Nelle ultime settimane la questione laica ed anticlericale ha iniziato a scuotere il Comune di Roma ed il suo sindaco, Walter Veltroni. Le contingenze sono state la morte di Piergiorgio Welby, la discussione sui Pacs, la dedica della Stazione Termini a Papa Giovanni Paolo II. Sullo sfondo i rapporti con il Vaticano, l'azione radicale, l'agitarsi della sinistra Ds ed il primo strutturarsi di un'opinione pubblica anticlericale. Iniziamo da Piergiorgio. I suoi funerali sono stati occasione di conoscenza. L'imbarazzo del Campidoglio si è manifestato con le difficoltà a concedere la sua piazza (di domenica non è permesso, è stata la giustificazione) e con l'assenza del sindaco il giorno della cerimonia. A dir la verità, anche Sandro Medici, esponente di spicco di Rifondazione comunista e Presidente del Municipio X , competente al rilascio della concessione del suolo pubblico a piazza Don Bosco, ha a suo modo tentato di scongiurare che il funerale laico si svolgesse di fronte alla chiesa che ne aveva rifiutato il rito cattolico. Effettivamente, in ambito locale la capacità di controllo del voto da parte dell'apparato parrocchiale è di gran lunga superiore rispetto al dato nazionale. Nessuna remora, invece, hanno avuto le migliaia di romani che hanno gremito la piazza per salutare il Calibano, marcando la distanza da chi aveva avuto il cattivo gusto di scomunicarlo post mortem. Dello stesso avviso i tifosi romanisti della Curva Sud, che a Piero hanno dedicato un evocativo "Buon Natale Welby". Tra i Ds romani, intanto, serpeggia malcontento per la scarsa attenzione mostrata in questa occasione da Veltroni, proprio lui, conosciuto come instancabile presenzialista ad inaugurazioni e funerali. Gli esponenti del "correntone" diessino, capitanati dal consigliere comunale Roberto Giulioli, lo rinfacciano a più riprese. Grazie ad una loro iniziativa, appoggiata da tutti i capigruppo di maggioranza, tra pochi giorni sarà votata una mozione che chiede l'intitolazione a Piergiorgio del parco dove si sono svolti i funerali. Il giorno prima, il 23 dicembre, Veltroni aveva invece officiato la cerimonia di dedicazione della Stazione Termini a Papa Giovanni Paolo II. Una storia nata nell'aprile 2005, poche ore dopo la morte del Papa, con l'annuncio del sindaco di intitolargli la stazione. L'inopportunità evidente di tale scelta, tesa a dare alla stazione della Capitale italiana il nome del sovrano di uno Stato estero confinante e capo di una confessione religiosa, sembrava aver fatto rientrare la boutade iniziale. Al contrario, venti mesi dopo, due giorni prima di Natale, in pieno sciopero dei giornalisti e alla presenza del sindaco di Roma, dell'amministratore di Trenitalia, del Presidente della Conferenza episcopale Camillo Ruini e del Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, vengono scoperte due grandi steli alte 12 metri e posizionate nei punti più frequentati dello snodo ferroviario romano. La scritta è inconfondibile, "Stazione Termini - Giovanni Paolo II"; ma il dubbio rimane: intitolazione o cosa? Decido di promuovere un'interrogazione di iniziativa popolare per saperne di più (sono sufficienti 200 firme di cittadini perché il sindaco abbia 60 giorni di tempo per rispondere), e con le associazioni laiche romane organizziamo una conferenza stampa/ manifestazione davanti alla stazione. Il giorno prima, Veltroni corregge il tiro, e fa sapere che di mera dedica si tratta. A questo punto è l'Osservatore romano, quotidiano della S. Sede, ad attaccare il sindaco, ironizzando sul suo coraggio e l'eccessiva attenzione rispetto all'opinione pubblica laicista aizzata dai soliti maliziosi radicali. Sui giornali si delinea un vero e proprio affaire Termini, che palesa la distanza tra la popolazione (un sondaggio di Libero fissa al 70% i romani che non vogliono cambiare nome alla stazione) e la classe politica. Il fatto nuovo è la messa in discussione, netta e prolungata, di una scelta sostanzialmente clericale: il costo politico per chi l'ha compiuta, è stato alto. Come nella politica nazionale, poi, il dibattito sui Pacs accende gli ardori dei politici romani. Veltroni la giudica una questione di rilevanza nazionale e non locale; coerentemente, ritiene di non dover replicare nulla allorché Benedetto XVI sceglie di rilanciare i suoi affondi contro i progetti legislativi della Repubblica italiana proprio durante la visita in Vaticano degli amministratori pubblici del Lazio. Anche per questo, forse, in Consiglio comunale giacciono sospese sia la mozione che impegnava il sindaco a segnalare al governo "l'attenzione della città sulla necessità di una legge che estenda i diritti civili delle coppie che vivono insieme, siano esse etero o omosessuali, istituendo un registro nei comuni italiani", sia la delibera per istituire i registri comunali delle unioni civili. Il già citato Giulioli arriva ad affermare che "se non riusciremo a discutere quest'ordine del giorno in aula, allora vuoi dire che ci sarà stato impedito di esercitare il nostro mandato di consiglieri comunali". Radicali romani ed associazioni GLBT sono anch'essi pronti a scendere per strada, raccogliendo le firme necessarie a rompere l'empasse. Questi episodi hanno il pregio di rendere evidente una partita più ampia, quella dei rapporti tra Vaticano e politici; una partita che a livello locale assume la concretezza di scelte di governo del territorio. Roma è di certo la città che più di tutte paga l'invadenza di Oltretevere. Non a caso, in sei anni il sindaco di Roma non è mai andato alla celebrazione del XX settembre a Porta Pia, una volta addirittura perché occupato a consegnare al Papa le chiavi della città. La concessione di spazi pubblici come la presenza alle cerimonie e la gestione della toponomastica, non sono altro che l'epifenomeno dell' influenza del player vaticano nell'amministrazione della città. Discorso che, a fortiori, vale lì dove girano miliardi di euro e strategie per gli anni futuri: la sanità, l'istruzione, il turismo, la cultura. Non c'è settore dove si fermi l'invadenza clericale, si pensi all'ulteriore privilegio concesso pochi giorni fa dalla Giunta comunale: i permessi per entrare con la macchina in centro storico, che ai cittadini come alle ambasciate estere o agli esponenti di altre confessioni religiose costano 550 euro l'anno, agli uomini del Papa costeranno miracolosamente solo 55 euro. Dopo tanti anni di torpore, però, Roma laica ha battuto un timido colpo. Non sono tanto i politici a dare speranza - la posizione della sinistra ds potrebbe rivelarsi strumentale alla polemica sul partito democratico, mentre all'inverso si moltiplicano i comportamenti indulgenti di Rifondazione comunista -, quanto l'emergere nell'opinione pubblica della consapevolezza che tutto il bailamme sui "valori" e sulla "fede", in realtà, nasconde interessi economici e di potere che accomunano uomini di stato al pari di quelli di chiesa. La laicità del governo delle nostre città passa necessariamente attraverso la resistenza e la lotta ai clericalismi di ogni risma.