Scienza e democrazia

Contro natura, per aiutare il liberalismo

di gilberto corbellini

1. Sono qui per colpa di Luca

Nel presentarmi per questa lezione mi fa piacere ricordare che i miei attuali interessi e coinvolgimenti politici, sia di carattere teorico sia di natura pratica, sono la conseguenza dell'invito a far parte dell'Associazione Luca Coscioni che diversi anni fa Luca mi rivolse con una lettera. Al di là di quello che è stato e potrà essere il mio diretto contributo alle battaglie per la libertà di scelta e di ricerca scientifica, l'ambiente della Coscioni è stato e rimane per me una fonte di stimoli a riflettere criticamente e, per quanto possibile, anche un po' creativamente su come la ricerca intellettuale e la scienza possono rinnovare il pensiero e la prassi politica. Nondimeno il mio contributo non potrà essere quello di pensare e disegnare prospettive politiche, quanto di mettere a disposizione del confronto politico riflessioni che scaturiscono della mia attività professionale di ricerca e insegnamento.

2. Pensiero liberale da aggiornare

C'è un grande fermento un po' in tutti i contesti della riflessione politica occidentale per mettere a punto strumenti in grado di prevedere e governare le trasformazioni sociali, nonché per spiegare come mai le sfide della scienza e dell'economia suscitano paure e risposte conservatrici; quindi per rinnovare le idee del liberalismo anche attraverso il riconoscimento dei limiti, oltre che delle potenzialità, del pensiero liberale tradizionale sul piano della capacità di mettere in moto dinamiche politiche in grado di governare le nuove sfide economiche, tecnologiche, ambientali, sanitarie, etc. La mia impressione è che il pensiero politico liberale cominci a risentire del fatto di non aver mantenuto aggiornate le proprie coordinate teoriche, vale a dire le proprie assunzioni filosofiche sull'origine della libertà e la natura della democrazia, alla luce di quello che le scienze del comportamento umano hanno messo in luce per quanto riguarda i processi individuali e sociali di costruzione delle aspettative di libertà, eguaglianza e democrazia. Premetto subito di sapere che le idee di cui vi parlerò oggi e la tesi che in qualche modo suggerirò alla vostra attenzione potranno essere bollate da alcuni, forse la maggioranza, come espressione di un atteggiamento scientista. Non ho tempo di spiegare perché non considero un'offesa l'appellativo di "scientista", e ritengo che chi lo usa in senso denigratorio abbia le idee un po' confuse sulla natura della scienza e ne fraintenda l'epistemologia. Posso solo dire che pur rispettando il modo in cui ieri Pannella includeva la ricerca scientifica tra le pratiche umane di esplorazione conoscitiva del "mistero", per me la scienza non ha nulla a che vedere con la categoria del mistero. La scienza è un modo definito e allo stesso tempo non rigido (cioè non dogmatico) di riconoscere e risolvere dei problemi che sono risolvibili o lo sono diventati. Orbene, se la scienza riesce a farci comprendere i processi biologici e culturali che sul piano evolutivo e funzionale danno senso alle strutture cognitive ed emotive umane individuali nel loro dispiegarsi quotidiano attraverso le dinamiche sociali, non vedo ragione perché non dovremmo considerare queste conoscenze del tutto pertinenti anche per capire in che modo si strutturano le nostre esperienze e quindi prendiamo decisioni a qualsiasi livello dell'esistenza umana. Inclusi i contesti politici ed economici. Come dirò, non si tratta, ingenuamente, di ricavare direttamente i valori morali e i diritti civili da queste conoscenze, ma solo tener conto di come la nostra biologia e la cultura possono resistere o favorire lo sviluppo di valori che promuovono meglio il benessere umano. L'unica ragione che vedo per negare la rilevanza per il pensiero politico o economico delle conoscenze naturalistiche sull'uomo è ritenere che vi siano forze non naturali e che noi non conosciamo che ci governano, come implicitamente assumono le filosofie idealiste e quelle spiritualiste. Il titolo della mia conferenza parte da quest'ultimo presupposto. Nonché dai fraintendimenti che caratterizzano l'attuale percezione ‘politica' della scienza, diffusa tra opinionisti e filosofi. E, sulla base di una riflessione critica sui rapporti tra scienza, società e democrazia, propongo una riflessione disincantata sulle predisposizioni politiche per così dire connaturare alla nostra specie, e quindi sul ruolo della scienza nello sviluppo dei moderni sistemi sociali, economici e politici: anche per quanto riguarda quest'ultimo aspetto nel mio approccio cerco di tener conto di quello che la ricerca empirica ci dice essere il modo attraverso cui l'impresa scientifica sfrutta le predisposizioni cognitive umane, e dell'impatto sulla cultura e sui rapporti sociali che può avere proprio la diffusione dell'atteggiamento critico e pragmatico della scienza. Il mio approccio, come vi apparirà già chiaro, si stacca dalla tradizione più moderna del pensiero liberale, che ha scelto, diciamo in modo abbastanza deciso da John Stuart Mill in poi, di rinunciare a qualsiasi riferimento alla natura e quindi anche alla natura umana quale argomento a sostegno o contro il riconoscimento di qualche diritto o libertà. Si è trattato di una scelta del tutto ragionevole fino a quando i limiti delle conoscenze biologiche sull'uomo di fatto favorivano soprattutto una giustificazione ‘naturale' dei pregiudizi. Ma hanno ancora senso oggi gli argomenti che rifiutano di affrontare il confronto sui valori e i diritti prescindendo da qualsiasi richiamo alla natura umana? Per esempio alla luce del fatto che la biologia oggi ci spiega sia perché è così diffuso il riflesso di richiamarsi nei giudizi morali alla natura, ma allo stesso tempo dimostra che questa natura non è qualcosa di predefinito, ma piuttosto un insieme di potenzialità?

3. Perché gli scienziati non sono pericolosi "Senza il progresso scientifico e tecnologico le democrazie o non sarebbero neppure nate"

Le riflessioni che vi sto raccontando marcano un percorso che ho attraversato in questi anni, a partire proprio dai temi su cui si sono concentrare le battaglie dell'Associazione Coscioni. Credo che possiamo essere tutti d'accordo che negli ultimi decenni, e in modo particolarmente accelerato e capillare negli ultimi anni in alcuni paesi occidentali tra cui l'Italia, si è diffusa l'idea che la scienza e gli scienziati rappresentino una minaccia per la libertà umana e la democrazia. Si potrebbero fare innumerevoli citazioni, per le quali rimando a un libro che ho finito di scrivere e che sarà pubblicato col titolo Perché gli scienziati non sono pericolosi. (Longanesi, Milano 2008 o 2009). In quel libro ricostruisco alcuni aspetti del dibattito pubblico e politico sulla scienza e cerco di dimostrare che la paura della scienza si alimenta di una serie di equivoci. Innanzitutto il fraintendimento che il moderno pensiero liberale e democratico sia pensabile come genealogicamente indipendente dalla scienza: è stata la nascita della scienza nel Seicento a diffondere, prima tra gli scienziati e poi al di fuori grazie alle ricadute delle nuove conoscenze, il rifiuto del principio d'autorità e ad affermare i valori della tolleranza, del rispetto dei fatti e dell'eguaglianza delle capacità potenziali dell'uomo. Come ha ricordato Giulio Giorello, basta leggere gli studi di Paolo Rossi sulle forme di istituzionalizzazione del dibattito scientifico in età moderna per rendersi conto del ruolo svolto dalla scienza come modello per la costruzione della mentalità democratica. Senza il progresso scientifico e tecnologico le democrazie o non sarebbero neppure nate o non avrebbero avuto il successo che hanno riscontrato. Tra le variabili che vengono discusse dai teorici della politica per definire le condizioni necessarie e sufficienti per lo sviluppo di una democrazia, mentre si trova sempre il livello di istruzione, praticamente mai si entra nel merito di quale tipo di istruzione è più utile: umanistica, scientifica, tecnica? Come dirò più avanti, è probabile che sia necessaria, il che non vuol dire che è sufficiente, proprio l'istruzione tecnico-scientifica. Per istruzione tecnico-scientifica non intendo tanto l'apprendimento delle nozioni e delle procedure scientifico-tecniche, ma l'acquisizione di conoscenze e competenze formalizzate applicabili per spiegare o governare situazioni concrete in generale. Da questo punto di vista anche lo studio e l'insegnamento delle materie umanistiche fondato su teorie e metodologie riproducibili e confutabili rientra epistemologicamente fra le attività tecnico- scientifiche. Se è vero che la cultura scientifica favorisce lo sviluppo e la diffusione di una mentalità democratica, allora le azioni di censura politica nei riguardi della scienza e le limitazioni della libertà di scelte in ambito medico, che si sono manifestate in modo così eclatante in Italia sull'onda dell'aggressione della Chiesa Cattolica ai fondamenti liberali della nostra Costituzione, non mettono a rischio solo la scienza. Ma anche la democrazia. Un fatto non meno evidente è che la paura della scienza che si diffonde nella società dipende da una percezione dei progressi scientifici e tecnologici come minacciosi per i valori che sarebbero alla base della convivenza ci- vile. Che quando si va a vedere in che cosa consistono, si scopre che questi non sono propriamente i valori dell'eguaglianza e della libertà. Ma piuttosto l'idea che la scienza crei uno spazio troppo ampio per le libertà di scelta individuali e che metta a rischio alcune pratiche molto concrete e antropologicamente radicate che hanno a che fare con l'alimentazione, la riproduzione o la comunicazione interpersonale. In sostanza, il fatto che a livello politico le istanze illiberali facciano appello alla natura per emettere giudizi morali negativi sulle prospettive aperte dalle scienze e dalle tecnologie corrisponde comunque a una ‘naturale' tendenza nella società a giudicare positivamente o negativamente le innovazioni a seconda se corrispondono o confliggono con un presunto ordine naturale dato, o con la tradizione ritenuta buona in quanto più vicina alla natura. Un'altra questione che ho affrontato nel libro scritto per Longanesi è l'equivoco oggi diffuso per cui la scienza dovrebbe tener conto delle logiche decisionali che valgono nei sistemi democratici. Va da sé nella identificazione degli obiettivi e nelle decisioni riguardanti l'allocazione degli investimenti per la ricerca e l'innovazione i governi devono decidere in linea con i programmi che hanno proposto ai loro elettori. E va da sé che all'interno di un sistema democratico quei governi che non hanno saputo guidare un paese verso risultati scientifici e tecnologici utili per lo sviluppo economico e sociale possono essere licenziati attraverso le elezioni. Ma uno dei presupposti perché i cittadini riescano a capire quando un governo fa promesse sensate o meno sul fronte dello sviluppo scientifico e tecnologico, è che la comunità scientifica non si lasci coinvolgere nei giochi propagandistici e nelle dinamiche decisionali che caratterizzano la democrazia. La comunità scientifica costituisce un modello di riferimento per quella che Popper ha definito la "società aperta" e che viene solitamente identificata con la democrazia. Ma non è viceversa. Nella scienza non vale il principio che le decisioni si prendono a maggioranza. E il principio di maggioranza, che governa la logica della scelta democratica, di fatto è uno degli elementi che allontanano la democrazia dal modello della società aperta. Come aveva ben chiaro lo stesso Popper. Se vengono trasferiti nell'ambito del governo della ricerca e dell'innovazione i principi della rappresentanza e di maggioranza, come purtroppo viene fatto in alcune democrazie occidentali tra cui l'Italia, di fatto si vanifica il processo interno di controllo critico reciproco che gli scienziati mettono in atto spontaneamente per selezionare i risultati e i progetti empiricamente validati e validabili da quelli che non lo sono. Nonché per selezionarsi come elite culturale.

4. Liberalismo e natura umana ambivalente

I fraintendimenti che caratterizzano la percezione sociale della scienza, e in particolare il richiamo al presunto carattere ‘contro natura' delle scoperte e invenzioni che incrementano le possibilità di scelta e quindi il potenziale di autonomia individuale, solleva alcuni problemi dal punto di vista del pensiero liberale. Come già ricordato, tradizionalmente l'approccio liberale considera irrilevante richiamarsi alla natura per identificare i valori morali e giustificare i diritti. Tuttavia rimane il fatto che il richiamo alla natura nelle argomentazioni morali riesce a far presa nell'opinione pubblica più che non quello razionale. E questo perché, diversamente da come si pensava fino a qualche anno fa nell'ambito delle dottrine economiche di impianto liberista e liberale, la nostra specie non si chiama Homo economicus. E anche se ci siamo autodefiniti "sapiens", il tipo di sapienza che possediamo non si è selezionata per affrontare i rischi sociali, economici e sanitari che incontriamo in una qualche metropoli o megapoli occidentale, ma per sopravvivere nella savana del Pleistocene. E, infatti, la quantità di bias cognitivi, sociali e psicologici che sono stati descritti dagli psicologi e dai sociologi che hanno studiato sperimentalmente le procedure decisionali umane, mettono in evidenza che quando scegliamo o giudichiamo in modo spontaneo non lo facciamo certo calcolando razionalmente per massimizzare i risultati che possiamo ottenere. Per utilizzare delle strategie decisionali davvero razionali, o per evitare di giudicare in modo intollerante dobbiamo mettere sotto controllo le nostre intuizioni psicologiche e morali innate. Il fatto che la nostra specie sia riuscita a produrre una mole immensa di conoscenze e a dar vita a una quantità sterminate di esperienze dipende da come è fatto il nostro cervello. Quindi, comunque, dalla nostra natura. Che è, però natura, ambivalente. Vale a dire che, da un punto di vista naturale, noi possiamo in potenza comportarci in diversi modi a fronte di una data situazione, che dipendono dalla storia di ognuno di noi e da come la situazione si presenta. Questo fatto rende possibile ragionare di politica e altro anche prescindendo da qualsiasi riferimento alla natura umana. Ma non ci dovremmo dimenticare che in realtà molte risposte, anche se non tutte, sono prevedibile sulla base di quello che si sa della nostra natura. E, soprattutto, come ho già evoluzionisti ma anche da psicologi e neuroscienziati, che dimostrano come la religiosità e la religione abbiano rappresentato delle risposte adattative o si sia sviluppate sfruttando meccanismi cognitivi funzionali alla sopravvivenza nell'ambiente dell'adattamento evolutivo. In questo senso, le religioni e la religiosità continueranno a rappresentare per il pensiero liberale una sfida, perché incarnano delle intuizioni umane molto naturali, che se non vengono modulate da esperienze e condizioni favorevoli fanno percepire come innaturali e quindi immorali le istanze del liberalismo.

5. Il liberalismo che raccoglie la sfida della natura umana

La sfida che si para davanti alla politica, e in modo particolare all'orientamento politico liberale, diventa dunque anche quella di capire in che modo, e in quali condizioni, le analisi, le visioni e i progetti riescono a catturare e al limite governare le dinamiche comportamentali che si organizzano spontaneamente nelle società. Tendo il più possibile conto dei fatti che le scienze naturali ci dicono sulle nostre predisposizioni comportamentali. Si tratta di una sfida che alcuni filosofi e teorici della politica stanno già raccogliendo, in modi bipartisan. Mi riferisco per esempio al libro di Peter Singer, Per una sinistra darwiniana. E a quello di Larry Arnhart, il cui titolo parla da solo: Darwinian conservatism. Il fatto che con la stessa teoria scientifica, quella che spiega l'evoluzione degli organismi biologici e quindi dell'uomo per selezione naturale, si possa arrivare in modo apparentemente altrettanto coerente a sostenere due diversi progetti politici della società, ideologicamente contrapposti, non deve indurre frettolosamente a dire che i contenuti di quella teoria sono irrilevanti sul piano del ragionamento politico. Qualsiasi teoria risulta irrilevante se la si cerca di usare in una forma opportunamente semplificata per sostenere che una visione politica è migliore di un'altra in assoluto. Come appunto tendono a fare alcuni pensatori e ricercatori. In realtà, le conoscenze scientifiche che noi abbiamo circa le origini e il modo di funzionare delle nostre intuizioni naturali che hanno anche una rilevanza politica danno conto proprio del fatto che si possano concepire e implementare a livello di progetti di governo della società soluzioni di tipo conservatore o liberale. In altre parole, è una conseguenza delle potenzialità di cui sono stati dotati dall'evoluzione biologica e culturale i nostri antenati per sopravvivere nella savana del Pleistocene. Quello che si va scoprendo sul funzionamento del nostro cervello, sul piano delle negoziazioni che avvengono tra diversi sistemi e sottosistemi preposti a valutare le conseguenze dei nostri comportamenti nei diversi contesti suggerisce la possibilità che il grado di liberalità che le persone riescono a maturare dipenda da quanto hanno avuto modo di confrontarsi o apprendere criticamente il fatto che le nostre intuizioni naturali costituiscono delle limitazioni per la libertà e l'autonomia personale. In altre parole, che se ci affidiamo acriticamente alle nostre intuizioni ne risulta seriamente ridotta la capacità di scegliere e sfruttare al meglio le opportunità che si sono create con l'allontanamento dall'organizzazione sociale dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori. È proprio rispetto alla possibilità di modulare e orientare le potenzialità naturali umane descritte da antropologi, psicologi e neuro scienziati che forse si dovrebbe riconoscere il ruolo della scienza e della cultura scientifica. A me pare che il primo che comprese questo ruolo fu Thomas Jefferson, il quale nello stesso periodo in cui cercava di introdurre la separazione stato e chiese, con il Bill for Establishing Religious Freedom (1779), proponeva, nel 1776, il Bill for the More General Diffusion of Knowledge - quest'ultima fu la prima legge da lui proposta al Congresso dopo la Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Nel preambolo Jefferson scriveva che non basta la forma di governo a proteggere i diritti individuali naturali, ma serve anche un'educazione liberale, che è nell'intesse pubblico finanziare, per evitare che sfruttando l'ingenuità e i disagi delle persone alcuni possano instaurare la tirannia. Oggi sappiamo che i timori di Jefferson sono reali. Negli ultimi decenni gli studi di antropologia e psicologia comparate hanno messo in evidenza come nella natura umana convivano potenzialità ambivalenti, che a seconda delle caratteristiche individuali, dei contesti e del livello di istruzione possono dar luogo ad atteggiamenti di cooperazione o egoismo, di solidarietà o di razzismo, di aggressività o di docilità, di moralità o di immoralità. La regolazione culturale dell'espressione di queste predisposizioni non è ben compresa nei dettagli, ma il fatto che in certe società che si sono adattate a particolari ambienti prevalgano alcune combinazioni di caratteristiche, diverse dalle combinazioni che sono prevalse in contesti diversi, dimostra che bisogna capire i rapporti di causa ed effetto tra le predisposizioni innate e i contesti per comprendere la logica dei comportamenti sociali e politici umani.

6. Il senso non comune della scienza

Ma perché la scienza e la cultura scientifica avrebbero contribuito e possono aiutare a costruire un sistema di valori, come quello che caratterizza le moderne democrazie, basato sulla tolleranza, la libertà e il riconoscimento dei diritti individuali, nonché fondato una separazione dei poteri che garantisce un controllo incrociato per evitare abusi e discriminazioni? Una risposta che mi sembra plausibile, su cui sto lavorando per capire se abbia senso, è che ciò di dovuto al fatto che anche la scienza, come la democrazia, è qualcosa di non del tutto naturale. Nel senso che richiede di coltivare delle predisposizioni e capacità che non si manifestano spontaneamente, e richiedono la costruzione di particolari contesti e il superamento di diversi bias innati. Almeno per molti degli aspetti che caratterizzano il modo di funzionare e il tipo di spiegazioni che la scienza fornisce. Non mi posso dilungare sulle innumerevoli argomentazioni che sono state proposte da filosofi e scienziati circa il fatto che la scienza è "senso non comune", cioè che le spiegazioni scientifiche sfidano le nostre percezioni e intuizioni naturali, nel senso che sono il risultato di un'attività di astrazione e calcolo formale, applicati all'osservazione e alla manipolazione sperimentale dei fenomeni, che richiedono di andare oltre i naturali bias cognitivi con cui gestiamo la vita ordinaria. Chiunque, riflettendo sull'origine della fisica e dell'astronomia moderne e poi contemporanee, così come della moderna biologia evoluzionistica e poi della biologia molecolare, si può rendere conto che le spiegazioni fondamentali, che hanno dato la stura alla costruzione degli edifici scientifici su cui si basa la comprensione del mondo oggi validata, hanno implicato l'abbandono delle spiegazioni basate su un'elaborazione anche molto raffinata del senso comune. Qualche filosofo, come John Dewey, aveva per la verità intuito, anche se gli mancavano gran parte delle conoscenze di cui oggi disponiamo, gli stretti rapporti tra la diffusione dell'educazione scientifica, che libera l'uomo dalle trappole del senso comune, ed l'efficienza del sistema democratico di governo. Ma è necessario lavorare a un articolato esame delle implicazioni che le nuove conoscenze biologiche sull'uomo implicano per quanto riguarda le assunzioni e le aspettative delle dottrine politiche. E in modo particolare per la teoria politica liberale. Vale a dire quali sono, date le caratteristiche comportamentali che abbiamo ereditato dai nostri antenati cacciatori raccoglitori, le condizioni che promuovono, nel corso dello sviluppo della persona, l'autonomia e l'autodeterminazione, e quindi alimentano nella società le aspettative di libertà. Tra queste vi è certamente la scienza. Ma, molto verosimilmente, anche il mercato. Un'altra invenzione recente e anch'esso piuttosto innaturale. Nel procedere in questa ricerca, che per quanto mi riguarda vuole essere anche un modo meno generico di contribuire all'innovazione della politica, è comunque necessario procedere senza tentare facili scorciatoie. Quelle che, per esempio, hanno intrapreso coloro cercano di corroborare ‘naturalisticamente' la dottrina politica preferita. In questo caso si tratta di partire dalla constatazione che la dottrina liberale è quella che ha consentito meglio di altre il progresso umano, e di capire come rafforzarne la capacità di intercettare e rispondere alla crescente complessificazione delle realtà sociali. Per fare questo bisogna comunque usare al meglio anche le conoscenze disponibili sulla cosiddetta "natura umana". Cioè non solo quelle che cercano di identificare gli universali e quindi le predisposizioni innate per derivarne qualche implicazione politica. Ma anche, se non soprattutto, quelle che dimostrano la plasticità della nostra natura, cioè la sua modificabilità nel senso sia della capacità di modulare sia di sostituire alle intuizioni innate illiberali, delle intuizioni che possono migliorare la convivenza sociale. Nonché ci consentono di ampliare le nostre capacità di autonomia e quindi valorizzare il bisogno di libertà all'interno dello spazio politico.

Martedì, 4 novembre, 2008 - 15:42
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