Conservare la fertilità

di Marina Mengarelli

Tra benessere e partecipazione delle donne al mondo del lavoro c’é una correlazione diretta

Quando, alla fine degli anni 70, (prima metà anni 80 in Italia) la fecondazione artificiale ha cominciato a far parlare di sé, uno degli argomenti utilizzati per sostenere posizioni critiche nei confronti di queste nuove opzioni terapeutiche era relativo alla artificialità delle tecniche. Sembrava, infatti, a quanti le consideravano poco più che tecniche veterinarie applicate malamente all‘ uomo (anzi alla donna) che l'ostacolo fondamentale ruotasse attorno alla frattura dell' assetto tradizionale e naturale del processo di trasmissione della vita nella nostra specie, assetto nel quale componente biologica e componente sociale erano intrecciate cosi profondamente da essere inseparabili. Ma, tutto, in realtà, era cominciato molto tempo prima e l'inizio della faglia doveva essere cercato alla fine degli anni 50 quando la contraccezione aveva cominciato a muovere i primi passi nella modernità e soprattutto quando, anni più tardi, le tecniche contraccettive erano diventate procedure sempre imperfette ma applicabili su larga scala, sempre più diffuse tra la popolazione femminile nelle differenti realtà territoriali e culturali. Il potere, per alcuni delle donne, per altri degli uomini sulle donne, si è coagulato attorno a questi primi comportamenti contraccettivi di massa. Il controllo delle nascite e la pianificazione della famiglia, nata da esigenze specifiche di controllo delle popolazioni a rischio sociale, è successivamente diventata la strada per la separazione della sessualità dalla procreazione, quindi per l'affermazione dell'autonomia del soggetto femminile dall'ineluttabile destino riproduttivo, fino a questo momento del tutto ingovernabile e soprattutto inaccessibile rispetto alle scelte e ai desideri dei soggetti. E' così cominciato, nelle scelte procreative, un nuovo cammino, un percorso accidentato e ancora incompiuto verso l'autodeterminazione e l'emancipazione del soggetto femminile. [...] L'inserimento della donna nel mondo del lavoro, sia pure all'interno di regole tendenzialmente maschili, e la difficile strada per l'aumento del suo peso nei ruoli chiave, che nel nostro paese è ancora così contrastata (si pensi tanto per fare un esempio, alla questione delle regole che devono garantire la partecipazione di genere nelle organizzazioni politiche, quote rosa, valutazione di impatto di genere, incentivi di altra forma) sono testimonianza di un ambiente culturale adatto al consolidamento dell'idea che lo spazio per la maternità non può che essere quello della scelta e non quello del destino. I tassi di fecondità nell'Europa cosiddetta sviluppata, parlano da soli, siamo in molti contesti al di sotto della soglia di sostituzione, il che significa che non si riesce a far nascere un numero di bambini superiore al numero di morti (anche se questo trend sta cambiando ad opera dei nati da nuovi cittadini). In Italia siamo a 1,3 figli per donna. Si può pensare di contrastare con politiche adeguate e incisive, linee di tendenza di queste dimensioni? Molti paesi si stanno impegnando in questa direzione, anche se sarebbe auspicabile considerare con attenzione tutte le opzioni disponibili e soprattutto le ricadute di breve e di lungo periodo delle decisioni che si prendono, ponendo particolare attenzione agli effetti non desiderati che sono in grado di comportare conseguenze di qualche peso non solo per i singoli comportamenti, ma anche per i costi collettivi che i percorsi personali possono produrre. Penso sempre agli effetti di consolidamento del mercato privato delle donazioni di gameti che la circolare Degan (nel vietarle nel settore pubblico) ha comportato, e mi domando se davvero siamo già in grado di ragionare sulla legge 40 con la distanza necessaria a comprenderne le ricadute manifeste e quelle più nascoste. Il modello proibizionista ha condotto ad un calo delle nascite per trattamento, ma ha fatto aumentare i trattamenti, ha quadruplicato i viaggi all'estero per motivi di sterilità o di diagnosi preimpianto, ha aumentato il numero di gravidanza multiple. Quanto costa tutto questo non solo ai singoli ma anche allo Stato, non solo in termini di costi morali ma anche in termini direttamente materiali, è una analisi ancora in progress. Mi piacerebbe sapere se i costi materiali che lo Stato affronta per i suoi cittadini sterili sono cambiati e in che direzione, sarebbe davvero una amara lezione, sulla pelle dei cittadini coinvolti, scoprire che la legge 40 ha aggravato la disuguaglianza sociale, che spendiamo di più e curiamo di meno, davvero un bell'effetto controintuitivo. Se questo è il campo di azione nel quale, anche in Italia, si devono muovere le donne e gli uomini che desiderano procreare, risulta evidente che in questo percorso si incontrano difficoltà di ogni genere culturali, sociali, economiche, biologiche; appare quindi, con chiarezza, il senso di una opzione piuttosto recente alla quale ci si riferisce con il termine di CONSERVAZIONE DELLA FERTILITA'. Dato per acquisito, come ormai è noto a tutti coloro i quali devono affrontare difficoltà nel realizzare il proprio progetto di procreazione, che le possibilità di fertilità sono, per la donna, strettamente legate all'età nella quale si trova all'inizio del suo percorso, la possibilità di fermare l'orologio che regola il suo apparato biologico, almeno per quanto riguarda l'invecchiamento ovocitario, assume una evidente rilevanza. Ma questa ragione, per cosi dire, socioculturale, non è l'unica ragione per la quale la possibilità di conservare del tutto o in parte il proprio patrimonio ovocitario, può avere importanza. Conservare i propri ovociti è di cruciale importanza per le donne che devono sottoporsi a terapie che le renderanno irreversibilmente sterili, si pensi alle terapie oncologiche, necessarie per molte gravi patologie e si rifletta sul fatto che questa possibilità esiste da lungo tempo per l'uomo. Conservare i propri ovociti ha molto senso per donne che sono a rischio per motivazioni genetiche, sanno, per esempio, che andranno incontro in modo prematuro, al naturale esaurimento ovarico (1,2%). Alcuni suggeriscono di considerare la possibilità di congelare i propri ovociti, come la sottoscrizione di una polizza di assicurazione contro i rischi che possono colpire la capacità di procreare della donna, una Assicurazione contro la sterilità. Forse si può dire anche così. Forse il congelamento e la conservazione nel tempo del proprio patrimonio ovocitario è anche questo, ma, dal mio punto di osservazione, c'è dell'altro. Conservare il proprio potenziale ovocitario, al di là delle questioni tecniche, non significa garantirsi in modo assoluto il successo riproduttivo, visto che in medicina non ci sono mai garanzie assolute, ma può assumere un valore non esclusivamente materiale ma simbolico altrettanto importante se non di più di quello strettamente biologico. Se so di correre un serio rischio per la mia salute e la mia vita, se so che sono più a rischio di altre donne e sto per perdere la mia sola possibilità di procreazione, se so che per la mia sopravvivenza, per la mia sacrosanta affermazione professionale, sulla quale pesano e si condensano ansie e preoccupazioni familiari, nel posto in cui vivo, nel tempo in cui lavoro, in questo momento non mi posso permettere il lusso di una maternità e mi viene chiesto di pagare un prezzo molto alto, di cui ancora non sono consapevole, se sono una di queste donne mi rendo conto che la Conservazione della mia potenziale fertilità qualcuno me la deve. Vivo in un contesto sociale nel quale mi si chiede molto: impegno professionale, partecipazione al mondo del lavoro basata su regole che spesso non mi piacciono e che mi penalizzano rispetto ai miei colleghi maschi, impegno nella famiglia, lavoro di cura, assistenza ai deboli e ai non autosufficienti la più bassa condivisione familiare d'Europa, da cui deriva il più alto carico di ore lavoro delle donne italiane e ancora non basta. Qualcuno mi deve politiche sociali che assicurino e garantiscano la mia partecipazione al mondo del lavoro, la mia possibilità, se voglio, quando voglio, di mettere al mondo il numero di figli che mi sento di procreare, politiche sociali che incentivino la condivisione dei carichi di lavoro domestico, delle attività di cura e assistenza, qualcuno mi deve una copertura assicurativa adeguata contro l'esposizione al rischio sterilità che gli stili di vita del mondo in cui vivo comportano. Se lo spostarsi in avanti della maternità è molto spesso una scelta obbligata (quindi uno strano tipo di scelta), che deriva dalle regole del mondo del lavoro, dai modelli sociali e culturali che società come la nostra esprimono, allora la polizza di assicurazione contro la sterilità, così come le politiche adeguate a sostegno delle scelte procreative, devono essere un onere per lo Stato. Uno Stato che dovrebbe ricordarsi che tra il benessere di una società e la partecipazione delle donne al mondo del lavoro, esiste, come è ampiamente noto, una correlazione diretta. Uno Stato che dovrebbe sapere che per far crescere il tasso di fertilità delle donne è più importante sostenerle nelle loro decisioni, predisponendo servizi adeguati, che consigliarle di anticipare le loro scelte, quando non vogliono o non possono farlo. Se, invece, non pago di chiedermi prezzi molto alti, mette in discussione la mia libera espressione, le mie scelte personali di vita, e persino i miei diritti costituzionali sembrano calare di grado, c'è davvero motivo di preoccuparsi. Conservare la propria fertilità rappresenta, quindi, per le donne che desiderano farlo per ragioni di tipo sanitario, una evidente e normale opzione tesa alla conservazione della propria salute riproduttiva ma anche per le donne che desiderano farlo spinte da motivazioni socioculturali, una possibilità in più per avvicinare il reale percorso di vita al progetto di vita che ciascuno di noi immagina, studia, elabora, sogna e pensa, lungo il corso di un intera vita.[...]

Lunedì, 5 novembre, 2007 - 17:03
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