Chi finanzia la ricerca?

Int. a Piergiorgio Strata

Negli USA l’assenza dello Stato è solo un mito. Ma in Europa l’inconsistenza dei privati è una triste realtà.

Parachini. Prof. Strata, tra i mitida sfatare sulla ricerca negli Stati Uniti, ci sarebbe innanzitutto quello secondo cui la ricerca oltreoceano - scrivono Andrea Boggio e Fabrizio Ferrero - sarebbe sostanzialmente finanziata da privati. Strata. Dobbiamo distinguere il finanziamento totale che negli Stati Uniti sorregge la ricerca e quello, invece, destinato delle università. Queste ultime sono finanziate essenzialmente con fondi pubblici; quelli privati ammontano al 5% del totale. Se invece consideriamo il totale degli investimenti in ricerca, negli Stati Uniti il settore privato investe il doppio del pubblico. In Europa invece l'investimento privato è uguale a quello pubblico e in Italia l'investimento privato è addirittura meno della metà del pubblico. Boggio. Sono d'accordo su quei dati. Nel nostro contributo scritto per www.lavoce.info l'idea di fondo era quella di scardinare l'immobilismo europeo ed italiano e quindi la sensazione che - finché il settore privato non entra e non investe nella ricerca - sarebbe impossibile fare ricerca di avanguardia. In realtà i dati americani dimostrano che se il governo federale non investisse nel settore, ci sarebbe ben poca ricerca. Occorre quindi ripensare il ruolo dello stato nel promuovere la ricerca. Questo non significa che i privati non debbano investire e che il livello di investimenti privati sia troppo basso in Italia. Le università statunitensi spendono molto nelle attività di fund raising; lo stesso preside delle università coordina le attività interne ma per buona parte della sua giornata rappresenta l'ateneo all'esterno presso ex studenti, compagnie del settore privato per raccogliere fondi. Strata. E' vero pure che alle università arrivano 8 miliardi di dollari che figurano come fondi propri ma che in realtà sono donazioni di privati ali atenei, quindi in un certo senso anche questi sono privati. In Italia abbiamo l'esempio di Telethon, quello dell'Associazione italiana per la ricerca sul cancro; fondazioni private che raccolgono fondi privati e li distribuiscono alle università, al Consiglio Nazionale delle Ricerche. Una quota che negli USA è molto consistente perché vi sono esenzioni fiscali, perché vi è una certa cultura e soprattutto per la fiducia del privato che sa i soldi destinati a MIT o Harvard vengono spesi bene. Parachini. Una provocazione: non c'è il rischio che la ricerca completamente finanziata dal privato sia una ricerca non neutrale, quindi interessata? Boggio. Sono abbastanza d'accordo sul punto, soprattutto se uno pensa al tipo di influenza che il settore privato è capace di esercitare sulle ricerca e sulla politica in America. C'è da chiedersi se l'America possa costituire un modello nel campo delle politiche di ricerca per l'Europa: certamente gli interessi del settore privato indirizzano la ricerca in America sicuramente. Strata. Mi sembra che la ricerca privata svolta dall'industria americana sia di altissimo livello e molto positiva. Ad esempio la ricerca sulle cellule staminali embrionali, in un settore nel quale i soldi pubblici sono proibiti, fiorisce - penso alla California - grazie agli enormi capitali privati. Questo pur riconoscendo tutti i difetti, penso ai saltuari scandali dei farmaci non controllato a sufficienza. Un ruolo essenziale, dunque, quello della ricerca privata; un ruolo che la ricerca privata in Italia non ha. Una ricerca privata vigorosa permette alle università di collaborare con il mondo dell'impresa. I nostri dottorandi invece, una volta finito il dottorato, non hanno strade davanti a sé. Il mercato del lavoro langue. Parachini. In effetti è uno spreco enorme. Si investe su dei cervelli che, una volta cresciuti, si abbandonano. Strata. La nostra università è figlia di un cinquantennio nel quale nelle università ci si è entrati non per merito ma con una valanga di quelle che si chiamano ope legis, per cui alcune persone che avevano acquisito certi diritti di anzianità di occupazione sono stati promossi senza una vera selezione meritocratica, essenziale in America e in diversi paesi dell'Europa. Parachini. Analizziamo quindi altri due miti che il prof. Boggio provocatoriamente ha discusso nel suo articolo: il mito secondo cui in America la ricerca sarebbe essenzialmente di eccellenza e quello secondo cui avere ricercatori di eccellenza sarebbe sufficiente per garantire il buon livello della ricerca in un paese. Boggio. Noi dall'Europa vediamo la ricerca di eccellenza: Harvard, MIT , Stanford, John's Hopkins. Qui lavorano persone che fanno ricerca al 100%, premi Nobel, ecc.. Ma negli USA esiste tutto un substrato accademico estremamente esteso; anche in Inghilterra esiste tutta una serie di persone nel mondo accademico che non si dedicano a ricerca di eccellenza ma insegnano e fanno ricerca che ha valore al livello locale. Negli USA vi sono istituti che partono dal community college - che è una semi laurea - un diploma di due anni; poi c'è il sistema delle università statali che generalmente hanno dei master non hanno dei dottorati. Poi ci sono le istituzioni dottorali. Per avere una ricerca di eccellenza è necessario avere anche un sistema piramidale. Per il nostro paese questo significa che non ci sarebbe nulla di male nel creare segmenti diversi di università: atenei che permettono di prendere la laurea; atenei che fanno ricerca con dottorati. Sarebbe un modo anche per razionalizzare il finanziamento ed indirizzarlo verso quei settori in grado di formare la classe di ricercatori di cui si parlava. Strata. Ha detto molto bene il prof. Boggio. In quasi tutti i Paesi vi sono diversi gradi di università: in Inghilterra vi sono un centinaio di researching university - nelle quali i ricercatori vengono pagati di più e dove i finanziamenti sono più consistenti - e vi sono le teaching university. Invece noi cosa abbiamo? Un'unica università dove si fa tutto e dove il 50% degli stipendi dei professori universitari viene considerato investimento nella ricerca. Dello 0,78% del PIL che va alla ricerca, la metà è spesa più precisamente per gli stipendi. Parachini. E' il sistema che mantiene se stesso, come nella sanità. Strata. Bisognerebbe poi pensare a finanziare bene. In Inghilterra si è fatta una valutazione di tutti i professori con una valutazione da 1 a 5; i dipartimenti che hanno almeno il 60% dei professori che hanno un 5 o 5 con asterisco - che è come una lode - ricevono un 30% in più di finanziamenti rispetto agli altri dipartimenti. A quel punto è chiaro che se un dipartimento vuole sopravvivere dovrà reclutare persone eccellenti. Negli Stati Uniti si guarda se uno vale o non vale; non c'è valore legale del titolo di studio che tenga. Quando qualcuno ha un finanziamento, cerca dei collaboratori, dei giovani che siano altrettanto bravi. Mi diceva una collega di un dipartimento del MIT che lui in facoltà aveva 29 faculties ma ciascuna di loro portava cifre di milioni di dollari. Fine I parte dell'intervista @pprofondisci L'intervista in versione integrale è riascoltabile all'indirizzo www.radioradicale.it/scheda/ 234595

 

Venerdì, 12 ottobre, 2007 - 11:59
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