Vertice di Copenaghen: la demografia c’è… purtroppo

Marco Eramo

La questione demografica ha fatto il suo ingresso nel dibattito che ha preceduto la Conferenza di Copenaghen nel momento in cui i paesi emergenti, in particolare l'India, hanno sottolineato come la ripartizione delle responsabilità nei confronti dei cambiamenti climatici debba essere fatto guardando non tanto al valore complessivo di emissioni prodotto dai diversi sistemi economici nazionali, ma al loro valore di emissioni pro-capite.
Una impostazione di questo tipo e' profondamente sbagliata perché trascura sia la ripartizione tra le diverse forme di produzione di CO2 sia la sostenibilità ambientale, sociale ed economica dei modelli di uso delle risorse disponibili. Non ha senso, infatti, operare una ripartizione pro-capite delle emissioni ignorando come nei paesi avanzati il così detto "carico inquinante" sia l'esito ma anche il fattore alla base di un modello di vita che assicura in modo diffuso il diritto di vivere in ambienti salubri e di muoversi liberamente, mentre nei sistemi economici emergenti la stessa pressione sull'ambiente viene esercitata prevalentemente a fini industriali e in assenza di meccanismi che consentano una incisiva redistribuzione della ricchezza prodotta.
Non e' un caso che uno degli elementi di maggiore frizione che ha reso ancor più difficile la sottoscrizione dell'accordo politico finale della Conferenza sia stata proprio la richiesta da parte di Obama di un sistema di controlli internazionali che renda davvero trasparente e verificabile lo sforzo che ogni stato porrà effettivamente in essere per contenere la sua pressione sull'ambiente.
Questa e' la direzione giusta anche per superare un approccio - quello del Protocollo di. Kyoto - in base al quale una coalizione di volenterosi si e' data obiettivi e regole per ridurre le proprie emissioni con il risultato di incentivare il trasferimento verso i paesi non aderenti all'accordo, e in particolare verso i paesi di sistemi economici emergenti, le attività produttive a maggior impatto ambientale. Ciò non ha determinato sensibili benefici sul clima e ha favorito le grandi imprese e le classi dirigenti dei paesi emergenti che hanno visto crescere a grande velocità sia il loro PIL che le loro emissioni di CO2; concedere ora a queste stesse classi dirigenti la possibilità di abbattere la loro responsabilità ambientale dividendo le emissioni che continuano a produrre per le loro ampie basi demografiche sarebbe l'ennesima grave beffa per le popolazioni di quei paesi.
Queste ultime vedrebbero, infatti, attribuirsi in misura pro-capite il carico inquinante connesso alla ricchezza nazionale prodotta che, al contrario, e' e continuare ad essere molto meno efficacemente redistribuita (pro-capite) anche perché rispetto a essa la comunità internazionale non sembra chiedere, unitamente agli impegni in campo ambientale, uno sforzo analogo e il più possibile interconnesso per renderne più equo ed efficiente l'uso.
Obbligarsi a ridurre le emissioni e' un passo avanti, ma e' importante che nei meccanismi di computo e di controllo degli sforzi da compiere - sui quali Obama ha giustamente concentrato la sua attenzione, irritando la delegazione cinese - e nella definizione della strategia ambientale da attuare ai diversi livelli di governo, siano tenute in considerazione non solo e non tanto le emissioni di CO2 quanto le prestazioni socio-economiche e ambientali che i diversi sistemi economici nazionali sapranno assicurare.

Ragionando in questi termini sarà possibile infatti, sollecitare tutti i paesi a costruire bilanci economici integrati all'interno dei quali si sia tenuti a dimostrare non solo la capacità di ridurre le emissioni totali prodotte (e non quelle pro-capite), ma anche e soprattutto di impiegare in modo virtuoso il valore economico connesso che si continuerà necessariamente a produrre.
 

Venerdì, 8 gennaio, 2010 - 17:39
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