Cala il silenzio sulla vicenda Bianzino

di Gianfranco Spadaccia

L'arresto di Aldo Bianzino e la sua sospetta morte in carcere, di cui ci parla Tommaso Caccia, ci induce intanto a denunciare con forza la sproporzione fra l'operazione di polizia messa in atto per arrestare con grande clamore sulla montagna umbra un falegname e la sua compagna, colpevoli di coltivare delle piante di cannabis, quelle stese piante che una sentenza recente della Cassazione ha ritenuto legittimo coltivare per scopo ornamentale. Bianzino e la sua compagna sono stati subito condotti nel carcere di Capanne neppure fossero trafficanti internazionali di eroina o di coca. E qui nel carcere Bianzino è morto e questa morte trasforma quella sproporzione così evidente fra il presunto illecito e l'atto repressivo in tragedia assurda e inaccettabile.

I detenuti perdono temporaneamente il diritto alla libertà, non gli altri diritti di cui rimangono titolari e, fra questi, in primo luogo il diritto alla salute e soprattutto il diritto alla integrità fisica.

Noi non sappiamo cosa sia avvenuto e vorremmo che qualcuno si assumesse la responsabilità di dircelo. Sappiamo solo che Bianzino viene descritto da tutti coloro che lo hanno conosciuto con un uomo sano e robusto e un uomo mite. E' vero che sono state riscontrate sul suo cadavere lesioni interne senza il corpo presenti segni visibili di violenza? E come è potuto accadere? Non certo, come qualcuno dell'Amministrazione ha insinuato, per effetto del fumo di qualche canna. Ci sarà pure un medico a Perugia. Ci sarà pure un giudice in Umbria. O sono tutti impegnati nel pruriginoso omicidio del secolo della studentessa inglese?

Domenica, 9 dicembre, 2007 - 15:20
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