degli altri, “secondo la maniera propria di un filosofare che non vada cercando spiegazioni ultime e sistemi concettuali ispirati a geometrie della perfezione, ma nuove domande e nuove parole per dire la vita”. Quindi, secondo l'autore, si può ritenere ascetico “un moto del pensiero o una scelta esistenziale che accrescano la consapevolezza di vivere, che la rendano più intensa”. Ma perché preferire l'ascesi metropolitana? La risposta viene data nella seconda parte del libro: perché è nella città che le verità profonde vengono negate ed è proprio qui che gli asceti contemporanei cercano gli antidoti “ai suoi effetti alienanti, spersonalizzanti, abbruttenti”. “E' un sentire personale e civile, interiore e condivisibile, inquieto, intransigente, tenacemente dedito a resistere all'assedio della miriade di aggressioni urbane, che oppone (...) alla distrazione continua, un'assiduità riflessiva per far breccia nel frastuono delle parole, dei pensieri, delle immagini; nel moto perpetuo che ci distoglie dal credere che vivere la vita (non solo la propria) sia ben altro che i buoni affari e successi; altro dalle sconfitte e dalle povertà; altro da ogni ragione metropolitana, anche la più condivisibile, che ci vorrebbe dediti al suo esclusivo culto. L'ascetismo metropolitano è, ancora, riuscire a guardare oltre l'immediatezza e le accattivanti suggestioni; è addestrarsi a vedere e a scoprire quanto altri non vedono perché non vogliono”. Il tema del libro (espresso in sintesi: si può essere profondamente religiosi anche se atei) è sicuramente accattivante e si inserisce nel dibattito filosofico corrente tra laici e credenti. Uno dei meriti dell'opera di Demetrio è senz'altro quello di attribuire a questa spiritualità, svincolata da qualsiasi religione ufficiale, una sorta di patente di nobiltà, inserendo tra i suoi caposcuola filosofi come Eraclito e poeti come Rilke, asceta della poesia. Tuttavia l'autore sembra non discostarsi mai troppo dalle premesse, lasciando inespressi i diversi aspetti filosofici, ma anche storici e sociologici, che forse sarebbe stato interessante esplorare. Il tono adottato è spesso precettivo, quasi da vademecum, del tipo: bisogna essere frugali, esercitarsi a ricordare, allenarsi all'inquietudine e praticare il “pensiero esitante”; è necessario guardarsi dal disordine, dalla molteplicità, dalla trasformazione e dalla finitudine.
Giovedì, 12 novembre, 2009 - 12:36
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